fra narrativa e altro/società contemporanea

Lascia i brutti pensieri: l’inevitabile tragedia dei piatti caduti a terra senza ragione

Lascia i brutti pensieri:

l’inevitabile tragedia dei piatti caduti a terra senza ragione.

Ieri sera ho preso una pila di piatti, li ho messi storti per bene e li ho appoggiati in bilico sul bordo del lavandino. Poi mi sono spostato, mi sono appoggiato al muro e sono rimasto a guardarli. Tutto il peso era retto dall’ultimo sotto, un piatto che risaliva al servizio buono di mia nonna, ma ormai crepato da anni. Minuto per minuto, vedevo la crepa allargarsi, sentivo lo scricchiolio della ceramica. Se avessi fatto più attenzione, forse, avrei potuto vedere le minuscole schegge smaltate esplodere via come vittime sparute del mio esperimento, ma non le vedevo e, detto sinceramente, anche chissenefrega.

Non c’è voluto molto, mezz’ora, quaranta minuti al massimo, prima che la crepa diventasse un danno strutturale e si spezzasse sotto il peso dei piatti che reggeva. Non c’è voluto molto, prima di vedere i voli, di volta in volta diversi che li portavano a frantumarsi a terra.

Uno, due, tre, dieci, venti, quaranta.

Il trentatreesimo ha fatto una giravolta che ancora me la ricordo: picchia il bordo alto contro il lavandino e inizia a roteare in aria, come i tuffatori alle olimpiadi. Cinque giri mortali e poi a terra, di piatto, lasciando esplodere i suoi cocci per tutta la cucina.

Cinquanta, sessanta, ottanta, cento.

Al novantesimo, un piatto da dolce squadrato, si affaccia sulla porta mia madre, con gli occhi lucidi. Che hai fatto?, mi dice, che hai combinato?

Io, che ho combinato?!, le dico, ma stai scherzando?!

Mi alzo da terra e la seguo in salotto, dove il rumore dei piatti che cade a terra è lontano, come quello della tv della signora Rossi, che abita al piano di sopra e guarda sempre La signora in giallo: percepibile ma assente.

Una volta seduti, ci guardiamo, io e mia madre, ed inspiriamo. Lo sapevamo tutti e due che sarebbe successo, potremmo dirci, era ovvio: piatti più poveri, barriere sempre più alte, anche aver buttato via il tappeto che poteva attutirne l’impatto col terreno. Lo sapevamo, sia io che mia madre, ma lei mi guarda e urla: assassino! Dice che è tutta colpa mia, che li ho messi in bilico, che sono stato a guardare senza fare nulla. Allora, io mi sono alzato, le sono andato vicino, e le ho detto, ehi, guarda che è colpa mia quanto tua, sai? Chi è che ha voluto il lavandino coi bordi così alti perché altrimenti è troppo comodo? Chi è che dice sempre, i piatti sì, ma solo quelli che servono? Non dire che sono assassino io, perché lo sono io quanto te.

Torno a sedermi. Non ci diciamo più nulla e ascoltiamo il rumore sordo che proviene dalla cucina. Sembra uno scroscio d’acqua, tanto è continuo e ripetitivo.

Cento, centodieci, centoventi, centoquarantasette.

Al centoquarantatreesimo, il campanello inizia a suonare. Io e mia madre ci alziamo e andiamo allo spioncino. Deformati dal vetro arrotondato, vediamo tutti i vicini. Deglutiamo. Apriamo.

È successa una cosa terribile, inizia a dire mia madre piangendo, mentre io tengo la testa bassa, una tragedia senza ragione, se non la debolezza di quei piatti, il tradimento di chi doveva sostenerli.

Anche ai vicini iniziano ad inumidirsi gli occhi.

Se volete venire a vedere, dice mia madre, ma la scena è terribile.

Alcuni se ne vanno, altri entrano. Di fronte alla porta della cucina, nessuno azzarda un passo in avanti. Stanno immobili, constatano e se ne vanno. Chiudo a chiave la porta e mi ci appoggio con le spalle.

Verso le due di notte, sento qualcosa che mi scuote. Apro gli occhi e vedo mia madre con una scopa in mano.

Alzati che dobbiamo pulire, dice.

Recupero le forze e mi sollevo dal letto. Scopa e paletta, butto in dieci sacchi neri tutti i cocci, poi passo lo straccio per raccogliere anche le schegge più piccole. Mia madre fa avanti e indietro dalla credenza del salotto e porta in cucina un nuovo servizio. Lo appoggia sul bordo del lavandino, in bilico, poi, finito il suo lavoro, si appoggia al muro e guarda. Io prendo i sacchi e li carico in macchina. Arrivo al cassonetto e li butto uno ad uno. Torno indietro e ascolto la radio che passa una canzone allegra: Sandra la notte è finita evviva la vita e stiamo ancora insieme. Alzo il volume, sorrido, mi accendo una sigaretta e quasi mi sono scordato del perché sono uscito: lascia i brutti pensieri di oggi e di ieri che adesso ho fame.

Alessandro Busi

 

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