Bisogna che tutto cambi: il primo morto in carcere del 2010

Ad ogni capodanno, dopo i festeggiamenti, quando vado per strada e trovo i resti di petardi e bottiglie e boh, ogni capodanno, io penso alla frase del Gattopardo, quella famosissima, quella che dice: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Ci penso ad ogni capodanno a questa frase, perché mi sembra che a capodanno, noi ci illudiamo che con il cambio della data tutto sarà diverso, tutto si modificherà. Alla tv, per esempio, si alternano gli oroscopi, che dicono che nell’anno successivo, succederà qualcosa di completamente nuovo rispetto all’anno precedente, che se fosse davvero così sarebbe come se vivessimo su base annuale, perché poi, l’anno dopo faremmo tutt’altro. Eppure, penso, è importante che le persone si illudano di tutto ciò, perché, parafrasando: bisogna fare in modo tale che le persone si illudano di poter cambiare qualcosa, affinché non si accorgano che non cambia nulla.

Allora anche quest’anno mi è venuta in mente questa frase, però non l’uno gennaio, come sempre, ma un po’ dopo. Diciamo che mi è venuta in mente il quattro, quando ho letto una mail[1], ma doveva venirmi in mente il due. Diciamo anche che, ad Altamura, che è un paese di sessantanovemila abitanti in provincia di Bari, dove, oltre alle normali attività commerciali, c’è anche un carcere da 52 posti, con attualmente 90 detenuti presenti, diciamo anche che ad Altamura, fra gli agenti, e anche fra i detenuti, qualcuno il due gennaio deve averlo pensato: non cambia proprio un cazzo, parafrasando Tommasi di Lampedusa. Poi Diciamo ancora che, forse, il primo a cui è venuta in mente questa frase, però, è stato Pierpaolo Ciucco, un ex detenuto di 39 anni che era condannato per reati di droga[2], e aveva passato il capodanno in una delle celle del carcere di Altamura. È possibile che anche lui avesse sognato che il cambio di data potesse portargli una nuova vita. Magari, alla mattina del primo gennaio, aveva anche pensato che lasciava ancora un giorno all’anno nuovo per cambiare tutto, uno solo, però, poi basta. E così, Pierpaolo Ciucco, il due gennaio è possibile che abbia pensato anche lui non cambia proprio un cazzo, quindi ha deciso di farla finita e si è tolto la vita asfissiandosi con il gas. Il primo suicidio in carcere del 2010.

Allora, per tirare le fila, penso che il 2009 si è chiuso con il numero più alto di morti in carcere nella storia della Repubblica italiana, 175, che, in media, sono un morto ogni due giorni. Poi, penso anche che Antonio Ciucco si è ucciso il 2 gennaio del 2010, perfettamente in linea con le statistiche dell’anno precedente. E alla fine penso che è proprio vero che noi ci illudiamo che con il capodanno possa cambiare tutto, rispetto all’anno precedente, ma, sempre parafrasando il buon Tommasi, Non cambia proprio un cazzo.

Alessandro Busi


[1] Come tutti i giornali che ne parlano, ho appreso di questa notizia grazie alla mail inviatami da Ristretti Orizzonti del 4 gennaio. Per chi volesse leggere il comunicato ufficiale dell’osservatorio permanente sulle morti in carcere, basta che vada a questo link, http://www.ristretti.it/, e clicchi su notiziario quotidiano sul carcere. Fra le notizie del 4 gennaio c’è anche questa.

[2] Rimango vago sul tipo di reato per il quale Ciucco era detenuto, perché è nota solo la ragione generale, ma non quella specifica della sua detenzione.

Questo è un vecchio racconto sul natale, il precariato e i Babbi natale appesi sui balconi. All’epoca era stato pubblicato  sulla rivista telematica Il paradiso degli orchi

Esproprio proletario natalizio

1

Minchia che freddo…e per un gioco, poi…

Era attaccato alla ringhiera con una mano, nell’attesa che tutti se ne andassero.

Ma d’altra parte…se lui mi ha chiesto quello, devo cercare di averlo…

Sentiva l’aria che gli congelava le nocche delle dita, mentre la testa andava al figlio, Luca, che non aveva ancora l’età per capire, ma soprattutto per conoscere, il mondo di merda nel quale era nato.

Mario era appeso per una mano e con l’altra teneva il sacco di iuta riempito di polistirolo. Stava così da quasi due ore e si sentiva i crampi nello stomaco. Guardava il cenone natalizio della famiglia Roversi.

Dai che è fatta…manca  venti a mezzanotte…

Dalle finestre all’inglese vedeva la nonna che si metteva il cappotto aiutata dal nipote Andrea che, ad occhio e croce, aveva la stessa età del suo Luca. Antonio e Laura, mamma e papà del bambino e, rispettivamente figlio e nuora della nonna, stavano iniziando a sparecchiare la tavola imbandita.

Che cosa aspettate?!…

Come se avessero sentito i suoi pensieri, i Roversi, tutti pronti e agghindati al meglio, abbandonarono i propri compiti ed uscirono veloci e sorridenti, come atmosfera natalizia impone, per la messa di mezzanotte.

Mario vide il suv di Antonio allontanarsi lasciando dietro di sé la condensa dei gas di scarico.

2

“Mario, ma che hai?”

Giovanna era sua collega ormai da due anni, ovvero da quando era andato a lavorare nel call center Telecom della sua città. Entrambi si occupavano di questioni di carattere economico e lavoravano nelle due postazioni adiacenti.

“Ma niente…è che mi è arrivata la lettera per Babbo Natale da Luca…”

Deglutì amaro e sentì un sapore che nessuno gli aveva preannunciato quando gli raccontavano come sarebbe stato bello fare il padre. Nessuno gli aveva detto cosa poteva significare sentirsi un fallito, perché non si poteva permettere di fare un regalo al figlio. Nessuno gli aveva descritto le notti insonni, a rigirarsi il cervello su come potesse racimolare quei dannati duecento euro per prendere la Play Station a Luca.

“E va be…che sarà mai!…se ti serve qualcosa lo sai che puoi chiedere a me…”

Lui la guardò e la ringraziò con gli occhi, ma non disse nulla. Sapeva benissimo che anche lei faceva fatica ad arrivare a fine mese tra stipendio da fame, affitto e spese varie. La ringraziò con gli occhi, ma non disse nulla, perché non c’era nulla da dire e le parole non avrebbero fatto altro che aumentare la sua amarezza: un conto è pensarle le cose e un conto è dirle. Insomma, se lui avesse pronunciato una frase tipo Grazie Giovanna, ma spero di riuscire ad accontentare Luca con le mie forze, sarebbe stato come materializzare, con la potenza della voce, le paure che gli affollavano le notti.

Respirò profondamente, prese la cornetta e ripartì.

“Telecom buongiorno, sono Mario!”

3

Aspettò che, dell’auto, non si sentisse più nemmeno il rumore prima di staccarsi e saltare sul balcone di casa Roversi.

In primis, svuotò il sacco dal polistirolo lasciandolo volare via col vento: sembrava che nevicasse, come nei film di Natale, ma, come nei film, il tutto era assolutamente finto. Poi, come un vero Mc Giver, tirò fuori dalla tasca una forcina rubata ad Angela, la sua ragazza e, senza troppa fatica, aprì la portafinestra.

Ma che cazzo sto facendo?…

Mentre si accingeva a scassinare la serratura, il vetro scuro gli permise di specchiarsi a figura intera e di vedere uno spettacolo che lo fece rabbrividire: un uomo di trentacinque anni, cicciotello, con barba e costume da Babbo Natale, che si stava introducendo in una casa non sua per rubare un giocattolo ad un bambino.

Ma dove cazzo sono arrivato?…a che punto sono arrivato?…

La figura che vedeva nel vetro scuro, ad ogni pensiero che gli bruciava in testa, si ingobbiva visibilmente, come schiacciata da un senso di amarezza generalizzato e dalla consapevolezza istantanea di aver buttato la sua vita nel cesso e di aver tirato pure la catena.

Ormai è tardi per i ripensamenti…

Aprì la portafinestra ed entrò.

La casa era calda ed accogliente. Sul grande tavolo, coperto da una tovaglia natalizia con dei pini e dei babbi natale disegnati, c’erano le tazzine con i fondi di caffé ed i bicchierini che puzzavano di limoncello. Nell’angolo più lontano della stanza, l’albero di Natale con gli aghi ed il tronco di plastica,  si accendeva ad intermittenza e sotto, nell’attesa di un’imminente apertura, stagnavano i pacchetti regalo.

Mario pensò che Angela e Luca erano a casa senza cenone, senza albero e senza di lui. Pensò anche che il Natale era solo una merda per ricchi e che gli faceva schifo, e che era giusto che lui fosse lì a rubare la Play Station di quel bambinetto viziato, perché era solo un acconto che lui si riprendeva rispetto alle ingiustizie subite: esproprio proletario natalizio.

Dai Mario…non stare a pensare a cazzate, muoviti…

Arginate le congetture di giustizia sociale, si diresse verso l’albero.

4

“Vedrai che se glielo spieghi lui capisce…è un bambino intelligente…”

Giovanna aveva cercato di consolarlo durante la pausa caffé e gli aveva pure offerto un ciocappuccio per tirargli su il morale, ma non c’era stato modo.

“signor Ranza cosa le succede oggi?”

La voce profonda e forzatamente amichevole del capo si introdusse nel discorso.

[Corso di preparazione per futuri direttori di call center, lezione tre: cercate di creare un rapporto con i vostri dipendenti…parlate con loro nelle pause e fategli capire che  gli siete vicini…fatevi volere bene!]

“Ma niente…problemi natalizi…sa com’è?”

Mario cercò di tirare la bocca verso una smorfia simile ad un sorriso, ma le labbra gli risultavano pesanti come se ci fossero state due incudini appese agli angoli.

“Oh la capisco! Pensi che il mio Andrea mi ha chiesto la Play Station nuova…ma sa che costa più di duecento euro?…e poi adesso mi è pure toccato arrivare in ritardo al lavoro per prendere a mia moglie questo Babbo Natale, grandezza naturale, da attaccare al balcone…ma d’altra parte…Natale viene una volta all’anno!”

Il capo rise con le fauci larghe ed i denti bianchi ben visibili.

Mario lo guardava fisso e non capiva se era sincero, o se lo stava prendendo per il culo, ma non disse nulla. Annuì e buttò nel cestino il bicchiere di plastica marrone.

Anche il capo buttò il bicchiere e, con un augurio natalizio, congedò i due dipendenti, che lo salutarono a loro volta.

“Auguri a lei dottor Roversi”

5

Aveva aperto praticamente tutti i pacchetti, trovando una miriade di inutilità, fra le quali spiccavano: una cravatta rossa con delle piccole stelle comete ricamate sopra ed il libro di Bruno Vespa sulle abitudini culinarie della classe politica italiana.

Ma dove cazzo è ‘sta Play Station!

Era rimasto un solo pacchetto. Lo aprì ed eccola comparire in tutta la bellezza della sua confezione di cartone: la consolle più amata da grandi e piccini.

In uno slancio di affetto consumista, se la strinse al petto come se avesse avuto fra le braccia un bambino.

Finalmente…è fatta…

Fu proprio il sorriso di soddisfazione ad essere illuminato dalla luce azzurra che sembrava venire dal cielo.

Furono proprio i suoi occhi felici ad essere accecati da quel bagliore improvviso.

Furono proprio i suoi denti storti a cambiare colore e divenire, dal bianco gialliccio naturale, al blu polizia.

Cazzo la polizia!

Mario chinò il capo e si guardò dal collo in giù. Vide una specie i flaccido Buddha vestito come un buffone, che teneva in mano il dono natalizio di un bambino.

Si sentì una merda.

La porta di sotto fu abbattuta dai calci degli anfibi di Stato.

Non riusciva nemmeno ad immaginare come avrebbe fatto a spiegarsi in questura: sì, ho finto di essere Babbo Natale e poi mi sono introdotto per rubare un giocattolo per mio figlio…Nessuno gli avrebbe creduto. E cosa avrebbe detto ad Angela? E a Luca?

Gli scarponi che correvano su per le scale erano un rumore fortissimo e ripetitivo.

I poliziotti lo presero senza che lui opponesse alcuna resistenza. Aveva il capo chino in segno di resa: resa alla polizia e resa alla vita.

Non c’era più nulla da fare.

Non c’era mai stato nulla da fare: tutto questo era stato solo uno stupido gioco, un niente costruito dalla sua fantasia disperata, nel tentativo di mantenere una certa dignità davanti ai suoi familiari, ma non era possibile.

Quando uscì dalla porta, ammanettato e tenuto stretto per il braccio destro, c’era la famiglia Roversi al completo, Antonio compreso, che lo guardò e scosse il capo.

Mario non ebbe la forza di incrociare lo sguardo del suo datore di lavoro, ma, seguitando a fissarsi i piedi, salì sulla volante e fu portato via.

Alessandro Busi

Il centosettantaduesimo morto in carcere: Uzoma Emeka

Se non ricordo male, ero a casa e guardavo il tg3 online. Credo fosse verso la fine, poco prima dei gossip, che il giornalista disse di ascoltare una registrazione che proveniva dal carcere di Castrogno, a Teramo:

Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto, dicevano le voci nella registrazione. E poi: Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto.

Pare che queste fossero le parole di un agente che ricordava ai colleghi che, per picchiare, anzi, per massacrare un detenuto, non si sta mai in sezione, perché ci sono troppi occhi che vedono e, ci metto io, poi, si fa fatica a raccontare la storia della caduta dalle scale, se ci sono tanti testimoni a dire il contrario.

Sì, me lo ricordo bene questo audio, perché il giorno dopo, andai in redazione e un detenuto, ironicamente, mi chiese, ma che succede fuori, volete proprio raccontare tutto quello che succede dentro?! Me lo disse con un tono tale di misto stupore e ironia, che entrambi ridemmo senza saper dare risposta a questo interrogativo. Il perché di tanto interesse sulle vicende intramurarie scoppiato in quel periodo, infatti, era e rimane, di difficile comprensione, eppure era proprio così. In ogni dove, anche nelle trasmissioni della mattina, si sentiva parlare di come si sta male in carcere, della violenza delle carceri e chi più ne ha, più ne metta. Poi, come sempre, piano, piano, questo interesse è scemato. Si è tornati a discutere di altro, tipo dei denti rotti di una persona importante, di un vip della politica nostrana, e non si è più guardato al fatto che quest’anno, siamo arrivati al numero più alto di morti in carcere nella storia della Repubblica. Nessuno l’ha data questa notizia, nessuno, ma così è. Sono 172 i detenuti morti (suicidi, suicidi sospetti, omicidi, morti naturali) dal gennaio di quest’anno ad oggi, e sarebbe da raccontare di tutti, ma dato che di tutti non si può parlare, voglio raccontare di uno, uno solo, l’ultimo, il centosettantaduesimo: Uzoma Emeka.

Uzoma Emeka era un ragazzo nigeriano di 32 anni, che stava scontando una condanna di due anni per questioni legate alla droga – rimango vago perché non sono riuscito a capire con precisione per cosa fosse stato condannato, quindi, non vorrei appioppargli un reato, un’etichetta sociale, che non gli appartiene. Uzoma Emeka, comunque, era in carcere e l’altra mattina, stava parlando con la moglie, quando, alle 8 e 30 si è accasciato a terra. Subito è stato soccorso e portato in infermeria, poi, chissà perché, in ospedale è arrivato solo alle 13, quando ormai non c’era più nulla da fare. Sul suo corpo non sono state individuate tracce di lesioni, o altro, ma il referto di decesso dichiara solo Arresto cardiocircolatorio, che, parafrasando, è un po’ come dire che è morto di morte.

Questa, quindi, è la storia di Uzoma Emeka, un ragazzo nigeriano di trentadue anni, che stava scontando una pena di due anni nel carcere di Castrogno, a Teramo. Uno sconosciuto che, a dire il vero, però, un po’ già lo conoscevamo: Uzoma Emeka, infatti, era il negro che ha visto tutto, quello che avrebbe assistito al massacro che era da fare giù di sotto e non in sezione. E forse anche di questo era colpevole Uzoma, di avere due occhi e una bocca, che, anche se per ora non aveva mai usato per raccontare ciò a cui aveva assistito, comunque era meglio tappare. Ora, ovviamente, può essere che si tratti di una grande coincidenza, ma, riportando le parole di Giulio Petrilli del Partito Democratico: non dimentichiamo che è sufficiente mettere nel caffè una dose eccessiva di alcuni farmaci che questo può accadere. Non sono per la cultura del sospetto, anzi, ma in questo caso un detenuto che può essere un teste chiave di un’inchiesta importante muore a 32 per arresto cardiocircolatorio, genera delle perplessità e dei dubbi fortissimi.

Questa, in conclusione, è la storia di Uzoma Emeka, uno dei tantissimi Mr nessuno che affollano le carceri italiane, uno che aveva visto troppo e che, conoscendo la cultura carceraria, si sarebbe anche cavato gli occhi pur di non vedere. Uno del quale, alla fine delle finite, però, poco ci interessa, perché sì, sarà anche vero che nelle carceri c’è violenza e si vive male, ma chi ci finisce non ci finisce per caso, e poi, si sa, capita sempre agli altri, quindi va bene così e buon Natale.

Alessandro Busi

Questo racconto, che vi svelerà cosa succederà dopo il 21 dicembre 2012, è stato pubblicato sulla neonata rivista letteraria Teflon

Con il politetrafluoroetilene nelle vene

Anno 4021. Secondo il nuovo calendario siamo nel 2009 dopo la grande fine: il ventuno dicembre 2012. Secondo i libri di storia, il mondo finì e rinacque esattamente quello stesso giorno. Dicono che tutto si sia svolto proprio come si vede nel trailer di un film uscito un paio d’anni prima. Dicono che le auto cadevano dai parcheggi sopraelevati e che il Dalai Lama guardasse l’Himalaya con l’impassibilità tipica dei monaci zen. Dicono che al Cristo di Rio de Janeiro siano cadute prima le braccia e poi la testa e che la cupola di San Pietro a Roma, abbia schiacciato tutti i credenti che erano lì sotto a pregare. Dicono anche che in quel periodo, quello subito prima, erano nate un sacco di sette che tentavano di salvarsi dall’apocalisse: i wittgensteiniani, per esempio, dicevano che, se i limiti del mondo sono i limiti del linguaggio, allora basta non parlare mai della fine che la fine non arriverà. Al loro opposto, invece, c’erano i comicisti freudiani, che dicevano che per salvarsi si doveva esorcizzare la morte, quindi mettevano banchetti per strada, dove recitavano freddure sulla morte e sulle apocalissi, e la gente passava e sorrideva.

Ovviamente, alle tv si alternavano i dibattiti fra le varie sette, con i primi che evitavano di rispondere e raccontavano di quanto era bello il mare nel 1954, i secondi che facevano battute di spirito e dicevano ai primi, che si tappavano le orecchie e facevano lalalalalala con la voce, che erano infantili e sciocchi. E poi ce ne erano altri ancora, tipo gli ambientalisti dell’abbraccio che dicevano che l’unico modo per far sì che la natura non ammazzasse tutti, era fare pace con lei, quindi invitavano tutte le persone ad abbracciare gli alberi e baciarli e scrivergli poesie d’amore. Alla fine delle finite, però, nessuno aveva proprio ragione perché nessuno di questi si salvò. Chi morì parlando del più e del meno, chi recitando spezzoni di vecchi film di Woody Allen, chi venendo risucchiato mentre tentava di avere un amplesso con una betulla, alla fine nessuno vide confermata la propria teoria. Solo gli indifferenti sembrava si fossero salvati, invece era solo che erano talmente indifferenti che non si erano nemmeno accorti di essere morti, ma erano proprio morti.

Così, come dicono i libri di storia, quel giorno tutto finì, ma poi tutto iniziò anche. Passati cinque minuti di assoluto silenzio, in cui perfino il vento si era fermato e l’unico orologio rimasto in funzione faceva un tic dei secondi che echeggiava in tutto il globo, passati questi cinque minuti, il mondo ricominciò a funzionare, ma in maniera diversa e a velocità doppia, o tripla pure. Al posto degli alberi crescevano dalla terra i condomini e le strade si asfaltavano da sole. Dentro i condomini le persone nascevano dagli oggetti, e allora c’era chi veniva fuori dai materassi e chi dai cuscini del divano; chi si trovava neonato in cucina a scolare la pasta e chi veniva partorito dai tasti dei telecomandi e come prima cosa nella propria vita faceva lo zapping. Così, nel giro di cinque giorni, la terra si ripopolò di persone adulte e bambini e ragazzi e anziani. Così, nel giro di cinque giorni, la terra si ripopolò di librerie, università, stazioni tv, chiese e tutto il mondo sembrava rinato come se nulla fosse stato, come se avesse ragione quello del Gattopardo a dire che  Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. In realtà, alcune modifiche, strutturali ed esteriori, c’erano state. Gli alberi, per esempio, è vero che sembravano gli stessi di prima, ma erano fatti di ethernit. La modifica più grande, però, colpì gli esseri umani. Le persone erano tutte un po’ più grigie rispetto a prima, e questo era dovuto al fatto che, nel rimescolamento degli elementi, non erano solo nati gli alberi di ethernit e l’erba di carta, ma anche il sangue si era modificato e, al posto dei globuli rossi, c’erano centinaia di migliaia di particelle di politetrafluoroetilene, il teflon. Ovviamente, questa differenza interiore si vedeva anche all’esterno e, oltre al colorito canna di fucile, la pelle era diventata antiaderente, quindi, per lavarsi, bastava sciacquarsi, ma con la raccomandazione di asciugarsi bene, onde evitare quelle brutte escoriazioni arancio-rossiccie dette anche ruggine. Come aveva scritto il poeta ermetico Giuseppe Ungaretti nel 3930, esattamente 1918 anni dopo la grande fine,

siamo antiaderenti e tutto ci scivola addosso,

tranne i sentimenti che ci si appiccicano

come foglie d’autunno a terra.

Nel 4021 tutto questo è storia. In ogni città c’è un museo sui primitivi che popolavano la terra prima dell’anno 0, e anche Ungaretti è storia e lo si fa studiare a scuola.

Michele, che ha sedici anni, veste con i pantaloni strappati sul ginocchio e ascolta musica rumorosa come i Sonic Youth, quella band che, per fare più noise, come dicono loro, durante i concerti si sfregano le chitarre sulle pance e fanno le scintille; ecco, Michele, nel sentire la sua professoressa leggere questa poesia, si stava per mettere a piangere, ma si trattenne. Invece di andare a casa, però, quel giorno, andò in un parco con un libro di poesie di Ungaretti e cercò subito Antiaderenti e la lesse un sacco di volte. Chiuso il libro, poi, si prese i capelli neri nelle mani, mentre pensava a Rosanna, la sua fidanzata che l’aveva lasciato proprio quella mattina.

Michele, ormai ho capito che il mio amore per te è finito, gli aveva detto, forse è un periodo che devo stare un po’ sola, per riordinare le idee.

Lui, lì per lì, aveva fatto il sostenuto. Le aveva risposto che non c’era nessun problema e che era giusto così e aveva finto che la cosa gli scivolasse addosso, senza toccarlo. Aveva fatto finta di avere l’antiaderente anche per i sentimenti, ma non era vero.

Alessandro Busi

Pubblico un articolo riguardo al No B Day, che è stato pubblicato martedì 1/12 sul foglio autonomo di Verona Pagina 13

No B Day:

un asino che si morde la coda.

Alla fine ci siamo arrivati. Sembrava non dovessimo arrivarci mai, invece ci siamo. Sabato 5 dicembre ci sarà la manifestazione NO B DAY e sempre più spesso, mi trovo nell’imbarazzante situazione che ora racconto.

Aperitivo: si parla del più e del meno: inevitabilmente si finisce a parlare di politica: si prova a discutere di varie cose, poi arriva la domanda/ingiunzione.

Beh, allora tutti al NO B DAY?!

Io, non so che rispondere. Da come posta dal mio interlocutore sembra che il NO B DAY sia l’unica alternativa alla poltica sfascia-società dell’attuale governo. Eppure io non la penso per nulla così. Allora mi chiedo, che fare? Bevo un goccio di spritz e sorrido. Tento di eludere la domanda con altrettante domande del tipo, tu vai?, oppure, ma sai se pioverà a Roma sabato?, ma poi mi tocca rispondere. Mi tocca dire come la penso e mi tocca correre il rischio di vedere l’altro che arriccia il naso, mi guarda con sospetto e nel frattempo pensa con disprezzo: questo è del PD.

No, dico, non verrò al NO B DAY, perché penso che sia una cazzata.

A questo punto, però, bisogna spiegare.

Personalmente, non parteciperò a questa manifestazione per varie ragioni. Innanzitutto, credo che dietro a questa impalcatura, tenuta in piedi dall’antiberlusconismo, si nasconde la pochezza di pensiero assassina della sinistra italiana. Nel momento in cui, ci si unisce contro un nemico comune, il quale, non è nemmeno un’idea, ma una persona, significa che i contenuti politici sono svaniti. Non per niente, anzi, è proprio emblematico di ciò, il partito più in vista in questo compito è l’Italia dei Valori, ovvero un partito propugnatore di un giustizialismo che nemmeno AN dei tempi d’oro. Secondo, ritengo che si debba iniziare a fare un’analisi discorsiva di ciò di cui si parla. Sia che si dica, io amo Silvio Berlusconi, sia che si dica, io odio Silvio Berlusconi, alla fine si giunge al medesimo risultato: io parlo di Silvio Berlusconi. Questo modo di fare politica, incentrato sulle persone e non sulle azioni del governo, questo tipo di politica più interessato a fatti giudiziari e matrimoniali del singolo, che non a ciò che il governo fa, è fallimentare in partenza, in quanto, alla fine, fa ruotare tutto attorno ad una sola persona e ciò che questa fa. In questo modo, però, non arriva ad altri risultati se non la costruzione di una realtà nella quale l’unica domanda, quella che definisce l’identità politica di una persona è se questa sia a favore o contro Silvio Berlusconi. Ovviamente, tutto ciò genera un circolo vizioso con il punto uno, facendo diventare l’opposizione – parlamentare e non – come un asino con la carota attaccata alla coda: ruota continuamente su se stesso, senza mai riuscire a prenderla.

Per queste ragioni, quindi, non parteciperò al NO B DAY, perché la ritengo una parata priva di contenuti, che non fa altro che andare a nascondere gli immensi problemi della nostra società: respingimenti, carceri sovraffollate, precariato, mancanza di fondi welfare, privatizzazione dell’acqua,…e come si dice, la lista può continuare a lungo.

Alessandro Busi

L’altro giorno vedevo in streaming un’intervista di Corrado Augias a Beppino Englaro, che risaliva ai primi di ottobre di quest’anno. Mi piacerebbe riuscire a scrivere qualcosa a riguardo, ma faccio proprio fatica. Per questo, riporto la puntuale e interessantissima analisi proposta dal ricercatore in psicologia Piero Bocchiaro[1] sul sito agoravox.it (http://www.agoravox.it/attualita/societa/article/in-ter-per-culturando-attorno-al-11065#_ftn1), che riesce a sviscerare i punti centrali della questione, arrivando ad una conclusione che definirei necessaria.

 

Quando l’etica manca di benevolenza

di Piero Bocchiaro

“Ogni vita merita di essere vissuta”, “la vita è sacra”, ma anche “tutte le vite umane hanno lo stesso valore”: sono voci di sottofondo in Italia, espressioni così abusate da poter essere incluse tra gli assiomi della nostra cultura — quella di uno stato laico, ricordiamolo. La forza di simili proposizioni è rivelata dai numeri di quanti (molti) nei dibattiti si schierano istintivamente dalla parte della vita, in una difesa a oltranza sostenuta spesso da cliché e pensieri tradizionali. E’ successo di recente con la vicenda Englaro. La storia, spettacolarizzata per amore della notizia o per necessità di ostentare un opinione, è quella, drammatica, di una donna in stato vegetativo permanente; la storia di un corpo, in verità, alimentato e idratato artificialmente da un sondino naso-gastrico. Nessuna coscienza di sé né alcuna reazione a stimoli visivi, uditivi, tattili; nessuna possibilità di interazione col mondo esterno. Diciassette anni di assenza e buio. Di Eluana erano rimasti i segnali elettrici delle sue cellule cerebrali.

Per giungere a riflessioni attente bisogna allora partire da questo scenario anziché da quello astratto di una giovane donna cui si vuole spezzare la vita. L’analisi ruota attorno a un corpo che la medicina può condurre alla vecchiaia o spegnere all’istante. I difensori della vita-a-tutti-i-costi non hanno dubbi: la vita ha un valore intrinseco e merita di essere vissuta; toglierla, dunque, è sempre un male. Com’è evidente, qui manca la separazione tra corpo ed essere umano nonché un riferimento ai possibili vantaggi per l’individuo che si trova in una simile condizione. Mi chiedo quanto questa battaglia, di certo nobile in apparenza, non appaghi simbolicamente un desiderio nascosto di immortalità, o non aiuti a gestire una altrimenti intollerabile consapevolezza della fine. La morte annullata, insomma, innominabile nella società “moderna” per via di un legame viscerale alle cose della vita. Passione di essere, inquietudine di non essere abbastanza, scrive Philippe Ariès. Mi chiedo inoltre in che misura queste persone siano disposte a battersi per tutelare il diritto alla vita di qualsiasi essere vivente. Perché la vita è anche quella che si conclude nei laboratori, quella di animali innocenti che muoiono (a milioni, ogni anno) dopo aver subito sofferenze acute, prolungate e ingiustificate[2]. Se dovessero rinunciare a difendere la vita nelle sue molteplici forme, queste persone mostrerebbero un inammissibile atteggiamento antropocentrico, infondato da un punto di vista logico e insieme morale. Parafrasato: poiché non sei della mia specie, è irrilevante che tu possa soffrire e morire in modo anche atroce.

I sostenitori della sacralità della vita boicottano, dunque, clamorosamente, alcune domande fondamentali: è degna la vita di una persona in stato vegetativo permanente? qual è il suo senso? quali sono gli interessi del paziente? in sintesi, c’è una qualità in questa vita? Sorvolare su temi simili comporta il rischio di ritrovarsi presto o tardi con una scienza medica in grado di regalare esistenze sì eterne, ma che coincidono con l’atto di respirare. La vita è invece tale — sintomatico il fatto che bisogna sottolinearlo — laddove permetta di relazionarsi a un livello mentale, emotivo, fisico con gli altri, di scegliere, creare, progettare, di provare gioia e dolore. Pensare la vita in questi termini vuol dire entrare in possesso di un criterio che aiuta a orientarsi in circostanze delicate, anche se, beninteso, non è mai facile decidere di far morire un paziente— si pensi soprattutto ai casi di bambini o di giovani come Eluana, ma anche ai sentimenti dei familiari e al tempo di cui questi potrebbero aver bisogno per metabolizzare l’idea. Ma è il criterio più umano dinanzi a una irreversibilità dello stato vegetativo; lo è sia per il paziente, poiché la prosecuzione delle cure non avrebbe per lui alcun beneficio, sia per chi, in attesa di trapianto, potrebbe sperare in una vita migliore.

Quale morte, allora? In una sequenza naturale, è questa la domanda con cui bisogna confrontarsi. La morte può giungere molto lenta qualora si dovesse optare per una pratica di omissione. Una morte straziante se si pensa alla disidratazione o all’inevitabile sopraggiungere di una qualsiasi malattia non curata. Per evitare giorni di agonia, si potrebbe allora decidere di spingere il processo e aiutare la persona a morire in maniera dignitosa. La scelta va fatta ancora una volta avendo come priorità gli interessi del paziente anziché l’ossequio a volti seri e voci gravi lì a rappresentare un modello di benevolenza quantomeno discutibile. Qualora avesse la capacità per farlo, infatti, è davvero difficile immaginare quali ragioni potrebbero indurre una persona in stato vegetativo a desiderare una settimana ancora su un letto.

E’ il momento di depositare la vecchia etica. E’ il momento di aprire a un tempo nuovo e comprendere che, anziché attaccarsi in maniera grottesca a una vita ormai assente, sarebbe opportuno ricordarsi di viverla quando c’è ancora la possibilità di farlo.


[1] (Palermo, 1972) è research fellow presso il dipartimento di Psicologia della Vrije Universiteit di Amsterdam. Autore di articoli scientifici e del volume Introduzione alla psicologia sociale (con S. Boca e C. Scaffidi Abbate, Bologna 2003), ha insegnato all’Università di Palermo e trascorso periodi di formazione e ricerca alla Stanford University. Ha pubblicato ‘Psicologia del male’, Laterza 2009.

[2] I più informati sapranno che la sperimentazione animale è una metodologia grossolana e obsoleta (soprattutto se confrontata ai metodi alternativi oggi disponibili) che dà spesso luogo a risultati privi di scientificità.

Io, quando vedo un ex sessantottino


Io, quando vedo un ex sessantottino, o giù di lì, scappo. Sì, corro a gambe levate e me ne vado. Mi chiudo in casa e respiro forte, contento per il mancato pericolo. Sì, quando vedo uno di quelli del ventennio, quindicennio, 68-83, quelli degli ideali, quelli del libretto rosso, quelli della Lotta che deve essere Continua, quelli che nelle sigle dei gruppi, più simili a codici fiscali che a nomi di associazioni, doveva esserci quasi ad obbligo la parola proletari- da declinare poi in vari modi, ecco quelli lì, quando vedo uno quelli lì io scappo, corro, arrivo a casa, chiudo la porta a chiave e respiro, accovacciato sulle gambe, per riprendere fiato.

A dire il vero, però, non è proprio così. Non è così che va, non è così che faccio. Non è che tutte le volte che vedo uno che, dall’età, mi sembra uno di quelli, allora corro via. Siamo sinceri, se ogni volta che vedessi uno sui sessanta/cinquanta con indosso le Clark, una giacchettina di velluto a coste e, perché no, una bella sciarpina radical chic, dovessi correre, non smetterei mai. No, diciamo che ho un po’ esagerato.

Ripartiamo così.

Io, quando vedo un ex sessantottino, o post-sessantottino, uno di quelli del noi abbiamo fatto la rivoluzione, per capirci, dovrei scappare, correre via, arrivare a casa e sentirmi sicuro solo dopo aver chiuso a chiave la porta.

Che poi, però, non va bene nemmeno così, perché è troppo poco, ha poco senso. Vedo un signore con le Clark, che magari ha mantenuto il vizio del sigaro, che aveva iniziato a fumarlo in quegli anni per fare il Che Guevara de noartri, il Fidel Castro all’amatriciana, e scappo? Non gira, così. Non parte. Bisogna calcare un po’ la mano. Mettere un indicatore più forte

Allora riproviamo così.

Io, quando vedo un ex sessantottino, o post-sessantottino, uno di quelli che la rivoluzione l’hanno fatta solo loro e i giovani d’oggi non hanno più ideali perché non sanno chi era Renato Curcio – che io mi dico, in inciso, meglio sapere chi è adesso Renato Curcio, che è uno che fa un bel lavoro con la sua casa editrice, piuttosto che sapere chi era quando faceva il visionario socialista del tribunale proletario e emetteva sentenze come se piovesse, no? -, io quando vedo uno di quelli lo dovrei guardare, dovrei sputargli in faccia e scappare via veloce, senza dargli spiegazioni, tanto lui capirebbe, spero. Però se non capisce? Se pensa che sono matto? Se poi inizia ad andare in giro, alle cene con i suoi amici-ex-rivoluzione-solo-noi, a dire che i giovani d’oggi non hanno ideali, non hanno punti fermi, quindi sono diventati matti per tutte le ore che passano davanti al computer e alla tv? Ossignore, no. Non devo lasciarglielo fare, devo sistemare il tiro, così ancora non va.

Allora ripartiamo. Ancora, una volta. Stavolta, con una spiegazione, direi. Sì.

Io, quando vedo un ex sessantottino, un di quelli che l’Italia loro l’hanno cambiata perché non facevano come i giovani d’oggi che stanno tutto il giorno su Facebook, ma andavano in piazza e si incontravano per davvero, fisicamente, mica virtualmente, o telematicamente, che ormai questi giovani fanno anche all’amore via webcam, se ancora sanno cosa vuol dire fare l’amore, io quando vedo uno di quelli dovrei fermarlo e dirgli, ehi, mr Rivoluzione-solo-noi, mr il mondo lo cambiamo, sai cosa ti dico? Che invece che andare in piazza, potevi anche stare chiuso in casa a guardare i filmetti di Edwige Fenech e Lino Banfi e Alvaro Vitali, che ci facevi un piacere a tutti. Sì, caro il mio voi-giovani-dovreste-leggere-il-libretto-rosso – che poi, per inciso, io l’ho letto e credo sia una roba che, a confronto, il rosario ha più spunti di riflessione -, era meglio se stavate a casa, visti i risultati, visto che a forza di colpi siete riusciti a prendere quel potere che tanto anelavate e avete costruito una bella realtà fatta di precariato, disoccupazione, ragazze che non vengono assunte perché ragazze, per parlare solo del versante lavorativo, perché se volessimo metterci a discutere anche del giustizialismo, delle leggi contro i migranti…facciamo notte. Comunque, sì, caro mio, era meglio se non andavi in piazza, e anzi, era meglio se in piazza non ci portavi nemmeno me. Sì, era meglio se, quando avevi fatto quelle belle parate per l’articolo 18, e io avevo diciassette anni, mi dicevi, in uno slancio di sincerità, guarda, se vuoi venire, vieni, ma ricordati che scendi in piazza per me, non per un diritto generale, o per il tuo futuro, perché tu, nel futuro, avrai solo contratti a progetto, o di collaborazione, che IO ho ideato e immesso nel mondo del lavoro, quindi tu il diritto di sciopero te lo devi proprio scordare. Questo avresti dovuto dirmi, prima di farmi venire fino a Roma per un cazzo. Ecco, credo che gli direi tutto questo, o magari anche quelcos’altro, e poi gli sputerei in faccia e correrei via, fino a casa. In questo modo, almeno, non avrebbe niente da dire che non so le cose, o che non capisco i rapporti di potere, no? Io l’ho capito chi comanda. Io l’ho capito fin troppo bene chi è passato dalla parte del potere e chi viene schiacciato, ma forse…forse è proprio questo che…boh, anche in questa ultima versione…non so, c’è qualcosa che non va per il verso giusto, riguardo alla questione del potere.

Aspetta che riproviamo per l’ultima volta.

Io, quando incontro un ex sessantottino, uno di quelli della rivoluzione maoista anche in Italia perché no?, io lo saluto e gli dico Ciao, perché vuole che sul posto di lavoro siamo tutti amici e ci diamo del tu. Io lo guardo e gli dico anche come va? e, ogni tanto, lo ascolto che mi racconta di quando era ragazzo e lanciava i sanpietrini alla polizia e gli occhi gli si illuminano di ricordo. Poi, però, quando arriva il momento che parli io, io allora prendo coraggio, ma poi non gli dico mai niente sul fatto che mi ha assunto con un contratto schiavista per due mesi, che seicento euro al mese per sei ore al giorno di lavoro non sono una paga degna, che in questo modo lui mi tratta molto peggio di come gli operai, i proletari, venivano trattati quando lui scendeva in piazza. Io tutto questo non glielo dico, perché, anche se sono senza ideali, io una cosa l’ho capita, e questa cosa che ho capito sono i rapporti di potere. Per questo, quindi, ho capito che questo ex-trotskysta del viva la rivoluzione permanente, ora è il mio capo e che potrebbe cacciarmi da un momento all’altro,  anche senza ragione – altro che art.18 -, e dato che a fine mese l’affitto lo devo pagare e le bollette pure, e dato che la mia ragazza con cui convivo è nella mia stessa situazione, allora io ho capito soprattutto che non posso dire niente, non posso sputare e non posso correre, ma sto fermo e sorrido, come se tutto fosse ok.

Alessandro Busi

Altra settimana, altro giro.

Probabilmente di Massimo Gallo avete sentito parlare molto meno rispetto a Stefano Cucchi, per varie ragioni. Una  su tutte, forse, perchè la storia di Gallo è stata subito archiviata come suicidio, dato che l’hanno trovato impiccato. Ma allora io chiedo: se una mattina si trovasse una persona impiccata in piazza, in mezzo alla gente, davanti alle telecamere delle banche, saremmo così pronti a liquidarlo come suicidio?

In questo caso la storia è andata così.

Linko il mio articolo pubblicato su Nazione Indiana:

Uno, nessuno, sessantacinquemila

Spero interessi.

Alessandro Busi

Oggi linko un mio articolo sul caso Cucchi che hanno pubblicato sul sito Nazione Indiana. Non sto a dire che mi fa molto piacere:

Errore di sistema

Ciao

Alessandro Busi

 

Ps: un grazie particolare a Marco Rovelli che mi ha aiutato nell’editing del pezzo

Questo racconto è stato pubblicato sul sito della rivista letteraria Argo: Esorcizzare la morte

Esorcizzare la morte

1

Certe cose mi hanno sempre spaventato. Non in maniera, come si dice, razionale, ma proprio in maniera ventrale, di pancia. Sì, intendo quella paura che, a mò di terremoto, nasce con un epicentro gastrico e si espande, attraverso le trasmissioni nervose, fino alla punta dell’ultimo dito.

2

Mauro uscì di casa alle quattro e mezza di notte. Tutti gli orologi elettronici che spuntavano dalle insegne delle farmacie indicavano, minuto più, minuto meno, un 4 accompagnato da un 3 e da un due, il tutto chiuso da due lettere maiuscole: AM.

Prese l’auto e, musica a palla, si mise a guidare come un matto.

3

È più che altro la mancanza di aspettative che mi lascia atterrito. Cioè, voi come la prendereste se ora, in questo preciso istante io vi dicessi che non avrete un’altra mattina?Magari non ci avete mai pensato, allora fermatevi un attimo e riflettete: ora, in questo preciso istante, io vi dico che domattina non vi sveglierete. Non metterete il piede scalzo sul pavimento freddo, non farete la prima pisciata rumorosa, non vi laverete i denti e non vi incazzerete perché è finita la marmellata di pesche ed è rimasta solo quella di agrumi, che  vi fa schifo.

4

Il cervello gli rimbombava nel cranio, completamente scosso dalla potenza dei woofer del suo nuovo impianto audio. Aphex Twin con “Come To Daddy” imperava nell’abitacolo e faceva tremare i vetri e la manopola del cambio.

Mauro vedeva la strada restringersi e, più aumentava la velocità, più gli sembrava che le persone sul marciapiedi fossero solo delle specie di fantasmi deformi. Con un’occhiata veloce sul cruscotto vide che erano le quattro e quaranta e, pensando che sarebbe dovuto arrivare a destinazione dopo un quarto d’ora, svoltò a sinistra e prese la strada più lunga.

5

Vi dirò che  io non ci avevo mai pensato a queste cose, poi, però, incontrai un signore: John Tot. Ricordo bene che, sedutosi vicino a me sul bus e postemi le domande che io vi ho posto adesso, personalmente lo liquidai come il classico matto dell’autobus. Ma fu alla sera che le idee si fecero più chiare. Dovetti aspettare di essere a letto per accorgermi che avevo paura della morte.

6

L’orologio del cruscotto segnava che mancavano cinque minuti alle cinque antimeridiane, così, Mauro, inchiodando e facendo stridere le gomme, fermò l’auto davanti alla sua tabaccheria. Scese, prese il frontalino dell’autoradio e, alzata la serranda ed accese le luci, girò il cartello dell’ingresso, mettendo la scritta APERTO rivolta verso l’esterno.

7

Poi, il giorno seguente rincontrai John che mi venne vicino e mi chiese se avessi pensato a quello che mi aveva detto. Io gli dissi che mi aveva rovinato la vita, perché ora, qualunque cosa facessi, mi prendeva la paura di morire. Se facevo le scale, avevo paura di un infarto. Se andavo in auto, avevo paura di fare un incidente.  E così via.

8

Il primo cliente fu un mezzo barbone che gli chiese se avesse delle sigarette da regalargli, ma Mauro, mostrandogli la pistola, lo fece scappare a gambe levate. Una volta uscito lo scarto della società, così li chiamava lui quelli lì, si ingobbì nuovamente e si rimise a sistemare le scatole di penne bic sotto il bancone.

Non ebbe nemmeno il tempo di sentire il dlindlon dell’ingresso, che il rumore di uno sparo gli riempì le orecchie.

Mauro si alzò di scatto e vide davanti a sé un uomo con un cappotto di pelle nera, un berretto da baseball ed un fucile in mano. Al solo sguardo, si capiva, data la somiglianza con i cattivi dei film, che era un uomo pericoloso e  moralmente malvagio.

“Ma cosa vuole?”, gli chiese Mauro con voce impaurita.

“I want you to die!”, rispose l’altro con voce cavernosa e inarcando il sopracciglio destro.

Mauro capì subito che era arrivata la sua ora e i pensieri iniziarono a frullargli in testa, come fili d’erba durante un uragano.

9

Ricordo bene che, a quel punto, vedendo la mia espressione spaventata e smarrita, fu John a parlare e a dirmi queste testuali parole:

“Un modo per vincere la tua paura, che è la paura che affligge tutti noi esseri con una fine certa, c’è, e si chiama: E.D.V.L”

10

L’uomo cattivo fece un passo avanti e gli puntò la canna del fucile dritto sulla fronte sudata. Mauro sentiva le vene vicine alle tempie che pulsavano fortissimo.

“I want you to die”, ripeté quell’altro, prima di schiacciare il grilletto e di fargli esplodere il cervello.

11

Io, ovviamente, mi fidai senza avanzare alcun dubbio, poi, però, prima di entrare in casa sua, gli chiesi cosa volesse dire E.D.V.L e lui, indicatomi di precederlo, mi disse che l’acronimo stava per: Exorcize Death by Virtual Life.

12

Andrea vide tutto nero ed un contatore che indicava 00:00. Il tempo a sua disposizione era finito. Tolto il casco e staccati gli elettrodi,  si alzò dalla poltrona e si diresse verso le docce.

Mentre si lavava, pensava che stava proprio meglio e che era veramente contento che Mauro fosse morto.

13

Allora ero il solo ad utilizzare Exorcize Death by Virtual Life. Oggi siamo più di quaranta milioni in tutto il mondo!

Prova anche tu ad esorcizzare la morte! Da oggi si può!

Exorcize Death by Virtual Life

14

Finito di lavarsi, andò alla cassa e pagò i suoi venticinque euro.

“Ascolti, prenoterei una morte di coppia per Mercoledì”

disse sorridendo alla segretaria.

“Certo”

rispose l’altra con voce squillante.

“Nomi?”

Chiese poi, già con le dita sulla tastiera pronte ad annotare i dati necessari.

“Allora, Mauro Rossi per me, e, se non sbaglio, Laura Araldi, per Marta”

Rispose Andrea.

“Perfetto”

Proseguì la segretaria fissando lo schermo.

“e avete già pensato di che morte morire?”

Andrea le disse che volevano provare l’attacco aereo terroristico, dato che era nuovo e non l’avevano ancora testato.

La signorina gli rilasciò la ricevuta con l’appuntamento indicato e lo salutò cortesemente.

Andrea uscì dal palazzo e si diresse verso la macchina. Faceva freddo e sentì un brivido lungo la schiena. Come prima reazione si strinse la sciarpa al collo, poi, senza accorgersene, accelerò il passo.

Alessandro Busi