Questo articolo, che tenta di spiegare come si sia costruita la categoria sociale di clandestino, è stato pubblicato sul primo tentativo di “rivista” su facebook, Psicologia On Line.

Il clandestino: una costruzione sociale

“se vado in centro a fare quattro passi

le strade sono piene, piene d’odio”

Ballata dell’emigrazione, Alberto D’amico

L’altro giorno ero sull’autobus quando sono saliti tre controllori, uno per porta. Durante i controlli, in fondo, hanno trovato un ragazzo che non aveva timbrato il biglietto e che, alla domanda reiterata, hai i documenti? Sei clandestino?, rispondeva, No c’è documenti. Alla fine della discussione, nella quale il ragazzo aveva saputo rispondere che era vero che era clandestino, ma che non aveva ucciso nessuno, un signore seduto davanti a me, che aveva seguito con attenzione tutta la scena, ha chiosato pensando ad alta voce: i sé tuti uguai.

Secondo la teoria della categorizzazione di sé di Turner, l’identità sociale si definisce in funzione dei gruppi ai quali si appartiene, o si sente di appartenere (noi), e dei gruppi che si percepiscono come estranei (altri). La valutazione per la quale ci si considera inseriti o meno in un gruppo, in una categoria, si basa sui prototipi, ovvero “schemi cognitivi caratterizzati dalla tendenza per un verso a minimizzare il numero e l’intensità delle differenze relative alle caratteristiche attribuite ai componenti di un gruppo, per l’altro a massimizzare le differenze tra i gruppi”[1]. Se ciò è valido in ogni tipo di situazione, lo è tanto di più all’aumentare della salienza del gruppo in questione. Se prendiamo come esempio la categoria sociale dei criminali, o meglio ancora, dei detenuti, ovvero di persone che nelle loro vite hanno fatto azioni che si considerano ascrivibili al principio di male (nella nostra cultura è forte il legame fra ciò che è male e ciò che è illegale), rispetto al quale, per comodità, preferiamo sentirci completamente estranei, e che vivono in strutture apposite, situate fuori dalle città e separate dalla cosiddetta società civile[2], è facile che si attivi l’immagine di persone differenti da noi, sia sul piano morale, quanto addirittura, sul piano fisico.

Da quasi vent’anni a questa parte, indicativamente dalle prime immagini trasmesse e pubblicate da tv e giornali dell’arrivo dei barconi stracolmi di persone dall’Albania, dal momento in cui partiti politici e giornalisti hanno iniziato ad utilizzare termini come “orda”, o “invasione”, oppure slogan elettorali quali “Un voto in più alla Lega, un albanese in meno a Milano”[3], oppure “Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono nelle riserve”, con riferimento alla storia degli indiani dell’America del nord, da quel momento, anche la categoria di clandestino, legalmente definita solo dalla violazione di una norma amministrativa sull’ingresso in Europa, è entrata di diritto a far parte delle categorie stigmatizzanti: categorie i cui appartenenti sono riconosciuti, sono narrati e mai narranti, sono osservati nei loro comportamenti in maniera microscopica, e sono definiti dalle peculiarità che caratterizzano le rispettive categorie di riferimento[4].

In questo processo di costruzione sociale del clandestino, si possono individuare due momenti fondamentali:

-                               All’inizio dell’agosto del 1991, arriva dall’Albania a Bari una grande nave pienissima di persone, la cui immagine fa il giro del mondo, e diviene un problema di ordine pubblico al quale si deve dare risposta. Nella fattispecie, la risposta è stata questa: “gli albanesi vengono dirottati nello stadio di Bari (con la promessa di soggiorno e lavoro), dove resteranno circa una settimana, privi di servizi igienici, bagnati dagli idranti della polizia e riforniti di cibo dagli elicotteri. Lo stadio è circondato dalle forze dell’ordine e visitato da cittadini italiani che portano i figli a <vedere gli albanesi>”[5]. Da quel momento, si può dire che sia stata fatta passare l’idea che di fronte all’arrivo dei clandestini, è normale un periodo di reclusione che, se sul piano dell’amministrazione, viene giustificato dalla necessità identificazione degli stessi, sul piano del significato sociale, ma anche per quanto riguarda quello che è il trattamento verso i reclusi, non ha nulla di diverso rispetto alla detenzione carceraria. In questo modo, i clandestini si trovano detenuti senza reato, ma comunque colpevoli di fronte alla società civile;

-                               A livello mediatico, il clandestino è rappresentato in un legame sempre più stretto con la criminalità. Giorno dopo giorno, si è arrivati a far diventare un implicito culturale, il collegamento fra clandestinità e reati, in particolare quelli di allarme sociale (spaccio, prostituzione, furti, stupri…). Grazie a ciò, ora non è più possibile parlare di immigrazione al di fuori di un discorso che la ponga come un problema da risolvere, in quanto essa è diventata la rappresentazione elettiva della devianza sociale[6]. Questo assunto ha permesso quindi lo spostamento della condizione stessa di clandestinità, da violazione di una norma amministrativa, a reato penalmente punibile, quindi lo spostamento della categoria clandestino, sotto il grande ombrello della categoria detenuto, o criminale, quindi sotto l’ombrello delle categorie che, nella nostra società, rappresentano le persone che commettono il male.

In questo modo, si è venuta a creare la tautologica[7] categoria sociale di clandestino, che, definita da un prototipo che prende le caratteristiche da altre categorie negative (detenuto, zingaro, terrorista…), rafforzata dall’attenzione puntata e gridata su ogni comportamento deviante messo in atto da qualcuno che vi appartiene e prontamente generalizzato a tutta la categoria, legittima ogni tipo di azione nei confronti di chi vi è inserito, perché tanto, sono tutti uguali.

Alessandro Busi


[1] A. Zamperini, I. Testoni, Psicologia Sociale, Einaudi Torino, 2002, pp. 290-291.

[2] Considero la società civile come un’aggregazione di cittadini conviventi in uno Stato, rispetto al quale possono discutere e influire. Sono estranee a questa quelle categorie di persone come i detenuti, molti dei quali non hanno diritto di voto (art. 29 del codice penale), e clandestini, ovvero individui che legalmente parlando, non esistono (“nonostante la vostra parola che mi designa in quanto illegale, io esisto”, M. Rovelli, Servi, Feltrinelli Milano, 2009, p. 20).

[3] A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli Milano, 2004, p. 127.

[4] G. P. Turchi (a cura di), Tossicodipendenza. Generare il cambiamento tra mutamento di paradigma ed effetti pragmatici, Upsel Domenghini editore Padova, 2002, pp. 48-74.

[5] A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli Milano, 2004, p. 184.

[6] A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli Milano, 2004, pp. 63-104.

[7] La tautologia, vera in quanto tale, sta proprio nel considerare il clandestino come un criminale in quanto clandestino.

Ciao a tutti,

segnalo è un articolo che abbiamo scritto io e Piero Bocchiaro sul carcere, in cui abbiamo provato a mettere assieme narrativa e saggistica: la storia di due normali giornate di lavoro di un agente, si alternano alla lettura e al tentativo di spiegazione delle dinamiche che caratterizzano l’istituzione carceraria e le istituzioni totali, in generale.

Siccome è stato pubblicato su Nazione Indiana, metto il link:

Le ore d’aria

Spero interessi

Alessandro Busi

Questo è un racconto che sarà pubblicato sul numero 25, Stanze, della rivista letteraria parmense La luna di traverso

Hai visto che botto?!

Alla fine è vero. Alla fine, noi siamo fatti di stanze. La nostra vita è un susseguirsi di stanze. No, non la intendo secondo la logica psicoanalitica, quella per cui l’evoluzione delle persone è divisa in fasi, che sono un po’ come delle stanze, dove si entra e si esce. No, quello che voglio dire è che, in fin dei conti, la nostra vita potrebbe essere disegnata a blocchi, a scatole, ognuna rappresentante una specifica stanza.

Faccio l’esempio della mia giornata.

Io mi sveglio alle otto nella stanza da letto, poi mi sposto in bagno, infine vado in cucina. Ora, anche se bagno e cucina non si chiamano stanza da cesso-doccia e stanza da mangiare-bere, comunque, sempre stanze sono. Poi esco e faccio le scale del condominio, le quali non sono altro che una grande stanza di forma strana e piena di scalini. Vado in garage, stanza cupa e sotterranea, e salgo in macchina. Riguardo alla macchina confesso che avevo dei dubbi; poi però mi sono detto: «Perché non ci dovrebbe essere una stanza con un motore, quattro ruote, i muri di lamiera e un volante?».

«Alla fine, anche l’automobile non è altro che una stanza in movimento», ho pensato.

Mentre vado al lavoro, poi, trovo sempre la coda. È una costante, quasi come quelli di “Lotta Comunista” che vogliono vendermi il giornale fuori dal bar – stanza – dove pranzo. Sì, ci metto il quasi, perché ad agosto la coda non c’è, loro sì. Comunque, questa coda a me un po’ piace, perché mi permette di guardare nelle macchine degli altri. Un giorno, per esempio, c’era una signora grassa dietro di me, che, penso ascoltando la musica, ballava come una pazza, finché non si è accorta che la stavo guardando dallo specchietto e allora ha smesso. Un altro giorno, invece, mi ricordo che avevo davanti due, un ragazzo e una ragazza: tutte le volte che la coda si fermava, si baciavano come se non si vedessero da anni. E magari era così. Comunque, questa possibilità di vedere nelle macchine degli altri mi ha fatto pensare che la coda della mattina è un po’ come ricreare un quartiere di case con i vicini intercambiabili. Ho pensato anche che la coda è come un agglomerato di stanze tenute assieme dalla lingua d’asfalto, una specie di parete in comune.

Poi, prima di arrivare al lavoro, a volte mi fermo dal benzinaio: se al posto dei pali per tenere su la tettoia di cemento ci avessero messo i muri, allora sì che sarebbe una stanza a pieno titolo; ma diciamo pure che il benzinaio è una quasi stanza. Al contrario è proprio una stanza, certo sui generis, quel marchingegno per me fantastico dell’autolavaggio.

A questo punto, parcheggio nel garage aziendale, che altro non è che un’immensa stanza divisa per sale – alias stanze –, e lascio le chiavi al custode, il quale passa le sue giornate in uno stanzino piccolissimo, illuminato da una lampadina appesa al filo e con alle pareti un sacco di calendari di soubrette prosperose e svestite. Proseguendo, entro in sede e vado in ufficio, dove ho la mia scrivania divisa da quelle di Mario e di Marina per mezzo di pareti di compensato, che traballano, non arrivano al soffitto, ma delimitano un confine, quindi generano stanze.

Da qui in avanti la mia giornata continua stanca, fino alle cinque di pomeriggio, quando, dopo essere risalito in macchina, mi avvio verso casa. In genere faccio la stessa strada dell’andata, solo all’incontrario. Ma l’altra sera no.

L’altra sera, arrivato all’imbocco di via Garibaldi, ho trovato la carreggiata transennata e un signore che, con in mano una paletta catarifrangente, faceva segno di svoltare a sinistra e prendere la tangenziale. Procedendo con il finestrino abbassato, ho sentito un altro signore spiegare ad un ciclista che avrebbero fatto crollare la palazzina che indicava con il dito.

«Fino a stasera alle venti la zona è evacuata», diceva.

Queste sono state le ultime parole che ho sentito, prima di avanzare ed entrare in tangenziale. Appena passato lo svincolo, poi, ho visto che c’erano una decina di auto parcheggiate nella corsia d’emergenza, con i rispettivi proprietari accanto. Dopo l’ultima macchina, una Twingo blu, anch’io ho accostato e sono sceso. Se non avessi smesso di fumare, mi sarei acceso una sigaretta, come nei film.

«Chissà che botto», mi ha detto, sorridendo e sfregandosi le mani il mio vicino di auto.

Dopo un paio di minuti, si è sentito un boato e la palazzina rosa è venuta giù su se stessa, alzando una gigantesca nuvola di polvere. Sembrava una scena apocalittica. Se ci fossero stati il ralenti e l’inizio di Shine on your crazy diamond dei Pink Floyd, sarebbe stata perfetta. Io, mentre guardavo con gli occhi sbarrati, ho sentito un brivido lungo la schiena, così mi sono chiuso il colletto della camicia; ma è stato inutile. Non era freddo: piuttosto, malinconia. Nei resti di quella palazzina – ex grandissima stanza –, vedevo succedersi le stanze della mia vita: dalla cucina di mia nonna, alla sala giochi del mare; dagli interni della Fiat Tipo del papà di Luisa, la mia ragazza di quando avevo diciotto anni, fino allo studio del dentista dove sono andato due settimane fa a fare la pulizia dei denti.

In pochi secondi ho visto scorrermi davanti tutti i miei trent’anni. Ero talmente emozionato da non respirare, fin quando il signore della Twingo mi ha dato una forte pacca sulla spalla, mi ha strizzato l’occhio e mi ha detto: «Hai visto che botto?!».

Alessandro Busi

Questo racconto tratta di precariato, di università, di Pierluigi Celli e della sua lettera al figlio, e di fondi di caffè lasciati in tazzina a seccare. Questo racconto, poi, è stato pubblicato sul blog del collettivo Scrittori Precari.

Il trasloco

E adesso?, mi chiede, dove vai, cosa pensi di fare, adesso?

Io gli sto seduto di fronte e ascolto la sua voce profonda. Mi è sempre piaciuta anche da bambino la voce di mio padre. Una volta, mi ricordo, una volta era in camera mia la sera, che mi leggeva una storia per farmi dormire. Mi leggeva una storia, che raccontava di un ragazzino con i capelli ramati, che era arrivato sulla terra per scoprire come vivono gli umani, e poi si affezionava ad una ragazzina e decideva di vivere qui, e faceva alleare il mondo nostro con il mondo suo, e vissero tutti felici e contenti. Mi ricordo che stavo a letto e lo ascoltavo, e mentre lo ascoltavo sentivo la testa che mi vibrava sotto i bassi della sua voce, e mi piaceva e l’avrei ascoltato per ore. Adesso, invece, non lo guardo nemmeno negli occhi. Anche la sua voce mi sembra diversa. Non ha più quel modo fermo che ricordavo. Sembra come che quella tonalità bassa, nasconda qualcosa che non va: insicurezza, domande. Allora io non lo guardo e sto seduto, e mi scortico le dita con la bocca, mentre tengo gli occhi fissi sulle scarpe di mia madre che sta in piedi davanti alla finestra e non dice una parola.

Il giorno che vinsi la borsa di dottorato ero a casa della mia ragazza, di Marta, e fu proprio lei a dirmelo. Io ero in cucina che facevo il caffè, quando la sentii urlare come una pazza e ridere in maniera isterica.

Sarà uscito un nuovo video degli Eels, pensai, conoscendo il suo innamoramento per Mark Oliver Everett, invece mi sbagliavo.

Mi accorsi che mi sbagliavo, quando la vidi arrivare in cucina saltellando con il portatile in mano. Quando lasciò il portatile con la pagina dell’università aperta, e quando mi mise le braccia al collo e mi diede un lungo bacio a stampo sulle labbra.

Marco, adesso che pensi di fare, Marco?, mi dice mio padre, adesso che torni a casa, che pensi di fare?

Io continuo a fissare le scarpe verdi di mia madre, e guardo i suoi passi attorno per la stanza. Sul tavolo, le tazzine sporche di caffè hanno lo zucchero indurito dentro. Penso che le lascerò nel lavandino senza lavarle, tanto, mi dico, tanto poi chissenefrega. Mio padre continua a chiedermi cose sul mio futuro a cui non so rispondere. Forse potrei dirgli che cercherò un posto da commesso nel nuovo centro commerciale vicino a casa, magari nel Trony, dove gli può interessare la mia laurea e il mio mezzo dottorato in ingegneria informatica. Magari potrei dirgli anche che poi, se mi faranno un contratto che duri più di due mesi, cercherò casa da solo e andrò a vivere con Marta, ma non riesco a dirglielo. Non riesco a dirglielo, perché, come mi aveva detto una sera un mio amico che studiava psicologia, quando dici una cosa è come renderla vera, è come se la facessi materializzare, e allora se rispondessi a mio padre, sarebbe come farmi crollare il mondo addosso.

Il giorno che venne revocata la mia borsa di studio, per ragioni di ordine economico e nonostante apprezziamo il lavoro da Lei svolto in questi due anni, così recitava la lettera di comunicazione, il giorno che venne revocata la borsa di studio con cui venivo pagato, andai subito nell’ufficio del preside di facoltà, che mi accolse preparato. La segretaria mi fece entrare senza attese e lui era seduto dietro la scrivania e mi disse accomodati, facendo il segno con la mano. Mi disse anche che, prima di lasciarmi parlare, aveva bisogno di dirmi che era estremamente dispiaciuto per ciò che era accaduto e che non avrebbe mai voluto una simile situazione. Aggiunse che purtroppo è un periodo di crisi e che tutti avremmo dovuto fare dei grossi sacrifici, tirare la cinghia, disse, ma che purtroppo erano cose che non dipendevano da lui. Forse, aggiunse ancora,  forse ha proprio ragione il mio amico Pierluigi Celli, con cui eravamo a scuola assieme alle superiori, a dire che i giovani devono andare all’estero. Io lo lasciai parlare e, lì per lì, gli risposi che capivo, che era ovvio che non fosse colpa sua, ci mancherebbe, gli dissi, era solo che…poi non finii la frase, mi alzai, gli strinsi la mano e mi girai verso la porta. Nei cinque metri di tragitto verso l’uscita, pensai che quelle che aveva detto erano tutte cazzate, che lui aveva un potere decisionale e che, in fin dei conti, questo stato di cose, questo stato di cose dove i genitori negano il futuro dei figli, l’aveva deciso lui, non io. Mentre abbassavo la maniglia, pensai anche che quel Celli era proprio stronzo, perché è troppo comoda avere una posizione di potere e poi dire al figlio, vattene dall’Italia. Troppo comoda non assumersi mai le proprie responsabilità, all’interno di una situazione dove si comanda. Troppo comoda lavarsi la coscienza così, cazzo, pensai, mentre chiudevo la porta dietro le mie spalle.

Per riportare tutta la mia roba a casa abbiamo affittato un furgone. Mia madre è seduta in mezzo, fra mio padre che guida, e me, che guardo fuori dal finestrino. Dopo aver chiuso la porta di casa, caricato le ultime due valigie e consegnate le chiavi alla portinaia, che mi ha salutato dicendomi che le spiaceva tantissimo che me ne andassi, non ho più parlato. Dopo aver sorriso alla portinaia, non ho più detto una parola.

Una volta in autostrada, ho acceso la radio, che rompesse la monotonia del solo rumore del motore che si sentiva in macchina. Il dj parla delle settimane bianche prenotate per il mese di dicembre, per le vicine vacanze di Natale. A riguardo, intervista il direttore di un importante albergo di Cortina.

Devo dire che nonostante la crisi ci sono moltissime prenotazioni, dice con voce composta e accomodante, alla fine una settimana di lusso e svago non se la nega nessuno.

Mio padre continua a fissare la strada, come ipnotizzato. Scuote solo leggermente la testa, poi mi lancia un veloce sguardo e abbozza sulle labbra un sorriso amaro.

Alessandro Busi

Torniamo alla narrativa, ma soprattutto torniamo al futuro, come direbbe Marty McFly. Torniamo quindi a vedere come saremo dopo il 2012,  quando avremo la data di scadenza sulla chiappa destra, con questo racconto pubblicato sulla rivista Teflon.

Da consumarsi entro il

Anno 4021. Secondo il nuovo calendario, siamo nel 2009 dopo la grande fine, dopo il ventuno dicembre 2012. Da quel giorno, così riportano le scritture, tutto cambiò, ma tutto rimase uguale. Le lingue parlate rimasero le stesse, e anche quelle scritte, quindi, se proprio vogliamo fare i filosofi, anche le realtà da loro costruite rimasero le stesse, ma alcune cose cambiarono ugualmente. Le persone, per esempio, cambiarono di colore, più grigio rispetto a prima, perché da quel momento iniziarono ad avere il teflon nelle vene al posto del sangue, e ancora adesso, quando piove, devono rientrare di corsa a casa per non fare la ruggine. E poi anche la data di scadenza sulla natica destra, anche quella è una novità. Una volta, infatti, la gente non aveva alcuna idea di quando potesse morire: poteva succedere da un momento all’altro. Si racconta addirittura, che certi religiosi insegnassero ai bambini a ringraziare il loro dio di averli fatti svegliare vivi, e non morti. Si racconta anche che ci fossero discussioni, in canali telematici come uno chiamato Yahoo answer, dove si discorreva sul perché certe persone pensassero alla morte almeno una volta al giorno[1]. Adesso queste cose non ci sono più. Adesso, dopo il rimescolamento degli elementi, ognuno conosce la propria data di scadenza, basta che si guardi il sedere allo specchio, oppure che se lo faccia guardare da qualcuno. Generalmente, appena si nasce, i più anziani della famiglia controllano la data di scadenza del nuovo arrivato e prenotano l’analisi degli elementi, per scoprire qual è la componente dominante. È importante sapere se si è al novanta per cento di yogurt, o latte, oppure se si è in buona parte composti di detersivo per i piatti. Perché i primi, raggiunto il loro giorno, sanno che inizieranno a decomporsi e a puzzare velocemente, fino a spegnersi, mentre i secondi sanno che la loro data di scadenza è solo indicativa, che potrebbero vivere altri cinque, o dieci anni senza avere alcuna conseguenza.

Il problema grosso, però, è soprattutto per chi si trova con una data di scadenza ravvicinata, per esempio dopo venti o venticinque anni dalla nascita, una cosa non facile da accettare. Adesso, il governo ha messo a disposizione di queste persone vari gruppi di psicoterapia, che li riportino a vivere il presente, l’hic et nunc, il qui ed ora, come lo chiamano in linguaggio tecnico, ma per tanti anni, questi sfortunati furono alla mercé delle sette. La notizia dei suicidi di massa era diventato un cliché telegiornalistico: quelli del Mal comune mezzo gaudio, si erano uccisi tutti tenendosi per mano e dopo essersi fatti tatuare in faccia un sorriso; mentre gli Uomini sicuri di sé, quelli che non dovevano chiedere mai, erano tutti morti buttandosi dal ponte 25 aprile di Lisbona, sicurissimi che, se la loro morte era fissata, non gli poteva accadere niente altro di male. Semplicemente non avevano pensato che, esattamente come lo yogurt va a male prima se si rompe la confezione, così la data di scadenza delle persone è solo indicativa.

Luigi ha la scadenza a ottantasette anni e cinque giorni dopo la nascita, e per il novanta per cento è fatto di Arbre Magique al gusto di Pino silvestre, e stasera è alla sua prima seduta di terapia di gruppo Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. Sta seduto sulla sua sedia di plastica marrone di fianco a Marta, scadenza a ventidue anni tre mesi e due giorni dalla nascita e per l’ottantatre per cento fatta di Parmigiano già grattugiato, ma non le ha ancora rivolto la parola. Rimane seduto e fissa il linoleum verde del pavimento. È lei che inizia a parlargli.

È la prima volta che vieni?, gli chiede, non mi sembra di averti mai visto prima.

Lui le risponde che sì, che è vero e che si sente molto agitato, perché non ne ha mai parlato con nessuno delle sue paure a riguardo alla morte. Lei, allora, gli mette la mano sulla spalla e gli strofina la schiena, gli sorride e gli dice che si troverà benissimo in quel gruppo. Automaticamente, poi, si scambiano le proprie aspettative di vita: lei gli confessa sinceramente la sua e lui le risponde che sarebbe morto dopo soli cinque anni e mezzo, alla giovane età di ventinove anni. Mentre glielo dice, sente la gamba destra che gli trema, e dopo aver finito, dà un colpo di tosse e sorride con un’espressione amara. Lei lo guarda e sorride a sua volta, e sposta la mano sulla gamba, con fare consolatorio. Gli dice anche che tutto il male non viene per nuocere, però, perché lei, da questa breve vita, ha imparato che l’importante è godersi le proprie gioie, senza pensare al futuro, e che quindi,  da un paio d’anni aveva deciso che tutti i giorni, con chiunque le piacesse, avrebbe fatto l’amore, perché è la cosa più bella che ci sia al mondo.

O no?, gli chiede poi in chiusura.

Luigi la ascolta con attenzione e annuisce per tre volte, convinto. Pensa che al suo amico Marco, quello che gli aveva consigliato di infiltrarsi in uno di quei gruppi che vedrai una che vuole scopare finché crepa la trovi di sicuro, così aveva detto, pensa che al suo amico Marco gli dovrà offrire una cena, se riuscirà veramente a portarsi a letto questa Marta. Lei, intanto, alza le braccia per stirarsi, allunga l’indice sinistro e sbadiglia. Nel distendere tutto il corpo, poi, il seno le si fa pronunciato e dai pantaloni spunta un tatuaggio che scende verso l’inguine. Luigi la osserva senza riuscire a parlare. Ha mille idee per la testa, una più porcella dell’altra, e si dice che, se dovesse servire, sarebbe pronto anche a frequentare assiduamente quei gruppi. Sopportare un’ora di terapia di gruppo sull’importanza del godere il presente e le piccole cose, sarebbe niente, pur di interrompere la sua astinenza sessuale, pensa. Però, pensa anche che non bisogna rimandare a domani quello che si può fare oggi, quindi prova a rilanciare un argomento a caso, giusto per non far cadere la discussione, quando, dal nulla, sente due mani ruvide e callose che lo prendono dietro al collo e gli stringono i nervi. Lui inizia a urlare e tutti si girano a guardarlo. In un momento, si trova in mezzo al cerchio, con ventinove persone che lo fissano e scuotono la testa, mentre accanto a lui c’è un uomo gigantesco che lo controlla.

Nella palestra rimbomba solo la sua voce, mentre dal suo posto Marta inizia a parlare.

Capite bene, che godere di ogni momento, non significa lasciarsi abbindolare da gente come questa, dice, indicando con sdegno Luigi, purtroppo dobbiamo stare attenti a chi è pronto a sfruttare le nostre debolezze per portarci a letto, o per prendere i nostri soldi, o chissà cos’altro.

A questo punto si alza, gli si avvicina, e fa segno al suo collaboratore di farlo alzare. L’uomo lo prende per la testa e lo tira su. Luigi continua a lamentarsi, ma sembra che nessuno lo senta. Marta, senza smettere di parlare, gli si ferma di fronte. Mentre dice che la forza dell’oggi non deve schiacciarci a dimenticare l’importanza della dignità personale, ma anzi deve portarci a radicalizzare le nostre scelte così da ipervalutare le nostre ore, che non saranno più di sessanta minuti, ma di quanti la nostra mente saprà viverne, mentre dice questo, mette le mani sul bottone dei pantaloni di Luigi e glielo apre, poi, forzando il rumore dei tacchi, gli cammina attorno. Lui si guarda in giro senza capire più nulla. Gli altri partecipanti annuiscono alle parole della terapeuta, sogghignando per la scena ridicola. Con un gesto forte, poi, lei gli scopre la bianchiccia natica destra e legge ad alta voce:

sette dicembre quattromilaottantotto, all’età esatta di ottantasette anni e cinque giorni, dice con voce stentorea, avete capito il signorino, ed era arrivato a dirmi che gli restavano cinque anni e mezzo di vita, per portarmi a letto.

Dagli altri iniziano a piovere fischi e offese verso Luigi, e Marta fa segno al suo assistente di buttarlo fuori.

In un istante, ancora spaesato, Luigi si trova sdraiato per strada, con i nervi del collo indolenziti. Dopo un paio di secondi, si rialza, si allaccia i pantaloni e si incammina verso casa. Tiene la mano destra dietro la nuca a massaggiarsela, mentre pensa che a Marco, altro che cena che gli offre.

Alessandro Busi


[1] http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20090311141506AA9tpTu

Call Center Revolution!

gennaio 7, 2010

Call Center Revolution!

Buongiorno sono Mario come posso aiutarla?

La voce accomodante del ragazzo della compagnia telefonica riempì la cuffia della cornetta dell’altro.

Sì, salve…ehm…io sono Luca Salvatori, un vostro ex cliente…

Luca parlava in maniera un po’ distaccata, mentre, con una mano, cercava la sua ultima bolletta.

Volevo informarvi che, appunto, io non sono più vostro cliente da un bel po’…eppure mi è arrivata una lettera in cui volete farmi causa perché non vi ho dato 22 euro…c’è un errore, credo…

Cercava di stare calmo, mentre, con l’orecchio teso, sentiva altri operatori che chiudevano contratti su contratti, e avrebbe voluto gridare a tutti i malcapitati di non accettare nessuna offerta.

No, signor Salvatori, non c’è stato nessun errore. È solo che lei ha ufficialmente rubato 22 euro alla nostra azienda.

Senza nessun preavviso, la comunicazione si interruppe, tagliata con rabbia.

Luca, che aveva schiacciato la cornetta contro il telefono e la teneva premuta come a volerla soffocare, respirava a fatica.

Non ci posso credere!, pensava, Ha dato del ladro a me?!

Gli mancava solo il fumo che usciva dalle narici, per essere la rappresentazione perfetta della rabbia: occhi larghi e cattivi, bocca storta e denti in mostra. La mano destra sembrava stritolare il ricevitore, mentre le vene sul collo erano gonfie e pulsanti.

Non riusciva a sopportare due cose: in primis, che quel ragazzino del cazzo gli avesse dato del ladro, secondo, cosa ben più importante, che non potesse mai sfogarsi con nessuno.

E con chi te la prendi? Col poveraccio che sta al telefono?!, si diceva sconsolato.

Ma stavolta era diverso.

Stavolta, sicuro che la storia si sarebbe ripetuta come sempre, si era fatto prestare, da un amico investigatore privato, uno di quegli affari che intercettano il luogo dove sta quello che ti parla al telefono. Non solo, ma stavolta, aveva preparato la pistola sul comodino vicino alla porta, così che, non dovendola cercare, non avesse il tempo per i ripensamenti.

Scuotendo la testa e sogghignando, scrisse l’indirizzo su un foglio; si mise la pistola nella fondina e, uscito di casa, salì in macchina e partì.

Il navigatore satellitare, con la voce femminile perché quella maschile lo infastidiva, gli dava tutte le indicazione necessarie, mentre la musica, “Lazarus! Dig Lazarus!”, gli dava la carica giusta: Un bel bluesettone per ammazzare il padrone, pensava.

Tempo quattro minuti e si ritrovò sotto le finestre degli uffici dai quali era arrivata la telefonata.

Giusto per capirci, il piano di Luca era perfetto. Un po’ rude, ma perfetto.

Lui aveva pensato che il luogo da cui parte la telefonata deve essere per forza la stanza call-center della sede dell’azienda, quindi, come logica sociale vuole, basta salire all’ultimo piano di tale sede per trovarne il responsabile.

In tutti i film il capo è all’ultimo piano e, più uno fa carriera, più gli danno un ufficio grande e in alto. Si sa.

Inoltre, qui c’era l’aspetto più problematico della faccenda, lui si era convinto che, essendo i lavoratori tutta gente sfruttata, l’avrebbero appoggiato, lasciandogli compiere la sua rivoluzione: Call Center Revolution!

Scese dall’auto ed indossò i suoi Raiban neri a goccia. Si sentiva come il vendicatore della notte: figo e cattivo, ma buono dentro.

La porta scorrevole si aprì da sé e Luca entrò con fare sicuro e col passo deciso.

Nelle stanze al piano terra sentiva le voci di decine di telefonisti che si mescolavano disordinate.

Lo faccio anche per voi, pensò.

Senza indugi, salì le scale fino ad arrivare all’ultimo piano. Davanti a lui c’era una porta grigio chiaro, con la maniglia rossa di plastica.

Ci siamo, pensò.

Fece un respiro profondo e, impugnata la maniglia con la mano sudata, la abbassò ed entrò.

Era pronto ad urlare contro l’uomo che doveva esserci dall’altra parte, e, soprattutto, a scaricargli addosso il suo caricatore, quando, estratta la pistola e puntato con lo sguardo, ancora prima di pronunciare le prime parole, scoprì di essere il solo essere vivente in quell’ufficio.

Spiazzato.

Si avvicinò alla scrivania e lesse il foglio che vi stava poggiato:

Salve signor Salvatori,

noi sapevamo ciò che aveva intenzione di fare, ma deve sapere che ormai, come si dice, il potere è delocalizzato, quindi lei avrebbe ucciso uno qualunque dei nessuno che dirigono un piccolo call center. Ecco signor Luca, lei avrebbe ucciso un poveraccio qualsiasi, uno proprio nelle sue stesse condizioni. No, non ci ringrazi per averle impedito questo gesto assurdo, ma si sieda sulla poltrona ed attenda l’arrivo della polizia.

La classe dirigente

Ps: abbiamo controllato ed aveva ragione, lei non ci doveva 22 euro. Ci scusi per l’errore.

Luca si sedette incredulo e, impotente come sempre, rimase ad ascoltare il rumore delle sirene che si avvicinavano per portarlo via.

Alessandro Busi

Bisogna che tutto cambi: il primo morto in carcere del 2010

Ad ogni capodanno, dopo i festeggiamenti, quando vado per strada e trovo i resti di petardi e bottiglie e boh, ogni capodanno, io penso alla frase del Gattopardo, quella famosissima, quella che dice: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Ci penso ad ogni capodanno a questa frase, perché mi sembra che a capodanno, noi ci illudiamo che con il cambio della data tutto sarà diverso, tutto si modificherà. Alla tv, per esempio, si alternano gli oroscopi, che dicono che nell’anno successivo, succederà qualcosa di completamente nuovo rispetto all’anno precedente, che se fosse davvero così sarebbe come se vivessimo su base annuale, perché poi, l’anno dopo faremmo tutt’altro. Eppure, penso, è importante che le persone si illudano di tutto ciò, perché, parafrasando: bisogna fare in modo tale che le persone si illudano di poter cambiare qualcosa, affinché non si accorgano che non cambia nulla.

Allora anche quest’anno mi è venuta in mente questa frase, però non l’uno gennaio, come sempre, ma un po’ dopo. Diciamo che mi è venuta in mente il quattro, quando ho letto una mail[1], ma doveva venirmi in mente il due. Diciamo anche che, ad Altamura, che è un paese di sessantanovemila abitanti in provincia di Bari, dove, oltre alle normali attività commerciali, c’è anche un carcere da 52 posti, con attualmente 90 detenuti presenti, diciamo anche che ad Altamura, fra gli agenti, e anche fra i detenuti, qualcuno il due gennaio deve averlo pensato: non cambia proprio un cazzo, parafrasando Tommasi di Lampedusa. Poi Diciamo ancora che, forse, il primo a cui è venuta in mente questa frase, però, è stato Pierpaolo Ciucco, un ex detenuto di 39 anni che era condannato per reati di droga[2], e aveva passato il capodanno in una delle celle del carcere di Altamura. È possibile che anche lui avesse sognato che il cambio di data potesse portargli una nuova vita. Magari, alla mattina del primo gennaio, aveva anche pensato che lasciava ancora un giorno all’anno nuovo per cambiare tutto, uno solo, però, poi basta. E così, Pierpaolo Ciucco, il due gennaio è possibile che abbia pensato anche lui non cambia proprio un cazzo, quindi ha deciso di farla finita e si è tolto la vita asfissiandosi con il gas. Il primo suicidio in carcere del 2010.

Allora, per tirare le fila, penso che il 2009 si è chiuso con il numero più alto di morti in carcere nella storia della Repubblica italiana, 175, che, in media, sono un morto ogni due giorni. Poi, penso anche che Antonio Ciucco si è ucciso il 2 gennaio del 2010, perfettamente in linea con le statistiche dell’anno precedente. E alla fine penso che è proprio vero che noi ci illudiamo che con il capodanno possa cambiare tutto, rispetto all’anno precedente, ma, sempre parafrasando il buon Tommasi, Non cambia proprio un cazzo.

Alessandro Busi


[1] Come tutti i giornali che ne parlano, ho appreso di questa notizia grazie alla mail inviatami da Ristretti Orizzonti del 4 gennaio. Per chi volesse leggere il comunicato ufficiale dell’osservatorio permanente sulle morti in carcere, basta che vada a questo link, http://www.ristretti.it/, e clicchi su notiziario quotidiano sul carcere. Fra le notizie del 4 gennaio c’è anche questa.

[2] Rimango vago sul tipo di reato per il quale Ciucco era detenuto, perché è nota solo la ragione generale, ma non quella specifica della sua detenzione.

Questo è un vecchio racconto sul natale, il precariato e i Babbi natale appesi sui balconi. All’epoca era stato pubblicato  sulla rivista telematica Il paradiso degli orchi

Esproprio proletario natalizio

1

Minchia che freddo…e per un gioco, poi…

Era attaccato alla ringhiera con una mano, nell’attesa che tutti se ne andassero.

Ma d’altra parte…se lui mi ha chiesto quello, devo cercare di averlo…

Sentiva l’aria che gli congelava le nocche delle dita, mentre la testa andava al figlio, Luca, che non aveva ancora l’età per capire, ma soprattutto per conoscere, il mondo di merda nel quale era nato.

Mario era appeso per una mano e con l’altra teneva il sacco di iuta riempito di polistirolo. Stava così da quasi due ore e si sentiva i crampi nello stomaco. Guardava il cenone natalizio della famiglia Roversi.

Dai che è fatta…manca  venti a mezzanotte…

Dalle finestre all’inglese vedeva la nonna che si metteva il cappotto aiutata dal nipote Andrea che, ad occhio e croce, aveva la stessa età del suo Luca. Antonio e Laura, mamma e papà del bambino e, rispettivamente figlio e nuora della nonna, stavano iniziando a sparecchiare la tavola imbandita.

Che cosa aspettate?!…

Come se avessero sentito i suoi pensieri, i Roversi, tutti pronti e agghindati al meglio, abbandonarono i propri compiti ed uscirono veloci e sorridenti, come atmosfera natalizia impone, per la messa di mezzanotte.

Mario vide il suv di Antonio allontanarsi lasciando dietro di sé la condensa dei gas di scarico.

2

“Mario, ma che hai?”

Giovanna era sua collega ormai da due anni, ovvero da quando era andato a lavorare nel call center Telecom della sua città. Entrambi si occupavano di questioni di carattere economico e lavoravano nelle due postazioni adiacenti.

“Ma niente…è che mi è arrivata la lettera per Babbo Natale da Luca…”

Deglutì amaro e sentì un sapore che nessuno gli aveva preannunciato quando gli raccontavano come sarebbe stato bello fare il padre. Nessuno gli aveva detto cosa poteva significare sentirsi un fallito, perché non si poteva permettere di fare un regalo al figlio. Nessuno gli aveva descritto le notti insonni, a rigirarsi il cervello su come potesse racimolare quei dannati duecento euro per prendere la Play Station a Luca.

“E va be…che sarà mai!…se ti serve qualcosa lo sai che puoi chiedere a me…”

Lui la guardò e la ringraziò con gli occhi, ma non disse nulla. Sapeva benissimo che anche lei faceva fatica ad arrivare a fine mese tra stipendio da fame, affitto e spese varie. La ringraziò con gli occhi, ma non disse nulla, perché non c’era nulla da dire e le parole non avrebbero fatto altro che aumentare la sua amarezza: un conto è pensarle le cose e un conto è dirle. Insomma, se lui avesse pronunciato una frase tipo Grazie Giovanna, ma spero di riuscire ad accontentare Luca con le mie forze, sarebbe stato come materializzare, con la potenza della voce, le paure che gli affollavano le notti.

Respirò profondamente, prese la cornetta e ripartì.

“Telecom buongiorno, sono Mario!”

3

Aspettò che, dell’auto, non si sentisse più nemmeno il rumore prima di staccarsi e saltare sul balcone di casa Roversi.

In primis, svuotò il sacco dal polistirolo lasciandolo volare via col vento: sembrava che nevicasse, come nei film di Natale, ma, come nei film, il tutto era assolutamente finto. Poi, come un vero Mc Giver, tirò fuori dalla tasca una forcina rubata ad Angela, la sua ragazza e, senza troppa fatica, aprì la portafinestra.

Ma che cazzo sto facendo?…

Mentre si accingeva a scassinare la serratura, il vetro scuro gli permise di specchiarsi a figura intera e di vedere uno spettacolo che lo fece rabbrividire: un uomo di trentacinque anni, cicciotello, con barba e costume da Babbo Natale, che si stava introducendo in una casa non sua per rubare un giocattolo ad un bambino.

Ma dove cazzo sono arrivato?…a che punto sono arrivato?…

La figura che vedeva nel vetro scuro, ad ogni pensiero che gli bruciava in testa, si ingobbiva visibilmente, come schiacciata da un senso di amarezza generalizzato e dalla consapevolezza istantanea di aver buttato la sua vita nel cesso e di aver tirato pure la catena.

Ormai è tardi per i ripensamenti…

Aprì la portafinestra ed entrò.

La casa era calda ed accogliente. Sul grande tavolo, coperto da una tovaglia natalizia con dei pini e dei babbi natale disegnati, c’erano le tazzine con i fondi di caffé ed i bicchierini che puzzavano di limoncello. Nell’angolo più lontano della stanza, l’albero di Natale con gli aghi ed il tronco di plastica,  si accendeva ad intermittenza e sotto, nell’attesa di un’imminente apertura, stagnavano i pacchetti regalo.

Mario pensò che Angela e Luca erano a casa senza cenone, senza albero e senza di lui. Pensò anche che il Natale era solo una merda per ricchi e che gli faceva schifo, e che era giusto che lui fosse lì a rubare la Play Station di quel bambinetto viziato, perché era solo un acconto che lui si riprendeva rispetto alle ingiustizie subite: esproprio proletario natalizio.

Dai Mario…non stare a pensare a cazzate, muoviti…

Arginate le congetture di giustizia sociale, si diresse verso l’albero.

4

“Vedrai che se glielo spieghi lui capisce…è un bambino intelligente…”

Giovanna aveva cercato di consolarlo durante la pausa caffé e gli aveva pure offerto un ciocappuccio per tirargli su il morale, ma non c’era stato modo.

“signor Ranza cosa le succede oggi?”

La voce profonda e forzatamente amichevole del capo si introdusse nel discorso.

[Corso di preparazione per futuri direttori di call center, lezione tre: cercate di creare un rapporto con i vostri dipendenti…parlate con loro nelle pause e fategli capire che  gli siete vicini…fatevi volere bene!]

“Ma niente…problemi natalizi…sa com’è?”

Mario cercò di tirare la bocca verso una smorfia simile ad un sorriso, ma le labbra gli risultavano pesanti come se ci fossero state due incudini appese agli angoli.

“Oh la capisco! Pensi che il mio Andrea mi ha chiesto la Play Station nuova…ma sa che costa più di duecento euro?…e poi adesso mi è pure toccato arrivare in ritardo al lavoro per prendere a mia moglie questo Babbo Natale, grandezza naturale, da attaccare al balcone…ma d’altra parte…Natale viene una volta all’anno!”

Il capo rise con le fauci larghe ed i denti bianchi ben visibili.

Mario lo guardava fisso e non capiva se era sincero, o se lo stava prendendo per il culo, ma non disse nulla. Annuì e buttò nel cestino il bicchiere di plastica marrone.

Anche il capo buttò il bicchiere e, con un augurio natalizio, congedò i due dipendenti, che lo salutarono a loro volta.

“Auguri a lei dottor Roversi”

5

Aveva aperto praticamente tutti i pacchetti, trovando una miriade di inutilità, fra le quali spiccavano: una cravatta rossa con delle piccole stelle comete ricamate sopra ed il libro di Bruno Vespa sulle abitudini culinarie della classe politica italiana.

Ma dove cazzo è ‘sta Play Station!

Era rimasto un solo pacchetto. Lo aprì ed eccola comparire in tutta la bellezza della sua confezione di cartone: la consolle più amata da grandi e piccini.

In uno slancio di affetto consumista, se la strinse al petto come se avesse avuto fra le braccia un bambino.

Finalmente…è fatta…

Fu proprio il sorriso di soddisfazione ad essere illuminato dalla luce azzurra che sembrava venire dal cielo.

Furono proprio i suoi occhi felici ad essere accecati da quel bagliore improvviso.

Furono proprio i suoi denti storti a cambiare colore e divenire, dal bianco gialliccio naturale, al blu polizia.

Cazzo la polizia!

Mario chinò il capo e si guardò dal collo in giù. Vide una specie i flaccido Buddha vestito come un buffone, che teneva in mano il dono natalizio di un bambino.

Si sentì una merda.

La porta di sotto fu abbattuta dai calci degli anfibi di Stato.

Non riusciva nemmeno ad immaginare come avrebbe fatto a spiegarsi in questura: sì, ho finto di essere Babbo Natale e poi mi sono introdotto per rubare un giocattolo per mio figlio…Nessuno gli avrebbe creduto. E cosa avrebbe detto ad Angela? E a Luca?

Gli scarponi che correvano su per le scale erano un rumore fortissimo e ripetitivo.

I poliziotti lo presero senza che lui opponesse alcuna resistenza. Aveva il capo chino in segno di resa: resa alla polizia e resa alla vita.

Non c’era più nulla da fare.

Non c’era mai stato nulla da fare: tutto questo era stato solo uno stupido gioco, un niente costruito dalla sua fantasia disperata, nel tentativo di mantenere una certa dignità davanti ai suoi familiari, ma non era possibile.

Quando uscì dalla porta, ammanettato e tenuto stretto per il braccio destro, c’era la famiglia Roversi al completo, Antonio compreso, che lo guardò e scosse il capo.

Mario non ebbe la forza di incrociare lo sguardo del suo datore di lavoro, ma, seguitando a fissarsi i piedi, salì sulla volante e fu portato via.

Alessandro Busi

Il centosettantaduesimo morto in carcere: Uzoma Emeka

Se non ricordo male, ero a casa e guardavo il tg3 online. Credo fosse verso la fine, poco prima dei gossip, che il giornalista disse di ascoltare una registrazione che proveniva dal carcere di Castrogno, a Teramo:

Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto, dicevano le voci nella registrazione. E poi: Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto.

Pare che queste fossero le parole di un agente che ricordava ai colleghi che, per picchiare, anzi, per massacrare un detenuto, non si sta mai in sezione, perché ci sono troppi occhi che vedono e, ci metto io, poi, si fa fatica a raccontare la storia della caduta dalle scale, se ci sono tanti testimoni a dire il contrario.

Sì, me lo ricordo bene questo audio, perché il giorno dopo, andai in redazione e un detenuto, ironicamente, mi chiese, ma che succede fuori, volete proprio raccontare tutto quello che succede dentro?! Me lo disse con un tono tale di misto stupore e ironia, che entrambi ridemmo senza saper dare risposta a questo interrogativo. Il perché di tanto interesse sulle vicende intramurarie scoppiato in quel periodo, infatti, era e rimane, di difficile comprensione, eppure era proprio così. In ogni dove, anche nelle trasmissioni della mattina, si sentiva parlare di come si sta male in carcere, della violenza delle carceri e chi più ne ha, più ne metta. Poi, come sempre, piano, piano, questo interesse è scemato. Si è tornati a discutere di altro, tipo dei denti rotti di una persona importante, di un vip della politica nostrana, e non si è più guardato al fatto che quest’anno, siamo arrivati al numero più alto di morti in carcere nella storia della Repubblica. Nessuno l’ha data questa notizia, nessuno, ma così è. Sono 172 i detenuti morti (suicidi, suicidi sospetti, omicidi, morti naturali) dal gennaio di quest’anno ad oggi, e sarebbe da raccontare di tutti, ma dato che di tutti non si può parlare, voglio raccontare di uno, uno solo, l’ultimo, il centosettantaduesimo: Uzoma Emeka.

Uzoma Emeka era un ragazzo nigeriano di 32 anni, che stava scontando una condanna di due anni per questioni legate alla droga – rimango vago perché non sono riuscito a capire con precisione per cosa fosse stato condannato, quindi, non vorrei appioppargli un reato, un’etichetta sociale, che non gli appartiene. Uzoma Emeka, comunque, era in carcere e l’altra mattina, stava parlando con la moglie, quando, alle 8 e 30 si è accasciato a terra. Subito è stato soccorso e portato in infermeria, poi, chissà perché, in ospedale è arrivato solo alle 13, quando ormai non c’era più nulla da fare. Sul suo corpo non sono state individuate tracce di lesioni, o altro, ma il referto di decesso dichiara solo Arresto cardiocircolatorio, che, parafrasando, è un po’ come dire che è morto di morte.

Questa, quindi, è la storia di Uzoma Emeka, un ragazzo nigeriano di trentadue anni, che stava scontando una pena di due anni nel carcere di Castrogno, a Teramo. Uno sconosciuto che, a dire il vero, però, un po’ già lo conoscevamo: Uzoma Emeka, infatti, era il negro che ha visto tutto, quello che avrebbe assistito al massacro che era da fare giù di sotto e non in sezione. E forse anche di questo era colpevole Uzoma, di avere due occhi e una bocca, che, anche se per ora non aveva mai usato per raccontare ciò a cui aveva assistito, comunque era meglio tappare. Ora, ovviamente, può essere che si tratti di una grande coincidenza, ma, riportando le parole di Giulio Petrilli del Partito Democratico: non dimentichiamo che è sufficiente mettere nel caffè una dose eccessiva di alcuni farmaci che questo può accadere. Non sono per la cultura del sospetto, anzi, ma in questo caso un detenuto che può essere un teste chiave di un’inchiesta importante muore a 32 per arresto cardiocircolatorio, genera delle perplessità e dei dubbi fortissimi.

Questa, in conclusione, è la storia di Uzoma Emeka, uno dei tantissimi Mr nessuno che affollano le carceri italiane, uno che aveva visto troppo e che, conoscendo la cultura carceraria, si sarebbe anche cavato gli occhi pur di non vedere. Uno del quale, alla fine delle finite, però, poco ci interessa, perché sì, sarà anche vero che nelle carceri c’è violenza e si vive male, ma chi ci finisce non ci finisce per caso, e poi, si sa, capita sempre agli altri, quindi va bene così e buon Natale.

Alessandro Busi

Questo racconto, che vi svelerà cosa succederà dopo il 21 dicembre 2012, è stato pubblicato sulla neonata rivista letteraria Teflon

Con il politetrafluoroetilene nelle vene

Anno 4021. Secondo il nuovo calendario siamo nel 2009 dopo la grande fine: il ventuno dicembre 2012. Secondo i libri di storia, il mondo finì e rinacque esattamente quello stesso giorno. Dicono che tutto si sia svolto proprio come si vede nel trailer di un film uscito un paio d’anni prima. Dicono che le auto cadevano dai parcheggi sopraelevati e che il Dalai Lama guardasse l’Himalaya con l’impassibilità tipica dei monaci zen. Dicono che al Cristo di Rio de Janeiro siano cadute prima le braccia e poi la testa e che la cupola di San Pietro a Roma, abbia schiacciato tutti i credenti che erano lì sotto a pregare. Dicono anche che in quel periodo, quello subito prima, erano nate un sacco di sette che tentavano di salvarsi dall’apocalisse: i wittgensteiniani, per esempio, dicevano che, se i limiti del mondo sono i limiti del linguaggio, allora basta non parlare mai della fine che la fine non arriverà. Al loro opposto, invece, c’erano i comicisti freudiani, che dicevano che per salvarsi si doveva esorcizzare la morte, quindi mettevano banchetti per strada, dove recitavano freddure sulla morte e sulle apocalissi, e la gente passava e sorrideva.

Ovviamente, alle tv si alternavano i dibattiti fra le varie sette, con i primi che evitavano di rispondere e raccontavano di quanto era bello il mare nel 1954, i secondi che facevano battute di spirito e dicevano ai primi, che si tappavano le orecchie e facevano lalalalalala con la voce, che erano infantili e sciocchi. E poi ce ne erano altri ancora, tipo gli ambientalisti dell’abbraccio che dicevano che l’unico modo per far sì che la natura non ammazzasse tutti, era fare pace con lei, quindi invitavano tutte le persone ad abbracciare gli alberi e baciarli e scrivergli poesie d’amore. Alla fine delle finite, però, nessuno aveva proprio ragione perché nessuno di questi si salvò. Chi morì parlando del più e del meno, chi recitando spezzoni di vecchi film di Woody Allen, chi venendo risucchiato mentre tentava di avere un amplesso con una betulla, alla fine nessuno vide confermata la propria teoria. Solo gli indifferenti sembrava si fossero salvati, invece era solo che erano talmente indifferenti che non si erano nemmeno accorti di essere morti, ma erano proprio morti.

Così, come dicono i libri di storia, quel giorno tutto finì, ma poi tutto iniziò anche. Passati cinque minuti di assoluto silenzio, in cui perfino il vento si era fermato e l’unico orologio rimasto in funzione faceva un tic dei secondi che echeggiava in tutto il globo, passati questi cinque minuti, il mondo ricominciò a funzionare, ma in maniera diversa e a velocità doppia, o tripla pure. Al posto degli alberi crescevano dalla terra i condomini e le strade si asfaltavano da sole. Dentro i condomini le persone nascevano dagli oggetti, e allora c’era chi veniva fuori dai materassi e chi dai cuscini del divano; chi si trovava neonato in cucina a scolare la pasta e chi veniva partorito dai tasti dei telecomandi e come prima cosa nella propria vita faceva lo zapping. Così, nel giro di cinque giorni, la terra si ripopolò di persone adulte e bambini e ragazzi e anziani. Così, nel giro di cinque giorni, la terra si ripopolò di librerie, università, stazioni tv, chiese e tutto il mondo sembrava rinato come se nulla fosse stato, come se avesse ragione quello del Gattopardo a dire che  Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. In realtà, alcune modifiche, strutturali ed esteriori, c’erano state. Gli alberi, per esempio, è vero che sembravano gli stessi di prima, ma erano fatti di ethernit. La modifica più grande, però, colpì gli esseri umani. Le persone erano tutte un po’ più grigie rispetto a prima, e questo era dovuto al fatto che, nel rimescolamento degli elementi, non erano solo nati gli alberi di ethernit e l’erba di carta, ma anche il sangue si era modificato e, al posto dei globuli rossi, c’erano centinaia di migliaia di particelle di politetrafluoroetilene, il teflon. Ovviamente, questa differenza interiore si vedeva anche all’esterno e, oltre al colorito canna di fucile, la pelle era diventata antiaderente, quindi, per lavarsi, bastava sciacquarsi, ma con la raccomandazione di asciugarsi bene, onde evitare quelle brutte escoriazioni arancio-rossiccie dette anche ruggine. Come aveva scritto il poeta ermetico Giuseppe Ungaretti nel 3930, esattamente 1918 anni dopo la grande fine,

siamo antiaderenti e tutto ci scivola addosso,

tranne i sentimenti che ci si appiccicano

come foglie d’autunno a terra.

Nel 4021 tutto questo è storia. In ogni città c’è un museo sui primitivi che popolavano la terra prima dell’anno 0, e anche Ungaretti è storia e lo si fa studiare a scuola.

Michele, che ha sedici anni, veste con i pantaloni strappati sul ginocchio e ascolta musica rumorosa come i Sonic Youth, quella band che, per fare più noise, come dicono loro, durante i concerti si sfregano le chitarre sulle pance e fanno le scintille; ecco, Michele, nel sentire la sua professoressa leggere questa poesia, si stava per mettere a piangere, ma si trattenne. Invece di andare a casa, però, quel giorno, andò in un parco con un libro di poesie di Ungaretti e cercò subito Antiaderenti e la lesse un sacco di volte. Chiuso il libro, poi, si prese i capelli neri nelle mani, mentre pensava a Rosanna, la sua fidanzata che l’aveva lasciato proprio quella mattina.

Michele, ormai ho capito che il mio amore per te è finito, gli aveva detto, forse è un periodo che devo stare un po’ sola, per riordinare le idee.

Lui, lì per lì, aveva fatto il sostenuto. Le aveva risposto che non c’era nessun problema e che era giusto così e aveva finto che la cosa gli scivolasse addosso, senza toccarlo. Aveva fatto finta di avere l’antiaderente anche per i sentimenti, ma non era vero.

Alessandro Busi