La meglio roba (musicale) del 2011 per me

Non so voi, ma fin da piccolo mi sono sempre piaciute le classifiche di fine anno.

Oltre ad essere il momento buono per rivedere La Fabbrica di Cioccolato e per rivedere la storia de Il principe e il povero in versione Disney con Mickey Mouse protagonista, il periodo natalizio era per me il momento di affondare nella dolce malinconia delle classifiche riassuntive dei maggiori eventi degli ultimi 365 giorni.

Le migliori schiacciate NBA dell’anno, gli avvenimenti politici più importanti dell’anno, i fatti di cronaca nera più trucidi dell’anno, i migliori dischi dell’anno, e poi, una volta cresciuto, i video di yutube più visti dell’anno, i momenti tv più rilevanti dell’anno, i libri più letti dell’anno… Avrei guardato e guarderei ancora oggi anche la classifica più insignificante. Non mi lascerei scappare nemmeno la classifica dei granelli di sabbia più granelli dell’anno, o dei chicchi di sale più chicchi del 2011.

Proprio per questa passione, da quando ho iniziato a scrivere per Musicletter, il momento che preferisco è quello in cui il nostr boss ci scrive e ci dice, ragazzi è ora di fare le classifiche. In genere, leggo la mail e sorrido soddisfatto, poi faccio a lista dei dischi che ho ascoltato durante l’anno e poi faccio una prima scrematura, e poi una seconda, e poi arrivo ai 10 album, e poi riordino i 10 album. E poi boom, la classifica è fatta.

Quest’anno, per gradire, ho deciso di pubblicarla anche qui: quindi ecco i migliori 10 dischi del 2011 per me.

  1. Mogwai_ Hardcore will never die, but you will
  2. Verdena_ WOW
  3. Tom Waits_ Bad as me
  4. Tyler, the creator_ Goblin
  5. dEUS_ Keep you close
  6. Beastie Boys_ Hot sauce committee part two
  7. Tv on the radio_ Nine types of lights
  8. Aucan_ Black rainbow
  9. Radioead_ The king of limbs
  10. PJ Harvey_ Let England shake

That’s all, folks!

Alessandro Busi

Notebook #3: Agosto

1 marzo 2011

Agosto – In Circolo Perturbazione

Questo racconto è inserito nel numero 76 di Musicletter.

 

in circolo

Mi stendo sul fianco. Tolgo gli occhialini protettivi che, ne sono certo, mi hanno lasciato l’alone di non-abbronzatura attorno agli occhi.

Dalla tv, che ho lasciato accesa in salotto, sento e vedo Antonella Clerici che prepara una torta di mele e urla, per il fatto di sporcarsi. Dalla casa di fronte, sento una sveglia che i vicini in vacanza hanno lasciata accesa. Suona un bip ripetitivo e sempre più veloce. Ogni giorno alle dodici e trentasette.

Agosto, la sveglia che rompe il silenzio.

Mia moglie, prima che divorziassimo, mi diceva sempre di non mettermi al sole di mezzogiorno, che è troppo forte, mi avrebbe fatto male alla pelle.

Tu che hai così tanti nevi, poi, diceva.

Io non l’ho mai ascoltata, perché è irresistibile.

Mi rigiro e mi stendo a pancia in giù. Do la schiena al sole, mantenendo costante il minutaggio con gli altri lati del mio corpo.

Mentre mi lascio rosolare, penso all’aspetto che avrò fra qualche giorno. Penso a come sarà il contrasto fra la pelle abbronzata e la mia capigliatura bianca.

Antonella Clerici racconta della gioia della maternità, mentre rompe le uova, facendone cadere una. La regia stacca sul pubblico che ride e fa partire una canzoncina che ironizza, in un coro di voci bianche, sul concetto di cuoco pasticcione.

Finito anche il tempo della schiena, mi alzo ed entro a bere qualcosa. Passando davanti allo specchio, mi osservo e mi vedo rosso.

Questo rosso diventerà nero, penso.

Il mio modello estetico è Flavio Briatore.

Arrivato in cucina, apro il freezer e prendo una birra gelata. La stappo. Sono accaldatissimo.

Non bere la birra ghiacciata, mi diceva sempre mia moglie.

Mi attacco a garganella e ne ingollo metà. Prendo fiato e la finisco.

Non mangiare le cose grasse che hai il cuore debole, mi diceva sempre mia moglie.

Agosto, ti affacci su un cuore malato.

Getto la bottiglia nel cestino del vetro e torno verso il giardino, per riprendere l’operazione abbronzatura.

Sullo schermo c’è la pubblicità di un Gel per capelli che sarebbe resistente ad ogni intemperia.

Mentre cammino sento una fitta sorda nello stomaco. Non riesco a stare in piedi. Quasi svengo, ma mi accascio a terra.

Infarto?, inizio ad interrogarmi agitato, Colite? Congestione?

Steso sul pavimento di granito mi costringo sul fianco e abbraccio le ginocchia, avvicinandole al petto. Grido. Tremo. Chiamo aiuto, ma nessuno mi sente.

Da quando ho divorziato sono solo, penso, lucidamente.

Sento il sudore freddo che mi scende sulla fronte. Inizio a tremare per i brividi. Apro gli occhi e mi guardo allo specchio. Mi vedo inerme, vecchio, indifeso e rosso.

È agosto e sento freddo, penso.

Se non è vero che hai paura… allora perché tremi in questo agosto?


Alessandro Busi

Torna con un nuovo racconto “Non hai dormito?” la rubrica Notebook di Musicletter (qui scaricate il numero 74). Questo racconto è ispirato a Dividing opinions dei Giardini di Mirò.

Non hai dormito?: Dividing opinions

Antonio si alzò dal letto, tentando di non fare rumore. La sveglia l’aveva spenta prima ancora che iniziasse a suonare.

Dove vai?, gli avrebbe chiesto Laura, se si fosse svegliata.

Come mai sei già sveglio? Non hai dormito?, gli avrebbe detto con la voce impastata dal sonno.

Lui fece bene attenzione a non muovere nemmeno un granello di polvere. Prese dalla sedia i jeans e un maglione e si diresse in sala.

Accese la tv e abbassò il volume al minimo. Il tg flash andava in rotazione continua. I servizi si rincorrevano sempre nello stesso ordine, e, nelle scritte nel basso dello schermo, si ripetevano le temperature medie previste per quella giornata di fine autunno: Firenze 11°, Milano 9°, Roma 13°.

Me ne vado, le avrebbe risposto, se fosse stato interrogato.

Non riesco più a dormire e fatico anche al lavoro. Possibile che tu non te ne sia accorta? Possibile che non ti sia accorta che non siamo più d’accordo su nulla? Nemmeno sul tipo di latte da comprare. È come se la vicinanza ci avesse allontanato. La nostra convivenza è un paradosso, due anni di paradosso, le avrebbe risposto, senza avere il coraggio di guardarla negli occhi.

Finito il succo di frutta, andò in bagno e si sciacquò la faccia. Si specchiò. Fissava le gocce d’acqua, che si impigliavano nella sua barba incolta. D’un tratto, dal nulla, gli venne in mente che un giorno sarebbe invecchiato, che non avrebbe avuto trent’anni per sempre, che anche la sua barba sarebbe diventata bianca.

Asciugatosi il volto, tornò in sala e spense la tv. Riprese in mano i jeans e il maglione e inspirò profondamente. Trascinava i piedi, facendo un leggero rumore di scia delle calze sul parquet e tornò in camera. Rimise i vestiti sulla sedia e si ridistese a letto, nella maniera più morbida possibile. Le lenzuola non erano più calde come le aveva lasciate e sentì un brivido salirgli lungo la spina dorsale tutta. Si rannicchiò su se stesso. Dopo poco si addormentò.

Nel frattempo, Laura, occhi aperti e braccia distese, non sapeva cosa pensare, ma restava a fissare la prima striscia di luce solare che passava attraverso le fessure delle ante. Una sola frase continuava a girarle nella testa. Un verso di una canzone: Dividing opinions all we are.


Alessandro Busi

Bene, presento oggi una nuova rubrica presente da questo numero 73 (potete leggerlo qui) su Musicletter. La rubrica si chiama Notebook e si comporrà di racconti brevi, molto brevi, che prendono spunto, hanno come ossatura, usano come espediente, delle canzoni o degli album. Il primo racconto presente si intitola La fine del mondo-Lucifer over London.

 

La fine del mondo – Lucifer over London

Nadia si sistemò le cuffie bianche dell’Ipod. Per l’occasione, aveva scelto di indossare i suoi jeans preferiti e una maglietta a mezze maniche con la stampa di una frase di Brecht: sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore. Accanto a lei c’era in piedi sua madre, Luisa, mentre suo padre, fuggito da casa ormai da due anni, non si era fatto sentire nemmeno per quel grande evento.

Nelle orecchie, il ticchettio della selezione delle canzoni era disturbato dal vociare delle persone attorno.

Dobbiamo stare tutti assieme, aveva detto il sindaco la sera prima in piazza durante una riunione con i cittadini, dobbiamo aspettare tutti assieme la fine del mondo.

A sinistra di Nadia era arrivato, tutto trafelato, Luigi, un suo compagno di classe. Anche lui aveva scelto una maglia specifica per il giorno dell’apocalisse, raffigurante la copertina di Dirty dei Sonic Youth.

Dobbiamo essere tutti vicini in questo momento, aveva proseguito il sindaco, dobbiamo sostenerci a vicenda e aspettare…e sperare.

Luigi controllò l’ora. Erano le 17 e 40, quindi, pensò che mancavano solo due ore prima che tutto finisse.

Nadia guardava dritto davanti a sé e muoveva leggermente la testa a ritmo della musica, Lucifer over London dei Current 93.

Luigi deglutì e strabuzzò gli occhi, è ora, è il momento, si disse.

Preso il coraggio a due mani, inspirò profondamente, poi si girò verso Nadia. Le strinse le spalle magre e la baciò sulle labbra, chiudendo gli occhi.

Nadia, sulle note di All the pretty little horses, eseguita sempre dai Current 93 con Nick Cave, pensò che finalmente quello stordito si era deciso e gli mise la mano sinistra dietro la testa, per stringerlo a sé.

Sua madre, che aveva visto tutta la scena, iniziò a lasciar scendere le lacrime dagli occhi, sorridendo.

Hush a bye, don’t you cry.

Alessandro Busi

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