Questo articolo è pubblicato anche su No Claps: qui e qui
La storia di Trayvon Martin:
come si intersecano razzismo e capitalismo.
Intro-Duzione: Succede che un ragazzo afroamericano venga ucciso da un vigilante bianco.
Succede che c’è un periodo in cui le persone iniziano ad avere paura. Succede che la paura è un sentimento che rischia di dilagare, di impossessarsi delle vite, di rinchiudere in casa, fino a riversarsi su se stessi. Succede che la stessa paura poi si modifica e si tramuta in volontà di controllo. Poi succede che la volontà di controllo diventa necessità di controllo e la necessità di controllo non è più di nessuno, è una cosa che si deve avere, una cosa normale, una cosa ovvia. Poi succede che la possibilità di incontrare cattivi inizia a nascondersi dietro ogni angolo, così, le persone tranquille hanno sempre più bisogno di persone coraggiose che li difendano. Succede che porte blindate, inferiate, allarmi, telecamere, cani di guardia, spray al peperoncino, corsi di autodifesa, vigilantes, polizia, esercito, non sono più sufficienti e alla paura e alla necessità di controllo si aggiunge l’insoddisfazione, il sentirsi vittime in ogni momento. Succede che qualunque reato grande o piccolo, diretto o indiretto, qualunque fastidio, qualunque disturbo alla propria categoria mentale di “vita tranquilla” porta a pensare che tutti i corpi-oggetti-organizzazioni adibiti a controllo e difesa di tale vita hanno fallito. Succede quindi che le persone si parlano e si lamentano a vicenda e ogni lamentela diventa una fascina di legna in un falò sempre più imponente. Succede che l’unica conclusione a cui questo fuoco arriva è quella che è ora di difendersi da sé. Succede quindi che qualcuno si convince che è necessario che si inizino a fare ronde e che qualcun altro si propone per farle. Succede che qualcun altro ancora prende questo compito in maniera estremamente seria e succede che in un quartiere bianco di Sanford in Florida, il ventottenne George Zimmerman si autoproclama capitano della Guardia di quartiere. Succede che certi stereotipi estetici si tramandano nelle nostre menti in maniera implicita. Succede che gli zingari rubano, che gli albanesi rapinano, che i marocchini spacciano e che un giovane nero col cappuccio in testa e le mani in tasca, che cammina di sera per le strade di un quartiere bianco di Sanford, attivi nella guardia Zimmerman l’immagine standard dello spacciatore di strada. Succede che è il ventisette febbraio del 2012, che il ragazzo col cappuccio si chiama Trayvon Martin, ha 17 anni e gioca nella squadra di football della scuola che frequenta. Succede che Zimmerman si insospettisce e intima al ragazzo di fermarsi. Succede che il ragazzo dice all’amica con la quale è al telefono che c’è uno che lo segue e lei gli dice di scappare. Succede che Zimmerman pensa che sicuramente quello è armato, infatti tiene una mano in tasca. Succede che Zimmerman raggiunge Martin e fra i due inizia una colluttazione. Succede che l’amica di Trayvon sente i primi scontri, prima che cada la linea. Succede che Zimmerman si ricorda di avere una pistola e spara a Martin. Succede che quando arrivano i soccorsi Martin è morto, Zimmerman viene trovato armato della sua pistola e l’altro viene trovato armato di un sacchetto di caramelle Skittles e una bottiglia di té alla pesca. Succede che Zimmerman non viene incriminato per omicidio, in quanto, se ti senti minacciato, per legge, puoi sparare, quindi lui è stato dentro il Diritto. Succede che qualche giorno dopo, si scopre che il manuale della buona guardia di quartiere dice che “deve essere ricordato ai membri che loro non hanno i poteri della polizia, e quindi non devono portare con sé armi né possono fare inseguimenti”1. Succede che però queste regole sono scritte così, un po’ come il galateo, ma non valgono per davvero. Succede che il caso Martin inizia a girare fra le persone e molti si chiedono come possa succedere in un paese che ha un presidente afroamericano. Succede che si raccolgono centinaia di migliaia di firme in poche ore per chiedere l’apertura del caso Martin e succede che non viene comunque aperto. Succede che mercoledì 21 marzo, a New York, si tiene la Million Hoodie March, una manifestazione composta da migliaia di persone tutte incappucciate, organizzata per dare il proprio supporto alla famiglia Martin, per chiedere che Zimmerman sia incriminato per l’omicidio di Trayvon, per denunciare il rapporto stretto fra razzismo e capitalismo.
In_medias-Duzione: La “Million Hoodie March” degli Occupiers per Trayvon Martin2.
Cinquemila manifestanti hanno preso le strade di New York per protestare contro l’omicidio di un ragazzo nero in Florida.
(Di Natasha Lennard; Traduzione di Alessandro Busi)
Mercoledì notte, cinquemila persone sono scese nelle strade di New York per chiedere giustizia per Trayvon Martin, il ragazzo afroamericano di diciassette anni ucciso il mese scorso dalla guardia di quartiere, George Zimmerman. Martin era armato solo di un pacchetto di Skittles quando Zimmerman gli ha sparato, sostenendo che il ragazzo fosse “sospetto”. Il crimine di Martin – lo stesso commesso da Amadou Diallo, Sean Bell, Ramarley Graham e altri – sembra quello di essere stato in giro nonostante fosse nero. Zimmerman non è stato incriminato per l’omicidio, seppure a fronte di una protesta nazionale
Gli organizzatori della “Million hoodie march” (Marcia del milione di incappucciati) per Martin chiedevano ai manifestanti di riunirsi Mercoledì sera in Union Square a Manhattan indossando una felpa col cappuccio, per simbolizzare il profilo spesso usato contro i giovani non-bianchi. La piazza, dalla quale i manifestanti di Occupy erano stati cacciati dalla polizia la sera precedente, era di nuovo piena di sostenitori Occupy e centinaia di altri, riuniti dal caso di Martin. Molti giovani manifestanti neri indossavano felpe col cappuccio e urlavano “Sono io il prossimo?”
I genitori di Martin hanno parlato alla folla a Union Square prima che la marcia iniziasse. “Questa non è una questione di bianchi e neri. Questa è una questione di giusto e sbagliato”, ha detto Sybrina Fulton, la madre di Martin, alla folla, “Nostro figlio è vostro figlio”.
Dopo i discorsi dei Martin, del membro del consiglio Jumanee Williams e del procuratore, la massa si è riversata nella 14th Street, occupando entrambe le corsie e sfidando i tentativi della polizia di tenere i manifestanti sul marciapiedi. Appena la manifestazione ha imboccato la Sixth Avenue, si è sollevato il grido “I am Trayvon Martin” (Io sono Trayvon Martin), mescolato con slogan come “Justice for Trayvon Martin” (Giustizia per Trayvon Martin) e a canti come “No justice, no peace, fuck the police!” (Niente giustizia, niente pace, fanculo alla polizia).
Dopo essersi snodata di nuovo verso Union Square, la marcia si è divisa in differenti gruppi. Un gruppo ha marciato verso Downtown attraversando Broadway, mentre un altro pezzo è tornata sulla Sixth Avenue dirigendosi verso Time Square. Ad un certo punto, un contingente Downtown è avanzato verso il toro, la statua simbolo di Wall Street al Bowling Green Park. I manifestanti hanno abbattuto le barricate, che erano state poste a difesa della statua fin da quando era iniziato il movimento OWS a settembre, e un uomo è salito sulla schiena del toro.
Nel frattempo, a midtwon, la polizia scortava indietro il corteo da Times Square verso Union Square, spingendo aggressivamente i manifestanti sul marciapiedi. “Non lasciamo che i poliziotti decidano le nostre azioni. Non lasciamoci spaventare”, gridava un uomo. Poco dopo le ventidue, entrambi gli spezzoni si sono riuniti a Union Square – la nuova base Occupy di Mahattan, fortemente contestata dalla New York bene. Quando la polizia è entrata per chiudere il parco, gli agenti superavano in numero i trecento manifestanti di un centinaio di persone.
Potrebbe sembrare strano che una marcia di solidarietà per un ragazzo ucciso in Florida finisca nella massa di Occupy Wall street, ma vedere OWS come limitato al contestare l’avidità delle corporazioni e l’influenza del denaro nella politica è limitante rispetto al movimento. Le azioni Occupy vanno contro tutti gli aspetti oppressivi e gerarchici del sistema – capitalismo e razzismo (e il loro intrecciarsi) soprattutto. Infatti, uno striscione portato da molti manifestanti durante la manifestazione di mercoledì recitava “Non può esserci capitalismo senza razzismo”.
E sebbene l’azione di mercoledì fosse guidata dalla rabbia per l’ingiustizia subita da Trayvon Martin, non è stato solo il desiderio di vedere l’assassino incriminato (cosa che certamente è stata chiesta) che ha portato le persone in strada. I manifestanti stavano denunciando, non un singolo omicidio, ma l’intero sistema nel quale omicidi come questo sono di primaria importanza.
Extra-duzione: capitalismo e razzismo.
Succede che le idee si mescolano e si rinforzano l’un l’altra. Succede che, per esempio, anarchismo e internazionalismo sono estremamente connessi tra loro, in quanto l’uguaglianza sociale si incastra come in puzzle perfetto con l’assenza di confini nazionali per le persone, prima che per le merci. Succede quindi anche che altri modelli sociali-economici si incastrino bene con altre idee e, da lì, inizino un ballo reciproco. Succede che il capitalismo ha un bisogno endemico di persone povere e di persone benestanti, di persone di serie A e di persone di serie B e, meglio ancora, anche di persone di serie C e D, e via dicendo. Succede che all’inizio la teoria sulla razza, sulla superiorità di alcune pigmentazioni rispetto ad altre, serviva per rendere legalmente schiave le persone di colore più scuro rispetto agli europei del vecchio e del nuovo mondo. Succede che poi, dopo la metà del novecento, dopo la repulsione per l’eugenetica nazista e fascista, questo tipo di pensiero viene lentamente abbandonato, ma il sistema economico continua ad averne bisogno come dell’ossigeno. Succede quindi che i movimenti non violenti, e sottolineo non violenti perché quelli volenti vennero molto osteggiati, per i diritti degli afroamericani negli Stati Uniti entrano nel cuore di tutti. Succede che nelle tv, si sostituiscono le rappresentazioni macchiettiste dei minstrel show, con telefilm che raccontano la perfetta armonia sociale che ruota attorno alle famiglie afroamericane: i Jefferson, i Robinson, Otto sotto un tetto, Tutto in famiglia… Succede che in queste rappresentazioni, si tocca anche il tema del razzismo, come un qualcosa di insensato, una sorta di tara che entra nei cervelli di alcune persone che non capiscono l’assurdità delle loro idee. Succede che questo atteggiamento porta all’elezione del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America. Succede che, però, rimane la grossa differenza fra neri ricchi e neri poveri. Succede anche che, dopo l’undici settembre 2001, la pigmentazione che attiva paura e fastidio non è più quella scura subsahariana, bensì quella più mulatta tipica del nord Africa e del medio oriente. Succede che stavolta nessuno penserebbe di dire che queste razze sono inferiori o geneticamente cattive, ma piuttosto, si utilizza la giustificazione culturale, quindi succede che si producano i discorsi sulle incompatibilità culturali, generalmente basati sull’idea per cui culture diverse non possono convivere, quindi è molto meglio che ognuno rimanga a casa propria. Succede poi che questi discorsi vengano arricchiti da superficiali analisi sulla distribuzione della ricchezza. Succede che tali analisi non vadano mai a prendere in considerazione la linea verticale sulla quale viene costruita la piramide economica del sistema capitalista, quella dei molti poveri che fanno da base solida per i molti ricchi, ma vanno solo a rinvigorire la forza retorica della scena dei capponi di Renzo: la guerra fra poveri. Succede quindi che al razzismo genetista di un tempo, si sostituisce un razzismo economico, culturale e razionale, la cui espressione inizia regolarmente con io non sono razzista, però. Succede allora che, su tali basi, gli stati producano leggi che discriminano chi arriva da altri paesi, in particolare se si tratta di paesi più poveri, in quanto i flussi migratori sono un problema. Succede che i clandestini, condizione unica di illegalità intrinseca all’esistere stesso, passino dall’essere persone senza documenti regolari a persone che meritano di stare in carcere. Succede che questo merito faccia sì che ogni persona immigrata in un paese più ricco perda il proprio status di essere umano e perda le proprie origini, ma diventi uno stereotipo di crimine proveniente da un paese sicuramente culturalmente lontano da noi, meglio noto come Clandestinia. Succede anche che in questo modo, qualunque profilo di persona del maghreb, per esempio in Italia, non attivi più l’idea di trent’anni fa del marocchino vucumprà della spiaggia che vuole vendere braccialetti e tappeti, ma invece accenda il campanello d’allarme dello spaccio, delle risse per strada, della violenza sulle donne, dello scippo, delle rapine, di tutti i reati da strada che, come tutti sanno, quelli lì fanno. Succede che negli Stati Uniti, la maggior parte della popolazione detenuta sia afroamericana e che la rappresentazione tipica dello spacciatore di strada sia quella del ragazzo nero col cappuccio in testa. Succede che questo tipo di pensiero è utile per il sistema economico perché permette il controllo dei cittadini, facendo sì che siano i cittadini stessi a richiederlo, in quanto questi qui, se non li controlliamo, ci portano via tutto, dove questo tutto sta per il mantenimento del sistema economico a cui siamo abituati. Succede che questo tipo di rappresentazioni faccia comodo al capitalismo perché permette di avere persone di classe F, G, o addirittura Z, che in assenza di alcun diritto, sono completamente ricattabili in funzione di un sogno di ricchezza che non raggiungeranno mai, ma che li fa andare avanti a lavorare sottopagati, sfruttati, emarginati, e gli fa anche fare quel lavoro inconsapevole di capro espiatorio sociale, che fa sì che le persone non alzino lo sguardo sulla struttura verticale che li sovrasta. Succede che questo tipo di rappresentazioni e reazioni mentali siano a noi incontrollate e diventino automatiche nel momento in cui incontriamo una persona. Succede che la reazione di Zimmerman, quindi, non è stata la reazione di un cattivo contro un buono, ma la reazione personale, ci mancherebbe, inserita però in un dato contesto culturale. Succede quindi che, nel panorama attuale, lottare contro il razzismo è lottare contro un determinato tipo di economia che si accoppia con tale tipo di pensiero, quindi all’opposto, succede che lottare contro il capitalismo finanziario, come fa il movimento Occupy Wall Street, non è solo lottare contro le corporazioni, ma contro determinate logiche, fra cui anche quella che legittima in neo-razismo razionalista. Succede quindi che sia naturale che le manifestazioni per la morte di Trayvon Martin si intreccino a New York con quelle di OWS, perché entrambe vanno nel cuore del problema: non chiedono solo la cattura dei cattivi, ma denunciano la cultura e l’economia nella quale questi sono inseriti e che li legittima.
Post-duzione: una paio di note di chiusura.
Poi succede che tutti condannano l’omicidio di Trayvon, che tutti dicono che è una grandissima disgrazia, anche che Zimmerman è proprio cattivo, ma quando si accorgono che dietro alle marce non c’è solo la richiesta della vendetta, allora anche le istituzioni cambiano strategia e iniziano a raccontare che ci sarebbe un gruppo di estremisti che si chiama New Black Panther Party, che avrebbe messo una taglia sulla testa di Zimmerman, nonostante il presunto sito di riferimento di tale gruppo non esista e nonostante gli appartenenti al Black Panther Party ne neghino l’esistenza.
Succede poi che sui giornali si inizi a raccontare che Martin avrebbe aggredito, senza alcuna ragione, Zimmerman e che comunque, il ragazzo non era il santo che sembra, in quanto era stato sospeso da scuola per possesso di Marjiuana, ma come risponde la madre di Trayvon a tali affermazioni: “Hanno ucciso mio figlio, ora stanno provando ad ammazzare la sua reputazione”.
Alessandro Busi
1Per la ricostruzione degli eventi e la citazione dal Manuale della guardia di quartiere ho usato questo articolo http://abcnews.go.com/blogs/headlines/2012/03/trayvon-martin-case-timeline-of-events/
2L’articolo originale che ho tradotto è di Natasha Lennard e lo trovate a questo link: http://www.salon.com/2012/03/22/occupiers_march_for_trayvon_martin_at_million_hoodie_march/singleton/
Vivremo tutti felici e contenti
10 dicembre 2011
Ho scritto queste righe perché non mi sono mai tanto piaciute le petizioni in quanto spesso veicolano ragionamenti semplici, manichei e massivi. Anche in questi giorni ho avuto la stessa sensazione, per quanto l’idea di togliere beni ai preti sia sempre allettante.
Vivremo tutti felici e contenti.
Quando lavoravo in carcere, ricevetti un insegnamento d’oro da un detenuto che mi spiegò come fare a fare dei reati senza farsi beccare. Ora, chiaramente, mi si potrà obiettare che lui non era stato mica tanto bravo a non farsi beccare, dato che l’avevo conosciuto in carcere, però è anche vero che lui l’avevano beccato dopo un bel po’ di tempo, quindi, la sua tecnica, comunque, aveva una sua ragion d’essere. Il succo del suo consiglio è riassumibile così: se vuoi fare un reato fanne due. Uno piccolo e palese da dare alla polizia, così da nascondere ai loro occhi l’altro, quello grande.
In questi giorni, su Facebook, ma non solo, si susseguono le petizioni (Es. quella lanciata da Micromega) e gli appelli accorati per far pagare l’ici alla chiesa cattolica. Detto in termini molto semplici, l’impressione che ho è che Monti potrebbe aver seguito il consiglio che mi aveva dato quel detenuto in carcere: ha dato in pasto alla gente un “reato” semplice e palese – non far pagare l’ici alla chiesa cattolica -, per far sì che le persone si concentrassero su questo, senza andare a scandagliare il “reato” grande, quello vero e proprio, ovvero il mantenimento della disuguaglianza sociale del nostro paese che, non solo non viene alleviata, ma sarà inasprita.
Inoltre, credo che la chiesa sia una di quelle istituzioni con le spalle abbastanza larghe da saper e voler fare da parafulmine sociale. Intendo dire che la chiesa è una di quelle realtà istituzionali solide e autoreferenziali (una religione non può che essere un sistema chiuso) che sanno sopportare il peso di critiche esterne che non fanno altro che rafforzare le posizioni di chi ci sta dentro e chi ci sta fuori.
In questo senso, quindi, mi dà l’idea che le petizioni non abbiano altri effetti oltre a quelli di:
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far sentire meglio noi di sinistra, ché andare contro la chiesa rafforza la nostra identità politica e, un domani, potremo dire “ehi, guarda che io ho combattuto contro la finanziaria di quel porco capitalista di Monti, ho firmato pure le petizioni contro i preti, io”;
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far sentire meglio la chiesa, che a vedersi contestata dagli anticlericali si sente riconosciuta come potere presente nella società;
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far sentire meglio Monti, che sa di governare un popolo che è convinto di aver scovato il suo “reato”, di stare combattendo attivamente, mentre non si rende conto di essere la rotella che tiene in piedi il sistema tutto.
Ma a guardar bene forse va bene così, alla fine tutti ci guadagnano in gioie personali quindi, come nelle migliori favole: vivremo tutti felici e contenti.
Alessandro Busi
Questo articolo nasce dall’invito a artecipare ad un blog collettivo che racconti, riflett, analizzi questo movimento di adesso, con la sua compattezza globale e le sue marcate differenze territoriali. Questo blog si chiama No Claps e il mio pezzo lo trovate qui, ma se navigate trovate anche altri sul 15 ottobre italiano, oltre che su altri temi di questo occupy_movement.
What happened in my #15ott:
uscire dai manicheismi per occupare il nostro futuro.
All’inizio sono con gli studenti da Padova. Arriviamo alla Sapienza, dove il drago ribelle rosso ci sfila sotto gli occhi, assieme ad altre persone travestite in vario modo. Su un cassonetto c’è incollata una stampa in cui si vede il faccione di Foucault e sotto una frase: il sapere non è fatto per comprendere, ma per prendere posizione. Il carro degli Occupanti del Teatro Valle è una cosa unica nel suo genere, un’unione di allegria e malinconia, come si confa alla piazza di quel giorno.
Dalla Sapienza arriviamo in migliaia e dopo la seconda ora fermi immobili in Piazza Repubblica sotto il sole, con un’amica decidiamo di spostarci e andiamo dietro il camion del Global Project. Passiamo davanti allo spezzone di corteo della Fiom, che con il loro servizio d’ordine sembrano una testuggine da De bello gallico. In via Cavour troviamo uno scenario ancora caldo di fuoco e i pompieri che hanno appena finito di spegnerlo. Le carcasse delle auto puzzano di acre, di un acre che ti fa male al naso e proseguiamo. Guardo la A cerchiata sulla vetrina sfondata di una banca e non posso certo dire di aver provato sdegno o fastidio, anzi: un simbolo è andato a coprirne un altro. La marcia prosegue tranquilla. I reparti celere ci guardano da lontano, ma non sembrano intenzionati ad intervenire. Al telefono scherzo con la mia ragazza del fatto che, acquisiti i feticci fotografici delle auto bruciate e delle vetrine sfondate, ora pare tutto tranquillo. Attacco il telefono e inizio a vedere il fumo nero in fondo a via Labicana.
Avranno dato fuoco a un’altra macchina, mi dice la mia amica.
A giudicare dalla quantità di fumo, hanno dato fuoco a un pullman, le rispondo con tono ironico. Ridiamo.
Continuiamo ad avanzare e, fra i manifestanti sale la tensione, tanto che alcuni, dal nulla, corrono indietro, ma si calmano subito, mentre molti genitori con i ragazzini abbandonano il corteo. Il servizio d’ordine del GP si schiera e proseguiamo. Sul palco salgono gli Assalti Frontali e la gente li segue in un rifacimento per l’occasione di Roma Meticcia. Facciamo cinquecento metri e alcuni iniziano a gridare via, via e tutti si spostano ai lati. Le sirene di una o due – non ricordo, ma mi pare due – volanti tagliano per il lungo il corteo, ad alta velocità e alcuni ragazzi gli lanciano sassi e bottiglie. Alzo gli occhi e abbasso subito la testa, perché vedo una pioggia di vetri che mi vola addosso. In quel momento vengo schiacciato da altri manifestanti contro una punto bianca, mentre in mezzo alla strada si alternano lacrimogeni e bombe carta e sassi e bottiglie. Sentendo schiacciate le gambe, salgo sul cofano della Punto e salto dall’altra parte. Il fuoco continua e l’aria diventa irrespirabile. Mi sollevo sopra il naso la sciarpa che avevo al collo e provo a divincolarmi. Prendo una piccola via laterale che pare tranquilla. Chiamo la mia amica e le dico di raggiungermi, ma, esattamente in quel momento, mi giro e vedo una persona che butta qualcosa sotto una macchina dalla quale inizia ad uscire del fumo. Me ne vado anche da lì e le dico di non raggiungermi. Ci ritroveremo solo al pullman per il ritorno.
Arrivato in una zona tranquilla, mi siedo su delle scale, mi pulisco gli occhi e provo a risentire il gruppo con cui ero arrivato, oltre che tenermi in contatto con l’amica che ho perso negli scontri. Raggiungo gli altri ancora in via Cavour e proseguo con loro, dove le notizie arrivano vaghe, come se si fosse in un altro corteo, un altro #15ott, un’altra Roma. Arrivato davanti al Colosseo, mi unisco ad altri per fare il cordone che devia la manifestazione verso il Circo Massimo. Penso a chi è di là. Penso che in questo modo li stiamo isolando, anche chi non aveva intenzione di condividere un modo così insurrezionale di manifestare. Penso che la polizia, nel tagliare a metà il corteo, esattamente dove stavo prima, ha deciso che quegli scontri sarebbero proseguiti, che quella sarebbe stata l’unica realtà concessa e rappresentabile di piazza San Giovanni. Penso che nello scontro di forze, la maggior parte dei manifestanti erano ritenuti come la famosa erba di quel detto: quando due elefanti litigano, chi ci rimette è l’erba.
Proseguiamo ancora un po’ e poi andiamo verso una delle poche fermate aperte e libere della metro e torniamo verso il pullman.
Nell’ultimo tweet che sono riuscito a fare dicevo di come ci fosse qualche macchina bruciata, qualche vetrina sfondata, ma ancora era tutto tranquillo.
Nell’ultima fotografia che sono riuscito a fare, si vede il fumo nero e bianco che oscura il cielo di fronte a me.
Ma cosa è rimasto di Roma, oltre a questo? Cosa è rimasto della manifestazione?
Certamente, quello che è rimasto, per molti, è una spaccatura, un accusarsi a vicenda. I pacifisti che pubblicano le fotografie degli scontri per aiutare gli arresti, alla stregua di chi scriveva prima di Roma Se ci accoppano dei compagni non paralizziamoci, non diamo in isterismi ma rispondiamo colpo su colpo (http://italy.indymedia.org/node/864), sono entrambe espressione di un modo di intendere i cortei in maniera fondamentalmente egoista ed egocentrica. Sono espressione di quel desiderio tipicamente italiano di poter fare la parte del prete che predica dal pulpito e può dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, come si lotta e come non si lotta. Entrambi, in modi diversi vogliono imporre, come capetti, la loro posizione come giusta, unica, vera.
Personalmente, vedo però anche molti che vogliono capire, vogliono poter comprendere quanto accaduto, senza porsi su altari di giustizia, bontà o rivoluzione, ma proponendo linguaggi nuovi, nuovi modi di intendere la protesta e il potere.
Nuovamente, quindi, mi si conferma che parte di questo movimento non è mosso da indignazione, sentimento tanto forte quanto altezzoso e deresponsabilizzante, ma da consapevolezza di ciò che gli succede attorno a livello sociale ed economico. Per questo, con la stessa lucidità con cui analizza i percorsi di potere che caratterizzano la nostra società al fine di poterli cambiare, prova e proverà a capire quanto accaduto, senza accontentarsi di complottismi del tipo erano i servizi segreti o erano i fascisti (possibili, ma non universalizzabili), né di liquidarli come violenti, o barbari. D’altro canto, non arriverà nemmeno alla legittimazione della violenza fine a se stessa, ovvero quella violenza che ha messo a rischio prima di tutto i manifestanti, co-costruendo assieme alla polizia una situazione di braccio di ferro estremo, rispetto al quale non riesco ad intravedere un fine che vada oltre lo sfogo della rabbia individuale. Su questo punto, ci tengo a sottolineare che non ho scritto generando, ma co-costruendo, per sottolineare il carattere di scelta e non di causa-effetto delle azioni di polizia e manifestanti più violenti, per sottolineare che entrambe le parti, in quel pomeriggio, non mi pare avessero a cuore il benessere delle persone, ma solo i loro fini di dimostrazione di chi ce l’ha più lungo.
Dove arrivare, quindi?
Dove arrivare, a mio parere, è riuscire a costruire un movimento in cui si crei una compattezza d’azione che nasce dalla continua messa in discussione di se stessi, dal non sentirsi sulla posizione perfetta, ma essere capaci di negoziare continuamente. Sentirsi sempre scomodi, per non adagiarsi sullo scranno del giusto.
Arrivare ad acquisire un approccio sempre più pragmatista, in modo tale da non rigettare le pratiche a prescindere, ma saperle valutare in funzione dell’obiettivo che ci si pone, sempre con la capacità di portare avanti compattezza e pensiero, senza arrivare ad azzannarsi l’un l’altro, per i propri piccoli fini di potere di piazza.
Arrivare a mettere assieme umanità e politica, così da non dover più scegliere fra compagni morti e compagni arrestati, ma saper rispettare e far esprimere la rabbia di chi è fisicamente graffiato da questo sistema economico-sociale, non contro, ma assieme a chi vuole manifestare in maniera diversa.
Arrivare a saper ragionare in modo autoriflessivo per saper proporre un’alternativa a questo stato di cose, che non passa solo attraverso il rifiuto di un sistema economico, ma soprattutto passa attraverso il rifiuto di un modo di pensare manicheo e pieno di certezze assolute, che si rivelano poi sabbie mobili, a favore invece di un modo fatto di dubbi, discussioni e terze vie, in cui le persone sappiano prendersi cura delle scelte che fanno e abbiano la possibilità sentirle proprie, uscendo da quel vuoto pneumatico esistenziale che oggi ci caratterizza, così da raggiungere quello che per me è l’obiettivo ultimo di queste lotte: Occupare il nostro futuro!
Alessandro Busi
Non chiamateci Indignati: We Occupy Our Future.
13 ottobre 2011
Non chiamateci indignati:
We Occupy Our Future.
In questi giorni, la pigrizia del giornalismo italiano ha portato a nominare le manifestazioni che culmineranno in quella del 15 ottobre con l’etichetta di Indignati. Parlo di pigrizia perché, chiaramente, non c’è stato un tentativo di capire la protesta, ma solo quello di inserirla in una categoria già conosciuta, già analizzata, già stemperata dall’ansia sociale che può generare un movimento dalle linee ignote. In questo senso, quindi, chiamarci indignati è utile per depotenziare il movimento rispetto alla sua portata rivoluzionaria, oltre che limitarlo ad un sentimento che ha una duplice caratteristica: l’indignazione è su qualcosa di specifico (Es. sulle spese del viaggio a Madrid del Papa) non sul sistema nel suo complesso, in alternativa, l’indignazione generalizzata porta solo alla lamentela, non all’azione.
Quindi, qual’è l’alternativa?
L’alternativa è la consapevolezza. Personalmente, vedo questo nuovo movimento poliedrico e non programmatico-chiuso, come quello più consapevole che ricordi. È come se fino ad oggi ci fossimo sì indignati per specifiche questioni, senza arrivare alla comprensione globale che, ogni legge, ogni provvedimento, ogni carica della polizia, non erano altro che sintomi di una stessa condizione generale. È come se fino ad oggi la massima di Debord, l’economia ha trasformato il mondo nel mondo dell’economia, non ci fosse mai stata illuminata. Ad oggi, invece, su scala globale, siamo arrivati a questa consapevolezza generale che ci ha permesso di svegliarci sia dal sogno ottimistico, sia dall’indignazione chirurgica, per arrivare a saper sezionare il sistema senza perderne il complesso, saper arrivare alle ultime conseguenze di un gesto e di un contratto, a saper capire i processi di costruzione del sistema nel quale siamo inseriti. Capisco quindi che questo possa spaventare e quindi capisco che sia più comodo relegarci ad un sentimento meno minaccioso per il sistema stesso, ma non può starmi bene.
Allora, come dovrebbero chiamarci?
Io credo che tutto dovrebbe iniziare da una sola parola Occupy. Questo termine, infatti, è indicativo di quella consapevolezza di cui parlavo prima, rappresentata proprio dal fatto che, globalmente, siamo andati oltre rispetto alla protesta sotto il ministero, ma siamo arrivati al cuore che gli pompa il sangue, al cervello economico che ne governa le sinapsi decisionali: Wall Street, Piazza Affari, Banca d’Italia…
Oltre a questo, riesce a sottolineare il valore globale della protesta, che vede impegnata tutta una generazione – non definita cronologicamente, ma dalle condizioni lavorative e di vita che vanno a colpirla – che ha scelto e scegliere giorno per giorno, senza linee dettate dall’alto, di partecipare.
E oltre a questo ancora, Occupy dà l’idea, appunto, dell’occupare, del prendere spazio, non solo fisico come può avvenire simbolicamente nel momento della marcia, ma soprattutto economico, di vita, decisionale. Occupare il proprio spazio esistenziale e sociale, quello spazio che – chiunque sia precario può capire – viene a mancare quando si sente una non rappresentanza, quando si sente di non esistere per chi governa e genera la realtà sociale.
Per questo, io dico, non chiamateci indignati, perché siamo molto di più, siamo occupanti: We Occupy Our Future!
Alessandro Busi
Formula matematica per calcolare quando festeggiare i 150 anni di una persona, o di uno Stato.
18 marzo 2011
Formula matematica per calcolare quando festeggiare i 150 anni di una persona, o di uno Stato.1
Io ho ventisei anni compiuti il ventisette novembre del 2010, quindi sono nato nel 1984. Come ho fatto a calcolare il mio anno di nascita? Presto detto, con una semplicissima formula: Anno dell’ultimo compleanno (in questo caso 2010) – età in corso (in questo caso 26 anni). Quindi:
2010-26=1984.
Semplicissimo.
Supponiamo adesso che io arrivi a vivere fino a centocinquant’anni, supponiamo, in che anno sarei nato? I più ingenui di voi potrebbero rispondere che la data di nascita non cambierebbe, che io rimarrei con il mio certificato di nascita che recita anno di nascita1984. Ma vi sbagliereste.
Dovete sapere infatti che, per calcolare in che anno festeggiare i centocinquant’anni di una persona, o di uno Stato, bisogna applicare una formula che non è la solita, ma una leggermente più complessa:
(Anno dell’ipotetico compleanno dei 150 anni – 150 anni – 9 anni) + 150 anni
In questo modo, quindi, nel caso dei miei centocinquant’anni, io quando sarei nato? Presto detto:
(2134 – 150 – 9) + 150 = 1975 + 150 = 2125
Vedete bene, quindi, che, arrivati ai 150 anni, la data di nascita, che si calcola svolgendo la parentesi, cambia e non ci si può fare nulla. Nel mio caso, quindi io non sarò più nato nel 1984, ma nel 1975. In questo modo, però, si arriva a festeggiare il centocinquantesimo compleanno, non nel 2134, bensì nel 2125. Ovvio, no?
Ad essere sincero, il perché di questo salto temporale di calcolo, non lo so, ma so che è così.
D’altro canto, se ci pensate bene, ieri, nella giornata del tricolore espanso, abbiamo avuto conferma di questa formula. Guardiamo assieme.
Ieri, 17 marzo 2011, è stata festeggiata in tutta Italia, ma soprattutto a Roma, la festa dei centocinquanta anni dall’unità nazionale. Ora, è chiaro che questa festa, se non applichiamo la formula detta sopra, sarebbe storicamente senza senso in quanto nel 17 marzo del 1861 Roma non era italiana, bensì sotto lo Stato Pontificio.
Che unità nazionale è stata festeggiata quindi ieri a Roma se Roma non c’era?, ci potremmo chiedere.
Di fronte a questa domanda, io sono arrivato a darmi due risposte:
- Siccome la Breccia di Porta Pia è ancora una ferita aperta per il Vaticano, si è scelto di usare come data di nascita dell’Italia un giorno che non risvegliasse vecchi rancori, una data che non disturbasse le notti tranquille dei poteri ecclesiastici, dimostrando, però, che lo Stato italiano ha una sorta di sudditanza psicologica (almeno) dalla Chiesa;
- Semplicemente è stata applicata la formula riportata prima, (Anno dell’ipotetico compleanno dei 150 anni- 150 anni – 9 anni) + 150 anni, il che giustificherebbe in pieno i festeggiamenti di ieri.
Chiaramente, ognuno può scegliere da sé quale delle due ipotesi gli sembri la migliore, la più utile all’interno di una sua personale teoria intepretativa della storia, della politica, dei rapporti fra gli Stati.
Personalmente, penso che faticherei ad accettare l’idea di un’Italia dove non si può nemmeno festeggiare la propria nascita come Stato senza dover pensare se questi festeggiamenti possono dare fastidio al Papa, arrivando addirittura a generare una giornata di festa che rappresenta un paradosso storico. Sarebbe come se gli statunitensi avessero festeggiato i cinquecento anni della scoperta dell’America, non il 14 ottobre del 1992, ma il 17 marzo 1983, perché la prima data sarebbe stata sgradita a qualche setta religiosa tipo i raheliani, o robe simili.
Impossibile una cosa del genere, mi dico.
Quindi, quindi, non mi resta alternativa che accettare e chiedervi di divulgare questa nuova formula per calcolare i centocinquanta anni di una persona, o di uno Stato. La chiamerei proprio così:
Formula matematica per calcolare quando festeggiare i 150 anni di una persona, o di uno Stato:
(Anno dell’ipotetico compleanno dei 150 anni – 150 anni – 9 anni) + 150 anni
E come esempio, porterei proprio quello dell’unità d’Italia:
(2020 – 150 – 9) + 150 = 1861 + 150 = 2011
E il gioco è fatto, senza rancori né disarmonie Stato-Chiesa, ma tutto si risolve con una semplice formula matematica: La Formula matematica per calcolare quando festeggiare i 150 anni di una persona, o di uno Stato!
Alessandro Busi
1Ringrazio per questo articolo lo spunto illuminante datomi ieri da Serena che, durante il pranzo mi dice: “io, se proprio dovessi festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia, li festeggerei nel 2020, non oggi”.
La prima grande festa dell’autoproduzione delle bombe in piazza.
12 dicembre 2010
La prima grande festa dell’autoproduzione delle bombe in piazza.
Cari amici e care amiche.
Cari compagni e care compagne.
Cari fratelli e care sorelle.
Ho un grande annuncio da farvi. L’annuncio di una festa che sarà la festa del secolo, la festa dei secoli ventesimo e ventunesimo, e, vi dirò, anche del diciottesimo, del diciannovesimo e del ventiduesimo.
Oggi, cari tutti, vi annuncio una festa che, se ci pensate, vi si dilanieranno le carni per la gioia e la felicità. Vi si spalancheranno gli occhi come a Gatto Silvestro quando ci mette gli stuzzicadenti.
Oggi, infatti, cari miei tutti vicini e lontani, è il quarantunesimo anniversario di una festa ancora mai festeggiata, per colpa dell’intestardimento della gente che non accetta la verità e cerca di costruire storie giudiziarie senza senso, dove ci siano buoni e cattivi, colpevoli e innocenti.
Io dico basta! Basta alla testardaggine giudiziaria! Basta all’accanimento terapeutico sui processi irrisolvibili!
Ma cosa sta dicendo Alessandro, oggi? S’è bevuto il cervello?, vi starete chiedendo.
Amici tutti, prima di arrivare al punto, vi racconto una brevissima storia che vi permetta di capire.
Nel secolo diciottesimo visse una signora che si chiamava Nicole Millet, la quale viveva uno splendido matrimonio con un uomo noto nel paese per il suo vizio di bere, bere alcolici intendo. Bene, nel 1725, accadde che una sera la donna venne ritrovata completamente arsa, bruciata come i marsh mellow nei telefilm statunitensi in cui i bambini fanno un campeggio. Inizialmente, i giudici fissati sulla ricerca dei colpevoli, dissero che era stato quell’ubriacone del marito e lo condannarono. Al contrario, dopo anni, quell’innocente signore venne scagionato, perché Nicole Millet venne dichiarata il primo caso di autocombustione della storia.
Parimenti, cari tutti, per quarantuno anni, noi ci siamo fatti venire il sangue amaro per trovare i colpevoli della bomba in Piazza Fontana, ma non avevamo capito niente. Ci siamo intestarditi anche per trovare chi aveva messo le bombe in piazza Loggia e nella stazione di Bologna, ma non avevamo capito nulla. Non avevamo voluto capire, ma gli ennesimi processi finiti con un nulla di fatto, ci costringono a metterci di fronte ad una peculiarità della nostra nazione.
Come in Italia nascono pomodori, arance, zucchine, poeti, navigatori, pittori, e chissà quant’altro, allo stesso modo, dal 12 dicembre 1969 in Italia hanno iniziato ad autoprodursi in maniera autonoma e senza controllo, come le graminacee, le bombe. Sì, le bombe: nelle piazze, nelle banche, nelle stazioni, al posto delle erbacce, nel Bel Paese nascono da sé le bombe!
Allora, cari tutti, vi annuncio che oggi festeggiamo oggi il quarantunesimo anniversario della prima comparsa auotnoma di una bomba.
Perchè, proprio come Nicole Millet non venne bruciata dal marito, ma andò in autocombustione, ugualmente da noi ci sono le bombe che si autocostruiscono nelle banche, nelle piazze, nelle stazioni, ed è inutile produrre teorie di altro tipo con mandanti ed esecutori. Da noi, è del tutto inutile!
Alessandro Busi
Il giorno che ripresi a scrivere: Vieni via con il pensiero omologato.
Un giorno smisi di scrivere. Senza Ragione, solo non mi veniva più bene. Poi, un altro giorno, ripresi a scrivere. Caso vuole, che proprio quel giorno, mentre facevo colazione, abbia sentito prima l’intervento di Fini e poi quello di Bersani nella trasmissione Vieni via con me.
Essendo due splendidi esempi di comunicazione, ora potrei provare ad analizzarli, anche per far vedere come Fini vinca dieci a zero sull’avversario, ma non è qui che voglio arrivare. Credo infatti che questo compito sia piuttosto semplice:
- Fini: parla in maniera diretta e personalizzata, parte dalle basi note della destra (es. nazione ed esercito), utilizzando come esempio il tema dell’arte (caro a molti dopo il caso Pompei) per finire con la meritocrazia come alternativa al precariato. Il suo discorso è fortemente contestualizzato, non per niente parla di antimafia di fronte ad un pubblico, quello di Saviano, quanto mai sensibile a questo tema. Utilizza la parola anarchia, costrutto negativo per i più, legandola ad arroganza e furbizia, ovvero costruisce il legame tra l’anarchia e Berlusconi. Chiude ponendo l’accento sull’uguaglianza dei diritti e sulla necessità di valorizzare quanto gli italiani siano buoni, bravi e belli per natura.
- Bersani: a dire il vero, sul discorso di Bersani (scialbo, decontestualizzato, senza idee né identità, moralmente elitario, pieno di diktat, esposto in maniera dimessa, chiuso nel peggiore dei modi possibili, ovvero senza chiusura) ho veramente poco da dire, se non fare una dedica speciale al filosofo rumeno Emile Cioran. Caro Emile, gli scriverei se fosse vivo, siccome tu dicevi “Un uomo politico che non dia qualche segno di rimbambimento mi fa paura”1, mi piacerebbe tanto farti conoscere il segretario di un partito italiano di nome Pierluigi Bersani, con lui infatti non avresti il benché minimo sentore di questa paura.
Come dicevo prima, però, non è qui che voglio arrivare. Allo stesso modo, non mi interessa nemmeno mettere in crisi i discorsi proposti dai due, per esempio, ponendo il problema del perché il democratico Fini non si sia ancora sognato di spiegare cosa ci facesse alla caserma Bolzaneto, o di mettere in discussione il suo pieno appoggio alla polizia durante il G8 del 2001; oppure, per esempio, ponendo la questione del perché Bersani sia stato scelto come portavoce della sinistra, o anche ponendo la questione che, se i discorsi non se li scrive da solo, allora ci deve essere qualcuno di molto poco intelligente in questo compito (che sia lo stesso che si occupa della grafica dei manifesti del PD?!). Ok, lo so che non ho provato a mettere in crisi la costruzione di Bersani, ma credo fosse già autoimplosa durante la sua stessa esposizione.
Ribadisco, però, non è nemmeno qui che voglio arrivare, anche se un pezzettino del mio intento già l’ho anticipato ed è: chi ha scelto quei due?
La questione della scelta, secondo me, è centrale per capire il vuoto di pensiero che sottosta, non agli interventi singoli, ma all’impostazione data alla trasmissione in questione (in questo caso), che, però, ben rappresenta la più generale situazione italiana. Chiaramente, molti mi potrebbero dire: ma se tra gli autori c’è Michele Serra, uno che ha saputo analizzare le contestazioni a Bonanni portando avanti la tesi che, se contesti, allora il potere gongola, cosa ti aspetti?
Anche questo è vero, mi vien da dire, però, siccome sembra che Vieni via con me sia diventata la trasmissione che ci guiderà fuori dal berlusconismo, anche se personalmente sento una gran puzza di 8 settembre, mi pare importante evidenziare l’interessante meccanismo di costruzione che vi ho rilevato.
Come dicevo, le serate della coppia Fazio-Saviano vengono vendute e da molti vissute come le serate dell’opposizione, quelle in cui nessun berlusconofilo, o bossofilo, potrà mai mettere piede. Proprio questa sua peculiarità, quindi, comporta che la scelta degli ospiti politici sia particolarmente mirata.
Per questa ragione, il fatto che siano stati fatti portavoce di destra e sinistra rispettivamente Fini e Bersani è emblematica, in quanto, l’idea di fondo era proprio quella di escludere Berlusconi dalle possibilità di scelta. L’implicito forte che vedo sottostare è questo: Berlusconi è il male, quindi al di là di destra e sinistra, tutti possiamo unirci per sconfiggerlo.
Questo pensiero antiberlusconistico, però, ha due effetti:
- calcare la mano sul Silvio-centrismo, in quanto, per lui o contro di lui, tutto ruota attorno a lui;
- generare uno stato di soffusa euforia da fine impero, un tiepido entusiasmo da l’unione fa la forza, che porta ad un pensiero massimalista che, per il Grande Obiettivo, accantona le differenze, qualsiasi esse siano. Psicologicamente, si genera un effetto ingroup-outgroug che annulla le differenze interne (siamo nello stesso gruppo–>siamo tutti uguali), inasprendo quelle esterne (solo loro sono diversi).
Il frutto politico di questo gioco è che Fini venga visto come un compagno (come si può vedere, per esempio, dalle interviste fatte da L’Unità il giorno seguentehttp://video.unita.it/media/Politica/Cittadini_e_politici_su_Fini_e_Bersani_da_Fazio_1935.html), al pari di Bersani, Vendola, Di Pietro e tutti coloro che stanno contro Berlusconi e che si proceda a passi spediti verso una forma di pensiero unico, dettato da un presunto buon senso comune al quale tutti possiamo fare riferimento per capire ciò che è bene e ciò che è male. In questo modo, quindi, si va a costruire l’opinione che ci possa essere un Modo, con la emme maiuscola, per fare bene politica, per fare ciò di cui le persone hanno bisogno.
Di fronte a questo, però, non posso che chiedermi: e se ci fosse chi, sentendosi dotato di un altrettanto rispettabile buon senso, non fosse d’accordo con il bene deciso dai più, o magari con il percorso intrapreso per raggiungerlo? Se ci fosse, per esempio, chi sostiene che il giustizialismo non è una scelta da perseguire, che fine farebbe? Lo si additerebbe come un traditore? Lo si demolirebbe con la personalizzazione dello scontro (es. se non sei giustizialista, allora avrai sicuramente qualche magagnella da non far scoprire)? Oppure si andrebbe su metodi più all’antica, magari, bastonandolo come a Genova? Oppure, più semplicemente ancora, gli si toglierebbe la voce, etichettandolo – che so – come anarchico (alias violento, alias estremista, alias utopista), e quindi non degno di essere ascoltato?
Personalmente, vedo in questo tentativo di agglomerare le opinioni politiche in un unico calderone, il rischio di un’ipersemplificazione dei ragionamenti che, per forza di cose, non può che portare al rifiuto delle posizioni estranee al suo insieme e alla costruzione di muri logici bene-male che non lasciano una possibilità altra se non il rinchiudervisi dentro. Non lasciano altra possibilità che venire via, venire via con il pensiero un po’ più omologato.
Alessandro Busi
1E. Cioran (1952, trad.it 1993), Sillogismi sull’amarezza, Adelphi Milano, P. 108
Riflessioni cinque punto zero: La realtà delle carcerari.
22 ottobre 2009
La realtà delle carceri: quando non c’è il diritto del domani.
L’ultima volta che sono entrato in carcere, qui a Padova, è stato un paio di settimane fa. Era un giovedì. Sono andato in redazione di Ristretti Orizzonti e, dopo i saluti generali – quasi tutti mi hanno detto che mi vedevano bene. Che sia ingrassato? Mah, mi sa di sì – mi hanno raccontato che uno della redazione era stato trasferito in nottata, ovviamente senza nessuna spiegazione sul perché ciò sia stato fatto. Si ipotizza per questioni religiose, ma è più radio-carcere che altro. Oltre a questo, che è normale amministrazione[1], mi raccontano che in mattinata sono state portate in magazzino 120 brande, il che, detto in termini comuni, significa 120 nuovi posti letto, ovvero toccare il tetto di 900 detenuti in una struttura con una capienza regolamentare da 350 posti.
Che a quel punto fai mille e fai cifra tonda, mi fa uno, sorridendo amaramente.
Allora gli chiedo dove diamine pensano di metterla tutta sta gente e un altro mi fa, terza branda, mi dice, hanno già messo la terza branda in tre sezioni, adesso la mettono in altre due sezioni e mezza, ma vedrai che arriva dappertutto.
Per spiegare bene, devo dire che le celle nel carcere di Padova sarebbero da uno in quanto di nove metri quadrati l’una e, secondo le leggi vigenti, ci dovrebbero essere 8 mq per detenuto, ma in due, dicono, ce la si cava. Ora: immaginate cosa può voler dire vivere in tre in 9 metri quadrati? Che poi non è solo quello, ovviamente, perché le docce, per esempio, sono sempre lo stesso numero, non è che aumentano in base al numero di detenuti. Che poi, a voler proprio fare le “scarpe alle pulci”, non è nemmeno solo quello, perché il grosso problema sta nel personale. Così come non si moltiplicano le docce, infatti, non si moltiplicano nemmeno gli educatori/educatrici, ma nemmeno i magistrati di sorveglianza. Per chi non lo sapesse, il magistrato di sorveglianza è il magistrato che segue in esecuzione della pena il detenuto e che, sulla base delle relazioni fatte da educatori/educatrici, psicologi, psichiatri e sulla base dei propri incontri con il detenuto e su altri aspetti più tecnici (Es. tempistica), decide se concedere, e sottolineo concedere, o meno le misure alternative al detenuto. Ora è chiaro che, se ci sono 2 magistrati che seguono 100 detenuti, li possono seguire in un certo modo, se ne seguono 900, beh, non c’è bisogno di aggiungere altro.
Spiego con un esempio che si capisce meglio: a metà settembre, allo sportello giuridico che teniamo in carcere, arriva un ragazzo nigeriano che per prima cosa mi chiede se parlo l’inglese.
Non benissimo, ma ci proviamo, gli rispondo, poi, in realtà, lui parlava un buonissimo italiano e non c’è stato bisogno, anche perché, come spesso accade, i detenuti stranieri hanno imparato più che bene il burocratese del carcere e della giustizia penale del nostro paese, quindi c’è una lingua in comune.
Passato il primo momento, mi spiega il suo problema. Mi dice che ad agosto c’era stata una megarissa fra nord-africani e sud-africani con una sessantina di coinvolti, quindi con una sessantina di rapporti scritti e inviati al magistrato. Ovviamente, lui mi dice che è innocente, ma io rimango sempre sulle questioni tecniche, dato che, come mi ha detto un detenuto uno dei primi giorni di sportello i detenuti sono tutti innocenti e le puttane lo fanno tutte per i figli. Ovviamente, gli spiego che, a prescindere da tutto, vero-falso, giusto-sbagliato che sia, il magistrato che deve decidere sui suoi giorni di liberazione anticipata, soprattutto in questa situazione di sovraffollamento, non può questionare sui rapporti che il detenuto stesso ha controfirmato. Lui mi risponde che gli agenti non gli avevano spiegato nulla, ma che gli avevano solo detto firma qui. Chiaramente ci credo, ma ormai il latte era versato e rimane poco da fare. A quel punto, mi tira fuori un altro plico di fogli e mi chiede di fare i conti per vedere quando sarebbe potuto uscire. Gli faccio questi conti, mentre lui mi racconta in maniera più approfondita la vicenda della rissa. Mi dice che i tunisini chiamano i sud-africani negro di merda e mi dice anche che tutto è partito per dei cd rubati. Stavolta inizio veramente a credergli. Lui penso lo capisca e mi dice che sarebbe disposto a fare altri due anni di carcere se dai filmati venisse fuori che lui era veramente coinvolto in quella rissa. Mi dice anche che l’ha detto anche agli agenti di guardare le immagini, ma loro sembra abbiano preferito colpire tutti quelli della sezione, indiscriminatamente.
Robe da carcere, penso, normale amministrazione.
Gli spiego di nuovo che per tutto questo non c’è nulla da fare, se non provare a mettere una buona parola con il magistrato, ma nulla più. Stavolta lui annuisce, ma non è infastidito, sembra gli basti sapere che gli credo.
Alla fine del racconto, quindi, gli faccio vedere i conti.
Senza quel rapporto, gli dico, senza quel rapporto saresti uscito il 16 settembre, ma con questo slitti di 45 giorni, ovvero vai a fine ottobre.
Lui ci rimane male e mi dice che, ok, va bene che non possa uscire, ma perché il magistrato non gli ha mandato nemmeno la risposta negativa?
Ecco, su questo punto, fermerei la storia e riprenderei l’analisi da dove l’avevo lasciata, ovvero, la situazione in carcere.
Quello che si diceva prima, era che il sovraffollamento porta ad una situazione di vita assolutamente disumana, antigienica, completamente contraria a tutto ciò che di rieducativo la situazione intramuraria possa avere e svilente quello che è, sia il lavoro dell’educatore, sia quello del magistrato che, dato l’altissimo numero di detenuti, non possono svolgere il proprio lavoro come vorrebbero.
Da questa storia, però, si vede un’altra cosa: l’allungarsi dei tempi burocratici non fa altro che buttare benzina sul fuoco.
Sono sempre di più, ormai, i detenuti che mi capita di incontrare che, magari, dovrebbero essere fuori da una settimana, ma ai quali non è ancora arrivata la risposta del magistrato. Positiva o negativa che sia, non è ancora arrivata, così rimangono in questo limbo murato, dove forse potrebbero essere messi fuori da un minuto con l’altro, oppure potrebbero trovarsi a dover fare altri quarantacinque giorni in cella. In questo modo, quindi, viene completamente ignorato e cancellato il loro diritto, non di avere i giorni, che, a differenza di quanto si sente alla tv sono un beneficio e non un diritto, ma di sapere del proprio futuro più prossimo. Il loro diritto inalienabile di poter fare il conto alla rovescia, come quelli dei film, quelli che fanno le stanghette sul muro e poi le sbarrano. Chiaramente, questa situazione di ristrettezze fisiche e incertezza di vita, non può che fare altro che alimentare la pressione dentro il carcere, fino, prima o poi, a farla scoppiare. Magari per un motivo da nulla. Magari per due cd.
Alessandro Busi
[1] È normale amministrazione che i detenuti vegano presi e spostati senza ragione né preavviso, soprattutto quelli stranieri che, non avendo generalmente una famiglia rispetto alla quale possono fare richiesta di avvicinamento, sono utilizzabili come pedine, trottole carcerarie, soprattutto quando c’è uno stato di sovraffollamento delle carceri.
Riflessioni Due punto Uno: L’importanza delle parole
29 settembre 2009
L’importanza delle parole
1.
L’altro giorno riflettevo sulle parole. Potrà sembrare una cosa stupida, perché molte volte si dice, ma sì, ho sbagliato parola, come se fosse un errore da poco, invece, no. Le parole sono una cosa importante. Secondo gli psicologi che fanno riferimento alle teorie cosiddette postmoderne (Costruttivismo, Interazionismo simbolico e Costruzionismo sociale), le parole, il linguaggio, sono generatori del mondo che viviamo tutti i giorni. Si potrebbe dire che questi psicologi basino la propria attività sulla massima di Ludwig Wittgenstein: I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.
2.
L’altro giorno riflettevo sulle parole. Io credo che spesso sottovalutiamo il potere delle parole, che, invece è immenso. Le parole, secondo me, sono più forti di Hulk e Superman messi assieme: spostano le montagne, senza avere nemmeno bisogno dei superpoteri. Allora, ero steso sul divano e guardavo il telegiornale e c’era un servizio riguardo ai respingimenti dei clandestini non libici verso la Libia, e qualcosa mi suonava strano. Non so, strideva. Allora, ho abbassato il volume della tv e ho iniziato a pensare. All’inizio, continuavo a ripetermi la parola respingimenti, ma non succedeva nulla. Poi, quando sono arrivato a ripeterla talmente tante volte che mi pareva di dire tirespingimen, oppure, mentirespingi, ho deciso di semplificare il problema.
Facciamo che i clandestini sono una ragazzina e l’Italia un ragazzo figo, ma non troppo, che se la tira, ho pensato, allora si potrebbe dire che la ragazza-clandestini ci prova con il ragazzo-Italia e che, però, lui non la vuole, allora la respinge, le dice, no, non ti voglio…
E fin qui, il ragionamento filava, sembrava buono, però mancava qualcosa.
Però, il governo italiano non è che fa solo quello che dice non ti voglio, ma ci mette anche che prende i clandestini e li porta fino in Libia, è diverso, ho pensato, è molto diverso.
Tornando nella metafora del ragazzo-Italia e della ragazza-clandestini, allora, ho riflettuto che è un po’ come se il ragazzo-Italia, quando la ragazza-clandestini ci prova, non si limita a dirle che non ce n’è, ma la prende di forza e, senza dirle nulla, la porta a mettersi assieme ad un suo amico che non le piace e che, fra le altre cose, è notoriamente un tizio manesco e poco rispettoso (eufemismo) con le donne.
3.
L’altro giorno riflettevo sulle parole. Ci pensavo a quanto siano importanti, mentre leggevo un libro che consiglio proprio a tutti, La banalità del male di Hannah Arendt. In questo testo, la filosofa tedesca racconta del processo contro il gerarca nazista Karl Adolf Eichmann, sottolineando come questo, nonostante fosse stato responsabile della deportazione di milioni di ebrei, non avesse nulla a che fare con la rappresentazione del cattivo come qualcosa di diverso da noi, ma assomigliasse piuttosto ad un normale impiegato che si era molto prodigato per far bene il proprio lavoro. Una di quelle che, normalmente, vengono definite una bravissima persona. A parte questo discorso generale, però, a pagina 51 c’è un periodo che mi ha fatto riflettere sulla questione delle parole. Dice così: “Ufficialmente Eichmann doveva occuparsi dell’emigrazione forzata, e questa espressione andava presa alla lettera: tutti gli ebrei, senza riguardo per i loro desideri o per la loro cittadinanza, dovevano essere fatti emigrare per forza – un atto che nel linguaggio comune si chiama espulsione”[1].
Ecco, nel leggere questa frase, vai a capire i collegamenti mentali, mi è subito tornata in testa la storia di ragazzo-Italia e ragazza-clandestini, perché ho pensato che è una cosa proprio simile, ovvero: esattamente come l’espulsione veniva chiamata emigrazione forzata, come a dire che, va bene, è forzata, però emigrare è sempre una scelta[2], allo stesso modo, il nostro ragazzo, mentre respinge, porta anche dall’amico manesco, che, detto in termini politici, è come confondere la deportazione con il respingimento.
4.
L’altro giorno riflettevo sulle parole. Pensavo all’errore di valutazione nel considerare delle deportazioni come fossero dei respingimenti, e pensavo anche che questo errore è proprio un errore di furbizia, perché, se è vero che il linguaggio costruisce la realtà, come dicono gli psicologi postmoderni, allora, la nostra realtà è quella di vivere in un mondo dove le deportazioni sono storia da commemorare il ventisette gennaio, mentre i respingimenti sono una giusta misura da prendere per fermare i clandestini.
Alessandro Busi
[1] Arendt H. (1961; trad. it. 2001), La banalità del male, Feltrinelli, Milano, p. 51.
[2] Secondo quanto riporta la Arendt, lo stesso Eichmann sottolinea più volte la collaborazione con le comunità ebraiche in questo processo di emigrazione.
Riflessioni quattro punto uno: One Man Show
17 settembre 2009
O.M.S. … One Man Show
Allora, inizio dicendo che l’ho visto. L’ho visto perché non condivido la tecnica struzzo, tipo se una cosa mi fa schifo, allora non lo guardo. Se non si fosse capito, mi riferisco al One Man Show, che c’è stato l’altra sera nello studio di Vespa con il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Un incontro che ha avuto più di uno spunto interessante e rispetto al quale vorrei provare a proporre alcune considerazioni.
Io la metto così. Le scrivo in maniera di elenco, che mi viene più facile.
- partirei con un aspetto di folklore. Ad un certo punto, il premier, in fase di critica al quotidiano La Repubblica, sostiene che se un giorno lui riuscisse a camminare sulle acque, allora i giornalisti di quella testata titolerebbero “Berlusconi non sa nuotare”. Oltre all’ironia, da sempre suo pezzo forte, come quella volta che fece per ischerzo il gesto del mitra ad una giornalista in conferenza stampa, ciò su cui è interessante porre l’attenzione è il richiamo biblico, l’ennesimo, nel quale lui si paragona a Gesù Cristo che, per chi crede, sarebbe poi anche il figlio di Dio. Ma vabe, come dicevo, questo è più un aspetto di folklore. Altro momento di folklore che mi viene in mente ora, in fase di rilettura, è l’etichettamento di Dalema come stalinista e della sinistra italiana come cattocomunista. Su questi c’è poco da dire, solo una domanda mi viene in mente: ma la Binetti sarebbe cattocomunista??
- Ballarò. La questione Ballarò non è minimamente stata toccata dal protagonista della puntata, il quale, lasciando spazio alla sua spalla, con il quale non si sono sprecati i siparietti del tipo ma presidente, che fa? Mi tocca?!, fa sì che tutta la questione si sposti da un piano politico (si voleva una trasmissione di propaganda, senza contraddittorio e dove creare unità nazionale per il governo di fronte al terremoto), ad un piano meramente di diatribe tra giornalisti più o meno importanti. Bisogna dire, però, che questo gancio è stato possibile anche per merito della domanda di Sansonetti, il quale, iniziando la domanda con la supposizione che Ballarò sia una trasmissione vicina al Pd, ha subito appiattito ogni possibilità di analisi del caso.
- Unità nazionale. Un punto, a mio parere molto interessante, è stata la struttura della trasmissione. Più o meno così: mezz’ora di Ricostruzione, Altro, finale con la Ricostruzione. Ovviamente si può dire: quando c’è un argomento principale si sfrutta l’inizio e la fine, i cosiddetti effetto recency ed effetto primacy. A me, però, piacerebbe portare un’altra chiave di lettura. Ok per la partenza, e ci può stare, ma il finale mi la scia in dubbio. Secondo me, la struttura tutta della trasmissione era mirata a far cogliere la necessità di stare tutti uniti in un momento di difficoltà. Il succo di ciò che ne è uscito è stato: ok, si può litigare, si può pensare che la crisi non ci sia, ma se ci mettiamo tutti assieme possiamo farcela. Questo possiamo farcela, però, non è solo un possiamo ricostruire l’Aquila, ma anche, possiamo passare la crisi, basta stare tutti assieme, possiamo vincere i comunisti, basta stare tutti assieme, possiamo avere città più sicure, basta stare tutti assieme. Tutti assieme, ovvero, tutti con chi governa in questo momento.
- Criminalità. Qui sposto un attimo l’obiettivo. Ad un certo punto è entrato un signore gobbo, rispetto al quale Vespa ha fatto battute riguardo al fatto che sia l’ultimo comunista. Mah. Comunque, questo signore era l’uomo dei numeri, Mannheimer, o qualcosa del genere. Non sto a discutere sulle sue rilevazioni, perché senza conoscerne il campione né la metodologia di analisi, sono nulla, se non manifesti propagandistici[1], ma vorrei guardare ad uno dei cartelli suoi, che solleva una questione interessante. È proprio quello con cui ha esordito, quello in cui si chiedeva quali fossero le priorità di intervento politico per gli italiani. Al secondo posto c’è il punto la sicurezza/controllo dell’immigrazione clandestina. L’unica cosa che è carino far notare, è proprio come, se nella lettura di dati, ovvero nel momento in cui il telespettatore si aspetta di avere davanti ai propri occhi qualcosa di certo, vero, oggettivo, viene posta la congruenza criminalità e immigrazione clandestina, allora anche questa congruenza verrà presa per vera, con la V maiuscola.
- Respingimenti. Affascinante come, anche riguardo a questo argomento, nessuno abbia provato a dire nulla. Nessuna domanda sul trattamento libico, ma nemmeno sul diritto di asilo, calma piatta.
- Dittatore. Un merito che va dato, veramente, è la capacità di riutilizzare le critiche. Ovvero: io mi dico da solo che sono uno stronzo così poi tu non puoi più accusarmi di esserlo perché diventa un’accusa stucchevole, scontata e ridondante. Ecco, quindi il Berlusconi che, per più volte dice a Vespa di lasciarlo parlare perché lui è un dittatore.
- One Man Show. Direi che con questa potrei chiudere. Sicuramente ho omesso moltissime cose, che, chi volesse farmele notare sarebbe più che ben accetto. Ok, si diceva, lo spettacolo di un uomo solo. Credo che una considerazione vada posta riguardo alla funzione tornasole di questa trasmissione, perché tale è stata. Credo che questa puntata di Porta a Porta sia stato una sorta di esposizione di ciò che si sa ma non si dice, una sorta di quello che gli analisti chiamerebbero esame di realtà. Il punto è stata proprio la strutturazione da One Man Show della trasmissione che ricalca in maniera carta-carbonica la realtà politica italiana. Tutto ruota attorno all’uomo solo: lui è il dittatore della maggioranza, lui è il collante dell’opposizione, lui costruisce le città, lui è il politoco non politoco, lui è, e viene fatto essere, il fulcro della vita politica italiana. Allora mi chiedo: per evitare che si ripetano trasmissioni simili, non bisognerebbe forse ricominciare ad occuparsi delle questioni, degli argomenti, piuttosto che sempre e solo della persona?
Alessandro Busi
[1] Si potrebbe dire che vengono fatti passare sotto i criteri di analisi, ma sono assolutamente illeggibili, anche in fermo immagine.






