Questo racconto è stato pubblicato sul sito della rivista letteraria Argo: Esorcizzare la morte

Esorcizzare la morte

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Certe cose mi hanno sempre spaventato. Non in maniera, come si dice, razionale, ma proprio in maniera ventrale, di pancia. Sì, intendo quella paura che, a mò di terremoto, nasce con un epicentro gastrico e si espande, attraverso le trasmissioni nervose, fino alla punta dell’ultimo dito.

2

Mauro uscì di casa alle quattro e mezza di notte. Tutti gli orologi elettronici che spuntavano dalle insegne delle farmacie indicavano, minuto più, minuto meno, un 4 accompagnato da un 3 e da un due, il tutto chiuso da due lettere maiuscole: AM.

Prese l’auto e, musica a palla, si mise a guidare come un matto.

3

È più che altro la mancanza di aspettative che mi lascia atterrito. Cioè, voi come la prendereste se ora, in questo preciso istante io vi dicessi che non avrete un’altra mattina?Magari non ci avete mai pensato, allora fermatevi un attimo e riflettete: ora, in questo preciso istante, io vi dico che domattina non vi sveglierete. Non metterete il piede scalzo sul pavimento freddo, non farete la prima pisciata rumorosa, non vi laverete i denti e non vi incazzerete perché è finita la marmellata di pesche ed è rimasta solo quella di agrumi, che  vi fa schifo.

4

Il cervello gli rimbombava nel cranio, completamente scosso dalla potenza dei woofer del suo nuovo impianto audio. Aphex Twin con “Come To Daddy” imperava nell’abitacolo e faceva tremare i vetri e la manopola del cambio.

Mauro vedeva la strada restringersi e, più aumentava la velocità, più gli sembrava che le persone sul marciapiedi fossero solo delle specie di fantasmi deformi. Con un’occhiata veloce sul cruscotto vide che erano le quattro e quaranta e, pensando che sarebbe dovuto arrivare a destinazione dopo un quarto d’ora, svoltò a sinistra e prese la strada più lunga.

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Vi dirò che  io non ci avevo mai pensato a queste cose, poi, però, incontrai un signore: John Tot. Ricordo bene che, sedutosi vicino a me sul bus e postemi le domande che io vi ho posto adesso, personalmente lo liquidai come il classico matto dell’autobus. Ma fu alla sera che le idee si fecero più chiare. Dovetti aspettare di essere a letto per accorgermi che avevo paura della morte.

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L’orologio del cruscotto segnava che mancavano cinque minuti alle cinque antimeridiane, così, Mauro, inchiodando e facendo stridere le gomme, fermò l’auto davanti alla sua tabaccheria. Scese, prese il frontalino dell’autoradio e, alzata la serranda ed accese le luci, girò il cartello dell’ingresso, mettendo la scritta APERTO rivolta verso l’esterno.

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Poi, il giorno seguente rincontrai John che mi venne vicino e mi chiese se avessi pensato a quello che mi aveva detto. Io gli dissi che mi aveva rovinato la vita, perché ora, qualunque cosa facessi, mi prendeva la paura di morire. Se facevo le scale, avevo paura di un infarto. Se andavo in auto, avevo paura di fare un incidente.  E così via.

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Il primo cliente fu un mezzo barbone che gli chiese se avesse delle sigarette da regalargli, ma Mauro, mostrandogli la pistola, lo fece scappare a gambe levate. Una volta uscito lo scarto della società, così li chiamava lui quelli lì, si ingobbì nuovamente e si rimise a sistemare le scatole di penne bic sotto il bancone.

Non ebbe nemmeno il tempo di sentire il dlindlon dell’ingresso, che il rumore di uno sparo gli riempì le orecchie.

Mauro si alzò di scatto e vide davanti a sé un uomo con un cappotto di pelle nera, un berretto da baseball ed un fucile in mano. Al solo sguardo, si capiva, data la somiglianza con i cattivi dei film, che era un uomo pericoloso e  moralmente malvagio.

“Ma cosa vuole?”, gli chiese Mauro con voce impaurita.

“I want you to die!”, rispose l’altro con voce cavernosa e inarcando il sopracciglio destro.

Mauro capì subito che era arrivata la sua ora e i pensieri iniziarono a frullargli in testa, come fili d’erba durante un uragano.

9

Ricordo bene che, a quel punto, vedendo la mia espressione spaventata e smarrita, fu John a parlare e a dirmi queste testuali parole:

“Un modo per vincere la tua paura, che è la paura che affligge tutti noi esseri con una fine certa, c’è, e si chiama: E.D.V.L”

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L’uomo cattivo fece un passo avanti e gli puntò la canna del fucile dritto sulla fronte sudata. Mauro sentiva le vene vicine alle tempie che pulsavano fortissimo.

“I want you to die”, ripeté quell’altro, prima di schiacciare il grilletto e di fargli esplodere il cervello.

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Io, ovviamente, mi fidai senza avanzare alcun dubbio, poi, però, prima di entrare in casa sua, gli chiesi cosa volesse dire E.D.V.L e lui, indicatomi di precederlo, mi disse che l’acronimo stava per: Exorcize Death by Virtual Life.

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Andrea vide tutto nero ed un contatore che indicava 00:00. Il tempo a sua disposizione era finito. Tolto il casco e staccati gli elettrodi,  si alzò dalla poltrona e si diresse verso le docce.

Mentre si lavava, pensava che stava proprio meglio e che era veramente contento che Mauro fosse morto.

13

Allora ero il solo ad utilizzare Exorcize Death by Virtual Life. Oggi siamo più di quaranta milioni in tutto il mondo!

Prova anche tu ad esorcizzare la morte! Da oggi si può!

Exorcize Death by Virtual Life

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Finito di lavarsi, andò alla cassa e pagò i suoi venticinque euro.

“Ascolti, prenoterei una morte di coppia per Mercoledì”

disse sorridendo alla segretaria.

“Certo”

rispose l’altra con voce squillante.

“Nomi?”

Chiese poi, già con le dita sulla tastiera pronte ad annotare i dati necessari.

“Allora, Mauro Rossi per me, e, se non sbaglio, Laura Araldi, per Marta”

Rispose Andrea.

“Perfetto”

Proseguì la segretaria fissando lo schermo.

“e avete già pensato di che morte morire?”

Andrea le disse che volevano provare l’attacco aereo terroristico, dato che era nuovo e non l’avevano ancora testato.

La signorina gli rilasciò la ricevuta con l’appuntamento indicato e lo salutò cortesemente.

Andrea uscì dal palazzo e si diresse verso la macchina. Faceva freddo e sentì un brivido lungo la schiena. Come prima reazione si strinse la sciarpa al collo, poi, senza accorgersene, accelerò il passo.

Alessandro Busi

La forza della iena

Novembre 3, 2009

La forza della iena

 

A dirla tutta, la crisi a me piace, perché la crisi è il mio habitat.

Lavoro di più, ho più soldi e riesco anche a togliermi alcune soddisfazioni personali.

Ieri, per esempio, ho dovuto contattare Marco Tosco, un mio compagno di classe delle scuole superiori. Uno che faceva quello che solo lui era anarchico, mentre gli altri li considerava come pezze da piedi, politicamente parlando. L’ho chiamato e gli ho detto che erano scaduti i termini per pagare la rata della sua tv, ma non gli ho detto chi ero. Gli ho anche chiesto di dirmi un giorno in cui saremmo potuti andare a ritirarla. A sentirlo dalla voce, non aveva più quel tono del so tutto io.

Quando il mio collega che era andato a casa sua, è tornato in magazzino, poi,  gli ho chiesto di farmi un resoconto. Mi ha detto che la tv l’aveva già rimessa nella scatola e l’aveva preparata vicino alla porta. Mi ha detto anche che non aveva fatto storie e che, anzi, sembrava molto abbattuto, mortificato.

Mentre lo ascoltavo, un po’ mi spiaceva. Solo un po’, però, perché poi mi è tornata in mente una discussione che avevamo avuto in quinta superiore, dove Marco aveva fatto una delle sue solite filippiche tipo l’uguaglianza, l’anticapitalismo e blabla e io non avevo risposto e avevo pensato, vedremo chi ha ragione.

E alla fine si è visto.

Sì, perché anch’io ero anarchico, anche se lui non lo sapeva. Io, però, non ero uno di quelli che legge Bakunin, io ero un anarco-capitalista e pensavo che il mondo è una giungla e l’economia è una lotta, dove resiste il più furbo. Io le sapevo queste cose, è per questo che ho deciso che nella mia vita avrei fatto la iena, perché a vivere di sogni non si campa un giorno, mentre a vivere di cadaveri, da mangiare ce n’è sempre, soprattutto nei periodi di crisi.

Alessandro Busi

Voglio fare il poliziotto

Ottobre 27, 2009

Questo è un racconto-riflessione che è stato pubblicato sul sito di di informazione libera Dominio Pubblico

Voglio fare il poliziotto

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, da grande voglio fare il poliziotto, avere una bella macchina, sposarmi e avere tre figli: due maschi e una femmina, ma anche se vengono due femmine e un maschio, va bene uguale. Per moglie, poi, mi piacerebbe che fosse Michela Lovere, la mia compagna di classe, che mi piace fin dal primo giorno di prima media. Mi ricordo bene che, quando sono entrato in classe al primo giorno dell’anno nella nuova scuola, ho subito pensato che lei era la più bella di tutte le altre, soprattutto della Zanzi, che è bruttissima, c’ha l’apparecchio ai denti e le puzza sempre l’alito, alla Zanzi. A Michela, invece no. A Michela non le puzza mai l’alito. Figuriamoci, lei è perfetta. Profuma, si veste elegante, è brava con lo studio e va bene anche a ginnastica. Penso che se avessi una sua figurina, la attaccherei nel diario vicino a quella di Ronaldinho che, anche se adesso è in crisi, rimane il mio calciatore preferito. L’altro giorno, pensavo a come potrebbe essere la nostra vita, mia e di Michela intendo, allora mi sono immaginato che potremmo andare in vacanza nei Caraibi con i nostri figli e che saremo tutti e due belli, ma lei di più. Lei è bellissima. Almeno per me, e anche per quel gran buffone di Luca Sturzi, che tutte le ragazze dicono che è figo, ma a me, invece, mi pare solo stupido e pure brutto. Adesso, lui sta con Michela, stanno assieme proprio, ma ho saputo da Marco, il mio amico, che gliel’ha detto Claudia, la sua ragazza, che poi è anche migliore amica di Michela, che Michela vuole lasciarlo Luca, perché dice che non si riesce a parlarci assieme. Io ci spero un sacco. Aspetto e spero.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, voglio sposarmi con Michela Lovere, avere tre figli, una bella macchina e fare il poliziotto. Voglio essere quello che quando la gente mi vede per strada pensa, per fortuna che c’è lui. Voglio avere tutte le sere qualcosa da raccontare a Michela, così lei poi mi abbraccia e mi bacia e dice, per fortuna che ci sei tu, e poi usciamo tutti assieme a mangiare la pizza, e le patatine fritte, anche. Sì, saliamo nella nostra bella macchina, magari una Alfa, e andiamo nella pizzeria Il pirata, che è quella dove fanno la pizza migliore, secondo me.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, voglio avere tre figli con Michela Lovere, che sarà mia moglie, avere una bella macchina e fare il poliziotto. Io voglio essere uno di quei poliziotti come quello che ho visto nel documentario di ieri sera di mio fratello. Quello che nessuno lo capisce tranne i giudici, quelli giusti. Io voglio essere come lui, come quello che quando lo intervistano lo attaccano tutti, ma poi lui lo sa che ha fatto bene, come quello del telefilm. A me, quel signore, m’è proprio piaciuto, perché è uno che, secondo me, arriva a casa e sua moglie lo abbraccia e gli dice, ho visto la trasmissione, perché lui è spesso alla televisione, ho visto la trasmissione, ti hanno attaccato tutti, ma io lo so che hai ragione. Gli dice così e poi lo bacia e poi lo abbracciano anche i suoi figli.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Da grande voglio fare il poliziotto come quello che ho visto ieri sera nel documentario di mio fratello. Che all’inizio ci capivo poco, poi Luigi, mio fratello più grande, me l’ha spiegato. Praticamente era un documentario lungo su una dimostrazione che c’era stata qualche tempo fa a Genova, dove era morto un ragazzo. Una zecca, diceva mio fratello. Allora poi, mi ha spiegato, che poi c’erano anche le immagini, che quel ragazzo era un delinquente che voleva uccidere quel poliziotto al quale io vorrei tanto somigliare da grande, perché era un ragazzo che vorrebbe che tutti fanno quello che vogliono e si picchiano per strada e bruciano i cassonetti, così poi c’è tutta l’immondizia in giro. Mio fratello mi ha anche spiegato che, quel ragazzo che è stato ucciso per legittima difesa da quel poliziotto che altrimenti sarebbe stato ucciso lui dall’estintore che il ragazzo aveva in mano e che voleva lanciare per uccidere il poliziotto che poi gli ha sparato per primo e menomale che altrimenti lo ammazzava e pensa come avrebbe pianto la moglie e pure i bambini che non avrebbero potuto difenderlo dopo le trasmissioni perché sarebbe morto, quel ragazzo lì è uno che i suoi genitori c’hanno a casa il Mercedes classe 1000 e che, allora, se ne frega delle macchine degli altri e le brucia per divertimento. Io, nel sentire così, ho subito pensato alla mia Alfa che avrò da grande, quella che mi servirà per portare in pizzeria Michela e i nostri figli, e ho capito che il poliziotto aveva proprio fatto bene ad ammazzarlo quella zecca. Così ho pensato: ha fatto bene ad ammazzarlo quella zecca, infame e comunista.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Voglio fare il poliziotto per eliminare tutte le zecche, che quelle danno fastidio pure ai cani, figuriamoci alle persone. Voglio fare il poliziotto perché quando c’avrò la mia famiglia con Michela Lovere, non voglio che arrivi uno di quelli che i genitori c’hanno il Mercedes e mi spacca la mia macchina, e allora poi non posso andare in pizzeria con mia moglie e i miei bambini. Voglio fare il poliziotto perché è vero che tutti alla tv dicono contro quello che ha ucciso il ragazzo-zecca alla manifestazione di Genova, però, mi ha spiegato mio fratello Luigi, poi nessuno ha potuto fare niente contro quel poliziotto, né contro gli altri che hanno pestato le altre zecche, perché, in fin dei conti, dice mio fratello, i giornalisti-zecca possono parlare finché vogliono, tanto i più forti siamo sempre noi.

Alessandro Busi


La realtà delle carceri: quando non c’è il diritto del domani.

L’ultima volta che sono entrato in carcere, qui a Padova, è stato un paio di settimane fa. Era un giovedì. Sono andato in redazione di Ristretti Orizzonti e, dopo i saluti generali – quasi tutti mi hanno detto che mi vedevano bene. Che sia ingrassato? Mah, mi sa di sì – mi hanno raccontato che uno della redazione era stato trasferito in nottata, ovviamente senza nessuna spiegazione sul perché ciò sia stato fatto. Si ipotizza per questioni religiose, ma è più radio-carcere che altro. Oltre a questo, che è normale amministrazione[1], mi raccontano che in mattinata sono state portate in magazzino 120 brande, il che, detto in termini comuni, significa 120 nuovi posti letto, ovvero toccare il tetto di 900 detenuti in una struttura con una capienza regolamentare da 350 posti.

Che a quel punto fai mille e fai cifra tonda, mi fa uno, sorridendo amaramente.

Allora gli chiedo dove diamine pensano di metterla tutta sta gente e un altro mi fa, terza branda, mi dice, hanno già messo la terza branda in tre sezioni, adesso la mettono in altre due sezioni e mezza, ma vedrai che arriva dappertutto.

Per spiegare bene, devo dire che le celle nel carcere di Padova sarebbero da uno in quanto di nove metri quadrati l’una e, secondo le leggi vigenti, ci dovrebbero essere 8 mq per detenuto, ma in due, dicono, ce la si cava. Ora: immaginate cosa può voler dire vivere in tre in 9 metri quadrati? Che poi non è solo quello, ovviamente, perché le docce, per esempio, sono sempre lo stesso numero, non è che aumentano in base al numero di detenuti. Che poi, a voler proprio fare le “scarpe alle pulci”, non è nemmeno solo quello, perché il grosso problema sta nel personale. Così come non si moltiplicano le docce, infatti, non si moltiplicano nemmeno gli educatori/educatrici, ma nemmeno i magistrati di sorveglianza. Per chi non lo sapesse, il magistrato di sorveglianza è il magistrato che segue in esecuzione della pena il detenuto e che, sulla base delle relazioni fatte da educatori/educatrici, psicologi, psichiatri e sulla base dei propri incontri con il detenuto e su altri aspetti più tecnici (Es. tempistica), decide se concedere, e sottolineo concedere, o meno le misure alternative al detenuto. Ora è chiaro che, se ci sono 2 magistrati che seguono 100 detenuti, li possono seguire in un certo modo, se ne seguono 900, beh, non c’è bisogno di aggiungere altro.

Spiego con un esempio che si capisce meglio: a metà settembre, allo sportello giuridico che teniamo in carcere, arriva un ragazzo nigeriano che per prima cosa mi chiede se parlo l’inglese.

Non benissimo, ma ci proviamo, gli rispondo, poi, in realtà, lui parlava un buonissimo italiano e non c’è stato bisogno, anche perché, come spesso accade, i detenuti stranieri hanno imparato più che bene il burocratese del carcere e della giustizia penale del nostro paese, quindi c’è una lingua in comune.

Passato il primo momento, mi spiega il suo problema. Mi dice che ad agosto c’era stata una megarissa fra nord-africani e sud-africani con una sessantina di coinvolti, quindi con una sessantina di rapporti scritti e inviati al magistrato. Ovviamente, lui mi dice che è innocente, ma io rimango sempre sulle questioni tecniche, dato che, come mi ha detto un detenuto uno dei primi giorni di sportello i detenuti sono tutti innocenti e le puttane lo fanno tutte per i figli. Ovviamente, gli spiego che, a prescindere da tutto, vero-falso, giusto-sbagliato che sia, il magistrato che deve decidere sui suoi giorni di liberazione anticipata, soprattutto in questa situazione di sovraffollamento, non può questionare sui rapporti che il detenuto stesso ha controfirmato. Lui mi risponde che gli agenti non gli avevano spiegato nulla, ma che gli avevano solo detto firma qui. Chiaramente ci credo, ma ormai il latte era versato e rimane poco da fare. A quel punto, mi tira fuori un altro plico di fogli e mi chiede di fare i conti per vedere quando sarebbe potuto uscire. Gli faccio questi conti, mentre lui mi racconta in maniera più approfondita la vicenda della rissa. Mi dice che i tunisini chiamano i sud-africani negro di merda e mi dice anche che tutto è partito per dei cd rubati. Stavolta inizio veramente a credergli. Lui penso lo capisca e mi dice che sarebbe disposto a fare altri due anni di carcere se dai filmati venisse fuori che lui era veramente coinvolto in quella rissa. Mi dice anche che l’ha detto anche agli agenti di guardare le immagini, ma loro sembra abbiano preferito colpire tutti quelli della sezione, indiscriminatamente.

Robe da carcere, penso, normale amministrazione.

Gli spiego di nuovo che per tutto questo non c’è nulla da fare, se non provare a mettere una buona parola con il magistrato, ma nulla più. Stavolta lui annuisce, ma non è infastidito, sembra gli basti sapere che gli credo.

Alla fine del racconto, quindi, gli faccio vedere i conti.

Senza quel rapporto, gli dico, senza quel rapporto saresti uscito il 16 settembre, ma con questo slitti di 45 giorni, ovvero vai a fine ottobre.

Lui ci rimane male e mi dice che, ok, va bene che non possa uscire, ma perché il magistrato non gli ha mandato nemmeno la risposta negativa?

Ecco, su questo punto, fermerei la storia e riprenderei l’analisi da dove l’avevo lasciata, ovvero, la situazione in carcere.

Quello che si diceva prima, era che il sovraffollamento porta ad una situazione di vita assolutamente disumana, antigienica, completamente contraria a tutto ciò che di rieducativo la situazione intramuraria possa avere e svilente quello che è, sia il lavoro dell’educatore, sia quello del magistrato che, dato l’altissimo numero di detenuti, non possono svolgere il proprio lavoro come vorrebbero.

Da questa storia, però, si vede un’altra cosa: l’allungarsi dei tempi burocratici non fa altro che buttare benzina sul fuoco.

Sono sempre di più, ormai, i detenuti che mi capita di incontrare che, magari, dovrebbero essere fuori da una settimana, ma ai quali non è ancora arrivata la risposta del magistrato. Positiva o negativa che sia, non è ancora arrivata, così rimangono in questo limbo murato, dove forse potrebbero essere messi fuori da un minuto con l’altro, oppure potrebbero trovarsi a dover fare altri quarantacinque giorni in cella. In questo modo, quindi, viene completamente ignorato e cancellato il loro diritto, non di avere i giorni, che, a differenza di quanto si sente alla tv sono un beneficio e non un diritto, ma di sapere del proprio futuro più prossimo. Il loro diritto inalienabile di poter fare il conto alla rovescia, come quelli dei film, quelli che fanno le stanghette sul muro e poi le sbarrano. Chiaramente, questa situazione di ristrettezze fisiche e incertezza di vita, non può che fare altro che alimentare la pressione dentro il carcere, fino, prima o poi, a farla scoppiare. Magari per un motivo da nulla. Magari per due cd.

Alessandro Busi


[1] È normale amministrazione che i detenuti vegano presi e spostati senza ragione né preavviso, soprattutto quelli stranieri che, non avendo generalmente una famiglia rispetto alla quale possono fare richiesta di avvicinamento, sono utilizzabili come pedine, trottole carcerarie, soprattutto quando c’è uno stato di sovraffollamento delle carceri.

Racconto: Da sola

Ottobre 20, 2009

Da sola

1

Laura era seduto al tavolo di un bar del centro. Ogni volta che qualcuno apriva la porta, uno spiffero d’aria gelida le saliva lungo la schiena facendole venire la pelle d’oca. Con le mani apriva e chiudeva il listino dei prezzi, senza leggerlo.

Un bicchiere di Nero d’Avola, aveva detto alla cameriera con il pearcing al sopracciglio.  La ragazza aveva annotato senza più guardarla negli occhi, come se si sentisse imbarazzata. Anche Laura non aveva alzato lo sguardo, ma aveva preferito tenerlo basso sulla lista, nel tentativo di trattenere le lacrime.

Accanto a lei, una coppia giovane, sui venti-venticinque, sorseggiava del vino bianco, tenendosi per mano. Laura ascoltava i loro discorsi su dove gli sarebbe piaciuto andare in vacanza l’estate successiva. A lei sarebbe piaciuto Barcellona, a lui Berlino.

Avranno trent’anni in meno di me, pensò, anch’io ero come loro.

Mordendosi il labbro inferiore, ripensò alla prima vacanza, zaini in spalla, che aveva fatto con Michele, suo marito, ex da quasi un anno. Avevano passato una settimana in un casolare nella zona della Lunigiana, in mezzo al nulla degli Appennini, e gli era parso di stare in capo al mondo.

Bei ricordi, pensò, bei ricordi.

Distolta l’attenzione dal suo passato, che le sembrava così lontano, Laura si poggiò allo schienale della sedia e guardò fuori dalla porta. Il vetro era pieno di condensa e le luci dei lampioni vi si riflettevano opache.

La cameriera tornò con suo calice di vino e una ciotola con le patatine. Li posò entrambi sul tavolo.

Sono tre euro e cinquanta, disse con fare imbarazzato, e mi scusi ancora per prima, sa?

Laura alzò gli occhi dal portamonete e la guardò in volto.

Non fa niente, si figuri, le rispose con una finta pacatezza, poi, dopo aver controllato di aver preso gli spicci giusti, glieli diede e la ragazza se ne andò.

2

Dopo un paio d’ore, Laura controllò l’ora e vide che si erano fatte le dieci. Pensò che era meglio se tornava a casa a mangiare qualcosa. Prese il bicchiere e bevve anche l’ultimo sorso. Si alzò, si infilò il cappotto e si arrotolò la sciarpa. Controllò di essersi bardata per bene ed uscì. In lontananza sentì delle risate.

Non essere paranoica, si ammonì, e poi, se vogliono ridere lasciali ridere.

Già nei pochi metri fatti, sentiva le mani che le si erano raffreddate e maledì di non aver preso i guanti. Guardando la vetrina di Stefanel, le tornò in mente la scena con la cameriera. Quell’altra che, mentre dava una passata di spugna al tavolo, le chiedeva se doveva aspettare qualcuno prima di ordinare. Le tornò in mente, più di tutto, l’espressione che le era venuta in faccia quando lei le aveva detto di no, che non aspettava nessuno.

Non era nemmeno sorpresa, pensò, era più stupita, rammaricata, quasi. Come se si fosse chiesta cosa ci facessi in giro da sola. Come se non potessi più uscire se non ho qualcuno con cui andare.

Camminava e pensava e scuoteva la testa.

Come se dovessi chiudermi in casa. Avevo voglia di un bicchiere di vino e sono andata a prendermelo. Non avrò mica fatto qualcosa di male? Non sarò mica…

Bloccò i pensieri quando sentì che gli occhi le si stavano nuovamente riempiendo di lacrime. Inspirò col naso e trattenne in fiato qualche secondo. Sentì l’aria fredda entrarle nelle narici. Espirò chiudendo gli occhi. Abbassò le spalle e riprese a camminare.

Alessandro Busi

Trasformazioni sociali

Salve, sono Luca e questa è la mia storia: mio nonno è morto sul lavoro, mio padre è morto di lavoro e io…

Mio nonno, Alberto Alce, quando è morto, aveva cinquant’anni. Lavorava in cava da sempre e sapeva che sempre ci sarebbe stato. Era un uomo chiuso e nerboruto. Era uno che la mattina faceva la sosta all’osteria per farsi riempire il fiasco di vino da bere con il suo amico Mario durante la pausa pranzo, ma che nonostante ciò lavorava come un mulo per mantenere moglie e cinque figli.

Il giorno che è morto era un giorno d’Agosto. Il caldo torrido asciugava gli operai ed il sole, al picco del mezzogiorno, gli rendeva la pelle nera come il carbone, dandogli la tipica abbronzatura sporca da poveracci, diversa da quella lucida dei ricchi.

Comunque, il caldo stava facendo friggere il cervello a tutti e Alberto, che era davanti alla gru di Mario, gli urlava le direttive per riuscire a mettere il blocco di marmo esattamente sul rimorchio del camion.

“Avanti… un po’ più a destra… un po’ a sinistra… No!”

Il NO gli uscì dallo stomaco, raschiò la gola, fino a disperdersi nell’aria come l’ultimo ruggito del leone ferito.

Uno dei ganci di metallo, a causa del caldo, si era smollato fino a cedere, lasciando così scivolare il grosso blocco di marmo che schiacciò il corpo di mio nonno, dai piedi fino al collo. Nei due giorni di visione del morto che precedono il funerale, mio nonno non l’hanno esposto, perché il corpo gli si era distrutto e anche in faccia gli erano scoppiati tutti i capillari.

Anche mio padre non l’abbiamo messo in mostra, lui, però, è morto di morte lenta e dolorosa.

Lavorava alla Pirelli da ventinove anni, quando ha smesso. Lavorava in un reparto particolare, dove scioglievano e rimescolavano i vari tipi di gomme per fare i copertoni, e lo pagavano bene. Era il reparto dove pagavano meglio in tutta l’azienda, però, quasi nessuno di loro è arrivato alla pensione. Quando si soffiava il naso gli scendeva il muco nero e alla mattina  mia mamma era costretta a cambiare le lenzuola, perché lui aveva lasciato la sua sindone di polveri scure. Quando aveva smesso, era anche iscritto al sindacato e diceva che il sindacato era una cosa importantissima, perché:

se non vuoi fare la fine del topo come tuo nonno, bisogna lottare sempre

Con il suo lavoro, straordinari compresi, aveva fatto studiare i due figli, pagava agevolmente l’affitto, aveva portato qualche volta in vacanza tutta la famiglia ed era riuscito a permettersi gli elettrodomestici necessari: frigorifero e lavatrice.

Aveva tanti motivi per lavorare, ma un giorno dovette smettere. Mi ricordo ancora i singhiozzi profondi e acuti di mia madre, quando lui aveva pronunciato la parola del terrore: cancro. Cancro ai polmoni, come altri tre suoi colleghi nello stesso anno e come altri dieci l’anno seguente. Ce ne vollero una quarantina, più o meno, per far sì che il sindacato obbligasse l’azienda a far mettere almeno delle mascherine agli operai di quel reparto.

Come dicevo prima, anche il suo corpo non fu messo in mostra, infatti, nei due mesi che trascorsero tra la cessazione del lavoro e la cessazione della vita, il tumore, oltre a rodergli i polmoni, fino a fargli sputare sangue e carne nera, riuscì a sfigurarlo completamente.

Io i consigli di mio padre, quelli di iscrivermi al sindacato, non li ho seguiti, perché tanto ho tre lavori e tre contratti, ma in nessuno di questi è più contemplata la mia libertà di sciopero. Giusto per non tediarvi troppo vi descrivo, così, un po’ schematicamente, la mia giornata tipo.

Mi sveglio alle 07.30 e, dopo una veloce colazione, mi lancio al primo lavoro: telefonista in per una ditta che vende aspirapolveri. In pratica devo convincere delle casalinghe disinteressate a far andare da loro un nostro rappresentante per una dimostrazione gratuita. Vengo pagato con un fisso da ridere e una provvigione, ovvero un modo nuovo per chiamare il cottimo. A mezzogiorno finisco e passo dal Mc Donald’s, dove pranzo quotidianamente. Aspettate, non giudicatemi subito dicendo che sono un qualunquista e che le multinazionali sono da boicottare, anch’io sono Komunista kome voi. Il punto è che nella mia città, solo lì mi posso mangiare un panino che costi cinquanta centesimi. Bene, finito il pranzo, bruciori di stomaco annessi, mi reco al secondo lavoro: cassiere dall’una alle sette di sera in un piccolo Despar del centro. Vi dirò che qui mi rilasso abbastanza. Certo, non ho ancora capito perché mi abbiano detto che, per la mia assunzione, ha svolto un ruolo fondamentale la mia laurea in psicologia, comunque diciamo che qui non è male. Una volta finito, tempo mezz’ora, devo essere velocemente alla Pubbl., l’azienda pubblicitaria dove, dalle 19.30 alle 22.00 faccio sondaggi telefonici su vari prodotti, mentre dalle 22.30 alle 02.00 imbusto le pubblicità di alcune ditte.

Ecco, dalle 02.30 alle 07.30, poi, dormo.

Ovviamente, tutto ciò non lo faccio né per mantenere una famiglia, né per mettere da parte i soldi in previsione di farne una, dato che potrei essere licenziato da un giorno all’altro. Con i 750 euro che riesco a tirare su mensilmente pago affitto e bollette e, se ci sta, qualche birra il sabato.

Comunque ora è giunto il momento di salutarvi, perché il dottore dice che dopo il mezzo infarto che ho avuto l’altro giorno, non mi devo affaticare, altrimenti faccio la fine dei miei avi, solo con una ventina d’anni di anticipo.

Alessandro Busi

L’attesa: narrativa, tesi di laurea e Leopardi.

Scrivere una tesi di laurea è  tutto un lavoro di tempi, un gioco contro il tempo. Anzi, diciamo meglio, scrivere una tesi di laurea è una danza con il tempo, un po’ come stare su un ottovolante inceppato. Lui va veloce, corre così forte che sembra non dover interrompere mai questa sua corsa, poi, improvvisamente, senza preavviso, tutto si ferma. Il seggiolino davanti al tuo si blocca ed il tuo di conseguenza e via, via tutti gli altri. Tu rimani lì, fermo ed inerme, e aspetti, senza poter fare più nulla, che l’uomo dell’ottovolante decida di far ripartire la macchina e ricominciare la corsa.

Ecco, fare una tesi di laurea è un po’ così: scrivi, scrivi di corsa, cercando di limitare i tempi, poi, trafelato ed elettrizzato, consegni tutto al relatore e aspetti. Nell’attesa rimani in quello stato di sospensione anaerobica, dove percepisci una certa libertà, che sai precaria più di ogni altra cosa. Lasci passare il tempo, restando seduto sul tuo seggiolino del calcinculo culturale, nell’attesa che il relatore faccia ripartire tutto il meccanismo.

È così fare una tesi di laurea. Un continuo susseguirsi di singhiozzi.

Essendo in questa situazione, ultimamente mi ritrovo a pensare a tante cose senza poterle fare. In pieno stile leopardiano, vivo nell’attesa della felicità. La settimana scorsa, per esempio, il lunedì ho portato il mio malloppo di fogli al relatore.

Mi chiami fra due giorni

Mi ha detto il mio relatore. Io penso che due giorni sono pochini per leggere tutta quella roba che ho scritto, ma poi penso anche che lui è docente, quindi sarà uno che sa bene come fare queste cose, quindi lo ringrazio e me ne vado.

Appena sono uscito dalla porta del suo studio, dopo aver fatto i miei quattro piani di ascensore ed essere uscito all’aria aperta, mi sono sentito particolarmente leggero. Quello stato di limbo mi ha tenuto in sospeso, ma anche alleggerito.

Oddio che bello

Ho pensato.

Adesso per un paio di giorni posso fare tutto

Mi sono detto, mentre tornavo a casa.

Mentre camminavo, pensavo a cosa potessi fare di bello in quei due giorni, così mi sono detto che avrei potuto, finalmente, dedicarmi alla narrativa.

Camminavo e mi sforzavo di pensare. Guardavo in faccia le persone e cercavo di farmi ispirare.

Mario aveva le rughe sotto gli occhi…

Oppure

Luca pedalava veloce per arrivare in tempo all’esame di anatomia, quando…

Ma nulla mi sembrava buono. Sono andato avanti fino a sera a scrivere incipit e cancellarli senza pietà.

La notte porta consiglio, ho pensato poi, ma anche il giorno dopo nulla. Colazione, pranzo, merenda, cena, niente da fare. Ho fatto gran manicaretti, ma nulla di narrativo. Anche mentre passavo l’aspirapolvere ho provato a pensare a qualcosa, tipo la storia una ipotetica casalinga che…ma niente da fare. Ennesimo incipit, ennesimo fallimento.

La mattina dopo, mentre tornavo a ricevimento dal mio relatore, non riuscivo a smettere di pensare alle storie che avrei potuto scrivere in quei due giorni e mi sarei mangiato le mani, ma ormai era andata così e basta.

Ovviamente, lui mi dà un sacco di correzioni e la macchina riparte. L’ottovolante ritrova la propria forza e il seggiolino ricomincia a girare. Come prima.

Io esco e torno verso casa velocemente, pensando che mi tocca un bel lavoro, da fare nel minore tempo possibile, pure. Ci penso e mi dico che non mi laureerò, ma poi penso che devo e continuo ad alternare momenti di convinzione e sconforto. Poi, poco prima di arrivare a casa. All’incrocio, vedo una donna a braccetto con la propria badante. Le guardo e ricontrollo la strada. Poi mi rigiro e ricontrollo.

Eccola!

Penso.

Eccola la storia perfetta.

Mentre sono in ascensore ripercorro tutta la vita della vecchia e mi sembra una grande storia, bellissima, interessante, avvincente. Ma ora l’ottovolante è ripartito e nulla può andare ad intralciare la sua corsa.

Penso che la felicità non è una cosa nostra, di noi persone, così ricomincio ad aspettare.

Ma la prossima volta sarà diverso

Mi dico, senza crederci troppo. E intanto entro in casa, in sul calar del sole, con in mano il mio fascio di fogli e correzioni.

Alessandro Busi

Oggi, 9 ottobre 2009, è stato assegnato il Nobel per la pace a Barak Obama. Senza spendere parole sulla delusione per chi l’avrebbe deisderato per Silvio Berlusconi, comunque, mi chiedo: possibile che Obama meritasse questo riconoscimento? Senza aggiungere altro, pubblico un articolo di David Rieff apparso su Internazionale 784.

Ma Obama vi ama?

L’obamamania permette all’Europa di delegare di nuovo la leadership agli Stati Uniti

Internazionale 784, 26 febbraio 2009

L’accoglienza entusiastica che gli europei hanno riservato a Barack Obama ha sbalordito gli statunitensi, ormai rassegnati all’antiamericanismo del vecchio continente. Cos’è successo ai sondaggi secondo cui i giovani europei giudicavano l’America una minaccia alla pace più grave dell’Iran?

E quelli che sul riscaldamento globale la consideravano più colpevole della Cina? Erano finti? In Gran Bretagna, Francia e Germania perfino i conservatori non hanno nascosto di preferire la vittoria di Obama su McCain.

La sinistra europea, che accusava l’America di Bush di essere la fonte di ogni male, si abbandona oggi alle speranze più fantasiose su quello che potrebbe fare Barack Obama.

Tanta incoerenza ricorda il titolo di uno dei primi dischi di Ian Hunter, You’re never alone with a schizophrenic (Non ti senti mai solo con uno schizofrenico).

Ma la realtà è che l’antiamericanismo degli europei, specie di sinistra, è sempre stato un po’ una commedia: per ogni attacco contro George W. Bush, per ogni comizio in difesa di Mumia Abu Jamal, per ogni condanna degli assegni in bianco concessi dagli Stati Uniti a Israele, c’era altrettanta ammirazione per “l’America buona”: “l’America che amiamo”, come diceva qualche anno fa un settimanale francese. Certo, esisteva un’”America cattiva” fatta di Dio, armi e ciccioni. Ma c’era anche l’America buona di Charles Bukowski, Noam Chomsky e Sean Penn (e anche di Jerry Lewis, ma per fortuna solo per i francesi).

Probabilmente il motivo per cui gli europei hanno deciso così rapidamente che Obama è il modello dell’America buona è più psicologico che politico. Presumo che abbia a che vedere con il fatto che Obama è nero: anche se, evidentemente, il colore della pelle non ha aiutato Condoleezza Rice né Colin Powell.

Per la verità, molti europei – soprattutto tra le comunità di immigrati – hanno guardato con invidia l’elezione di un presidente non bianco, pensando ai parlamenti di Westminster, Strasburgo e Berlino. Ma nell’euforia generale si è perso di vista un fatto: che in Europa l’immigrazione di colore risale a meno di 75 anni fa, mentre i neri sono parte essenziale della storia americana fin dal suo inizio.

Le cose, però, non sarebbero andate così, se gli europei non fossero stati pronti e forse persino impazienti di amare di nuovo l’America, come se avessero una sorta di sindrome di Stoccolma.

Certo, la decisione di Obama di formare quello che in effetti è un governo di coalizione con i falchi dell’establishment democratico dell’era Clinton e di tenersi il segretario alla difesa di George W. Bush ha lacerato questa nebbiolina sentimentale. Resta però un interrogativo: come mai in Europa c’è questa obamamania? Gli Stati Uniti non sono affatto terra incognita.

Obama è stato un senatore dell’Illinois, dove nessuno viene eletto senza l’appoggio dell’establishment imprenditoriale: non arriva da posti come il Vermont o l’Oregon, che sembrano pezzi di Canada finiti per sbaglio all’interno dei confini statunitensi. Ma allora perché gli europei sono convinti che Obama sia una sorta di radicale, quasi un redentore?

La risposta è di una semplicità disarmante: perché ne avevano bisogno e perché, a conti fatti, l’antiamericanismo degli europei è molto superficiale, ma anche molto faticoso. Questo genere di speranze sentimentali non sono solo un segno di entusiasmo senza fondamento: l’obamamania permette agli europei di delegare ancora una volta la responsabilità politica agli Stati Uniti. Sì, l’Europa ha sentito il bisogno di fare la voce grossa quando alla Casa Bianca c’era Bush il cattivo.

Ma ora che l’inquilino è Obama il buono, gli europei possono tornarsene tranquillamente a dormire, geopoliticamente parlando. Gordon Brown, dal suo piedistallo keynesiano, può inneggiare di nuovo al rapporto speciale tra Londra e Washing­ton, mentre dall’altra parte della Manica il presidente Sarkozy è occupato a piantare gli ultimi chiodi sulla bara dell’eccezionalismo gaullista, prima di seguire gli americani fino in Afghanistan, e magari – chissà – anche nei cieli sopra Teheran. Con tanti saluti al progetto europeo.

Ma l’obamamania degli europei non è solo un’idiozia: è un errore politico. Non è la prima volta che gli europei sbagliano clamorosamente nell’analisi degli Stati Uniti. Perché in realtà il vero compito di Obama è garantire il benessere economico del suo paese. Naturalmente, renderà il dovuto omaggio verbale al multilateralismo.

Ma in ciò che ha detto finora e nel suo retroterra (e soprattutto in quello dei ministri del suo governo) non c’è niente che giustifichi anche solo una tenue speranza di veder messo in discussione il credo monolitico di Washing­ton, cioè che l’egemonia americana sia la cosa migliore che può capitare al mondo. Se è questo l’ordine globale che vogliono gli europei, Obama sarà un ottimo re. Ma in caso contrario, forse dovrebbero guardare meno verso l’altra sponda dell’Atlantico, e più alle faccende di casa loro. Quanto meno, come dicevano gli antichi romani, caveat emptor: chi compra faccia attenzione.

  • Palmi&Palmi
  • Noi comunisti veniamo da lontano ed arriveremo lontano.

    Un ultimo saluto al compagno Palmiro, il pesce pensatore.

    Alessandro Busi

    Considerazioni Olimpiche

    Ottobre 6, 2009

    Considerazioni olimpiche

    Marco pedalava sostenuto. Il caldo e la sete gli avevano fatto venire voglia di tornare a casa velocemente. I capelli bagnati di sudore avevano le punte nere e ogni tanto lasciavano cadere una goccia.

    Col volume al massimo, stava ascoltando il sesto disco degli Shellac, “Terraform”. Fra sé e sé, ragionava che di Steve Albini, in futuro, ci si sarebbe sicuramente ricordati.

    Ha lasciato un solco grande come una voragine quest’uomo.

    Pensò.

    Arrivato sotto casa, legò la bici, salì le scale ed entrò.

    Chiusa la porta, si levò la camicia bianca che era tenuto ad usare al lavoro. Prese la bottiglia d’acqua dal frigo e si attaccò al collo. Rimise l’acqua in fresca e si sedette davanti alla tv.

    Sulla seconda rete, da una decina di giorni, trasmettevano praticamente solo le olimpiadi. Qualunque fosse il torneo, dal calcio, al basket; dalla briscola, all’uncinetto, loro lo mandavano in onda.

    In quel momento, c’era la gara maschile di tuffi dai dieci metri.

    Un ragazzo moro stava facendo una verticale al bordo della pedana. Le braccia gli tremavano per lo sforzo, ma reggevano. La telecamera inquadrò gli addominali tesi dell’atleta. Sembravano scolpiti.

    Marco, che era piuttosto magro ma aveva un discreto gonfiore da birra ed inattività, si tastò la pancia con la mano sinistra. Fu un riflesso incondizionato.

    Il ragazzo in slip neri si lasciò cadere, fece un paio di acrobazie in aria ed entrò nell’acqua sollevandone una grande quantità. Il commentatore disse che era stato un pessimo tuffo e che i giudici gli avrebbero sicuramente dato pochissimi punti.

    Cazzo che schiappa…

    Pensò Marco, sorridendo per il termine.

    Sullo schermo, una scritta diceva che il ragazzo era ultimo in classifica, decimo.

    Marco corrucciò la fronte, mentre con la mano continuava a giocare con i peli che gli ornavano l’ombelico.

    Pensò che quello lì, del quale i commentatori avevano parlato malissimo, aveva solo altre nove persone al mondo che facevano quella cosa meglio di lui. Pensò anche che era un po’ come Steve Albini, a suo modo.

    Gli venne da ridere.

    Alzatosi in piedi e scrocchiato il collo, prese una sigaretta dal tavolo ed andò sul balcone.

    In testa continuavano a girargli i pensieri. Ragionava sul fatto che, a lui non interessava di diventare uno dei migliori, ma solo uno dei.

    A me basterebbe vivere con le cose che scrivo, pensava, camparci, come uno qualunque, non da superstar…arrivare a fine mese, pagare l’affitto, pagarmi le vacanze…

    Tirò una boccata lunga, come quelle dei veri uomini nei film americani, ma gli andò di traverso. Diede un paio di colpi di tosse e si calmò.

    Poggiatosi alla ringhiera del balcone, notò che l’inceneritore della sua città, appositamente fatto a specchi, aveva preso il colore azzurro-biancastro del cielo che lo sovrastava.

    Con un mah…speranzoso e sconsolato, finì la sigaretta, la buttò di sotto e rientrò in casa.

    Risedutosi sul divano, poggiò la testa allo schienale e si appisolò.

    In tv, intanto, una ragazzina piangeva per aver sbagliato l’esercizio alle parallele ed il suo allenatore, abbattuto, aveva le mani nei capelli.

    Alessandro Busi