psicologia/Riflessioni

Una volta ho visto un adolescente che mangiava il cervello di un altro.

Una volta ho visto un adolescente che mangiava il cervello di un altro.

Una volta ho visto un adolescente che mangiava il cervello di un altro.

No, no, anzi, ti dico io, una volta ho visto un adolescente che mangiava il cervello di un altro mentre si drogava con le pastiglie di ecstasy.

No, no, no, non sai che è capitato a me: una volta ho visto un adolescente che mangiava il cervello di un altro, mentre si drogava con le pastiglie di ecstasy, che gliele passava in bocca una ragazza, con cui faceva sesso e anche lei mangiava le cervella dell’amico.

No, no, no, no, aspettate, vi dico io la storia vera: una volta ho visto un adolescente che mangiava il cervello di un altro, mentre si drogava con le pastiglie di ecstasy, che gliele passava in bocca una ragazza con cui faceva sesso e anche lei mangiava le cervella dell’amico, e intanto tutti gli amici ridevano e riprendevano con i cellulari e caricavano su Facebook e poi mettevano like.

Eh, cari miei, è proprio così, i giovani d’oggi sono proprio senza morale, mica come una volta.

Sarò sincero, se domani mattina leggessi su qualche giornale una storia simile, non mi stupirebbe. In questi giorni, infatti, pare non ci sia altro argomento da trattare nel mondo giornalistico e non, che non sia quello dell’adolescenza.

Bene, si può dire, occupiamocene, perché no?

Condivido, occupiamocene, ma cosa vuol dire occuparsene?

Per come la vedo io, lavorando ogni giorno con le persone, occuparsi di qualcosa è, in primis, capire ciò che le persone stanno facendo, capire il loro mondo, i loro significati, non scegliere deliberatamente di appiccicarci i miei, come invece vedo accadere in questo caso.

Quanto emerge dai giornali, infatti, è un generale atteggiamento di superiorità morale verso il malato adolescente, come se ci fosse un’età anagrafica che è diventata, gioco forza, una malattia. Ci sono racconti di babysquillo, bullismo, cyberbullismo, come se l’adolescenza attuale non fosse raccontabile in altro modo, mescolati a letture teorico-psicologiche, che mai provano a comprendere una realtà, ma si limitano a giudicarla con parole dalla facile retorica. Penso, per esempio, a Barbara Stefanelli, che sul Corriere, scrive nascondendosi tra gli specchi di mille schermi?”, e mi chiedo, cosa significa? È chiaro che recupera una possibile lettura lacaniana, ma perché? Come fa a sapere che i ragazzi si stanno nascondendo? Da cosa lo deduce? Si è confrontata con qualche esemplare di adolescente per provare a capirne il punto di vista, o ha dato per scontato che questa lettura fosse corretta, punto? E se ha scelto questa strada, perché?

Questa, ovviamente, non è un’accusa verso l’autrice singola del pezzo [che, per giunta, in chiusura recupera una lettura anche interessante], ma è un esempio di un atteggiamento. Atteggiamento, per altro, che è ben più diffuso del mondo giornalistico. Quello della superiorità rispetto all’adolescente malato di adolescenza – vittima degli ormoni, vittima delle passioni, vittima dei propri comportamenti inspiegabili – infatti, è qualcosa che si respira ben fuori dal mondo giornalistico. È un modo che ci portiamo dentro senza nemmeno accorgercene e che, comunque, giochiamo nel momento in cui ci approcciamo ai ragazzi.

Il problema sorge quindi, non tanto nel fatto che siano legittime o meno alcune chiavi di lettura, ma in ciò che esse implicano: più noi ci riteniamo superiori e giusti, più vedremo l’altro come altro, minus e da correggere. In altri termini, il rischio che corriamo nel portare avanti questo tipo di atteggiamento verso gli adolescenti, non è quello di sbagliare chiave di lettura, ma di vederli sempre più alieni, e, più uno è alieno, più ci sembra strano, e più ci sembra strano, più diventa alieno.

Per questo, personalmente, mi piacerebbe leggere almeno un articolo in cui si dica, io non so perché gli adolescenti fanno quello che fanno, ma vorrei capirlo, magari parlandoci.

Forse, in questo modo, mettendoci nei loro panni – nei loro panni, non mettendoci nei panni che noi abbiamo deciso essere i loro – possiamo comprendere un mondo che può risultare tanto strano quanto comune, un mondo che ci metterà in crisi, che ci dovrà far cambiare posizione e prospettiva, ma un mondo legittimo tanto quanto il nostro. In alternativa, possiamo continuare così, guardare il fenomeno da fuori e darci di gomito dicendo, oh, non sai cosa ho visto una volta. Una volta ho visto un adolescente che mangiava il cervello di un altro, e finire scuotendo il capo sconsolati, ma cullandoci nella nostra certezza di essere dalla parte del giusto. 

Alessandro Busi

2 thoughts on “Una volta ho visto un adolescente che mangiava il cervello di un altro.

  1. Vecchio problema caro Ale, quello di chi sa di cose senza averle mai provate, quelli che dicono a chi è stato lasciato dalla ragazza di non prendersela perché ci sono tante altre ragazze al mondo, quelli che di fronte ad un dolore assoluto come la morte di un figlio dicono “capisco cosa provi” e magari non hanno neanche un figlio loro, quelli che aiutano i tossici, gli alcolisti, i divorziati senza essere mai stati tossici, alcolisti o divorziati, ma allora esisterebbe solo il sistema dell’”automutuoaiuto” ? e il dottore dovrebbe avere la stessa malattia di chi vuole curare? e tu dovresti essere diciamo, almeno “disorientato” per fare lo psicologo -che un po’ però lo sei :-) … Insomma alla fine concordo con te, anch’io nel mio lavoro sociale mi trovo spesso di fronte a persone problematiche e cerco di contribuire al loro miglioramento senza per questo però averne la stessa patologia ma concordo che il “oh, non sai cosa ho visto una volta…” va lasciato ai baristi e alle parrucchiere (non me ne vogliono) da sempre gli unici che possono risolvere i problemi altrui senza averli mai provati ed a noi invece, non resta che il duro lavoro quotidiano di accompagnare per un pezzo di strada chi incrocia la nostra e tacitamente ed a volte anche inconsciamente, ci porge la sua mano sperando di trovare la nostra… Alla prossima…

  2. ottimo. infatti giudicare gli altri come “devianti” ci fa sentire normali, sembra banale ma è quello che capita, il più delle volte. ci permette di evitarci la fatica di comprendere. l’adolescenza, come tante altre cose..

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