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La storia di Trayvon Martin:
come si intersecano razzismo e capitalismo.
Intro-Duzione: Succede che un ragazzo afroamericano venga ucciso da un vigilante bianco.
Succede che c’è un periodo in cui le persone iniziano ad avere paura. Succede che la paura è un sentimento che rischia di dilagare, di impossessarsi delle vite, di rinchiudere in casa, fino a riversarsi su se stessi. Succede che la stessa paura poi si modifica e si tramuta in volontà di controllo. Poi succede che la volontà di controllo diventa necessità di controllo e la necessità di controllo non è più di nessuno, è una cosa che si deve avere, una cosa normale, una cosa ovvia. Poi succede che la possibilità di incontrare cattivi inizia a nascondersi dietro ogni angolo, così, le persone tranquille hanno sempre più bisogno di persone coraggiose che li difendano. Succede che porte blindate, inferiate, allarmi, telecamere, cani di guardia, spray al peperoncino, corsi di autodifesa, vigilantes, polizia, esercito, non sono più sufficienti e alla paura e alla necessità di controllo si aggiunge l’insoddisfazione, il sentirsi vittime in ogni momento. Succede che qualunque reato grande o piccolo, diretto o indiretto, qualunque fastidio, qualunque disturbo alla propria categoria mentale di “vita tranquilla” porta a pensare che tutti i corpi-oggetti-organizzazioni adibiti a controllo e difesa di tale vita hanno fallito. Succede quindi che le persone si parlano e si lamentano a vicenda e ogni lamentela diventa una fascina di legna in un falò sempre più imponente. Succede che l’unica conclusione a cui questo fuoco arriva è quella che è ora di difendersi da sé. Succede quindi che qualcuno si convince che è necessario che si inizino a fare ronde e che qualcun altro si propone per farle. Succede che qualcun altro ancora prende questo compito in maniera estremamente seria e succede che in un quartiere bianco di Sanford in Florida, il ventottenne George Zimmerman si autoproclama capitano della Guardia di quartiere. Succede che certi stereotipi estetici si tramandano nelle nostre menti in maniera implicita. Succede che gli zingari rubano, che gli albanesi rapinano, che i marocchini spacciano e che un giovane nero col cappuccio in testa e le mani in tasca, che cammina di sera per le strade di un quartiere bianco di Sanford, attivi nella guardia Zimmerman l’immagine standard dello spacciatore di strada. Succede che è il ventisette febbraio del 2012, che il ragazzo col cappuccio si chiama Trayvon Martin, ha 17 anni e gioca nella squadra di football della scuola che frequenta. Succede che Zimmerman si insospettisce e intima al ragazzo di fermarsi. Succede che il ragazzo dice all’amica con la quale è al telefono che c’è uno che lo segue e lei gli dice di scappare. Succede che Zimmerman pensa che sicuramente quello è armato, infatti tiene una mano in tasca. Succede che Zimmerman raggiunge Martin e fra i due inizia una colluttazione. Succede che l’amica di Trayvon sente i primi scontri, prima che cada la linea. Succede che Zimmerman si ricorda di avere una pistola e spara a Martin. Succede che quando arrivano i soccorsi Martin è morto, Zimmerman viene trovato armato della sua pistola e l’altro viene trovato armato di un sacchetto di caramelle Skittles e una bottiglia di té alla pesca. Succede che Zimmerman non viene incriminato per omicidio, in quanto, se ti senti minacciato, per legge, puoi sparare, quindi lui è stato dentro il Diritto. Succede che qualche giorno dopo, si scopre che il manuale della buona guardia di quartiere dice che “deve essere ricordato ai membri che loro non hanno i poteri della polizia, e quindi non devono portare con sé armi né possono fare inseguimenti”1. Succede che però queste regole sono scritte così, un po’ come il galateo, ma non valgono per davvero. Succede che il caso Martin inizia a girare fra le persone e molti si chiedono come possa succedere in un paese che ha un presidente afroamericano. Succede che si raccolgono centinaia di migliaia di firme in poche ore per chiedere l’apertura del caso Martin e succede che non viene comunque aperto. Succede che mercoledì 21 marzo, a New York, si tiene la Million Hoodie March, una manifestazione composta da migliaia di persone tutte incappucciate, organizzata per dare il proprio supporto alla famiglia Martin, per chiedere che Zimmerman sia incriminato per l’omicidio di Trayvon, per denunciare il rapporto stretto fra razzismo e capitalismo.
In_medias-Duzione: La “Million Hoodie March” degli Occupiers per Trayvon Martin2.
Cinquemila manifestanti hanno preso le strade di New York per protestare contro l’omicidio di un ragazzo nero in Florida.
(Di Natasha Lennard; Traduzione di Alessandro Busi)
Mercoledì notte, cinquemila persone sono scese nelle strade di New York per chiedere giustizia per Trayvon Martin, il ragazzo afroamericano di diciassette anni ucciso il mese scorso dalla guardia di quartiere, George Zimmerman. Martin era armato solo di un pacchetto di Skittles quando Zimmerman gli ha sparato, sostenendo che il ragazzo fosse “sospetto”. Il crimine di Martin – lo stesso commesso da Amadou Diallo, Sean Bell, Ramarley Graham e altri – sembra quello di essere stato in giro nonostante fosse nero. Zimmerman non è stato incriminato per l’omicidio, seppure a fronte di una protesta nazionale
Gli organizzatori della “Million hoodie march” (Marcia del milione di incappucciati) per Martin chiedevano ai manifestanti di riunirsi Mercoledì sera in Union Square a Manhattan indossando una felpa col cappuccio, per simbolizzare il profilo spesso usato contro i giovani non-bianchi. La piazza, dalla quale i manifestanti di Occupy erano stati cacciati dalla polizia la sera precedente, era di nuovo piena di sostenitori Occupy e centinaia di altri, riuniti dal caso di Martin. Molti giovani manifestanti neri indossavano felpe col cappuccio e urlavano “Sono io il prossimo?”
I genitori di Martin hanno parlato alla folla a Union Square prima che la marcia iniziasse. “Questa non è una questione di bianchi e neri. Questa è una questione di giusto e sbagliato”, ha detto Sybrina Fulton, la madre di Martin, alla folla, “Nostro figlio è vostro figlio”.
Dopo i discorsi dei Martin, del membro del consiglio Jumanee Williams e del procuratore, la massa si è riversata nella 14th Street, occupando entrambe le corsie e sfidando i tentativi della polizia di tenere i manifestanti sul marciapiedi. Appena la manifestazione ha imboccato la Sixth Avenue, si è sollevato il grido “I am Trayvon Martin” (Io sono Trayvon Martin), mescolato con slogan come “Justice for Trayvon Martin” (Giustizia per Trayvon Martin) e a canti come “No justice, no peace, fuck the police!” (Niente giustizia, niente pace, fanculo alla polizia).
Dopo essersi snodata di nuovo verso Union Square, la marcia si è divisa in differenti gruppi. Un gruppo ha marciato verso Downtown attraversando Broadway, mentre un altro pezzo è tornata sulla Sixth Avenue dirigendosi verso Time Square. Ad un certo punto, un contingente Downtown è avanzato verso il toro, la statua simbolo di Wall Street al Bowling Green Park. I manifestanti hanno abbattuto le barricate, che erano state poste a difesa della statua fin da quando era iniziato il movimento OWS a settembre, e un uomo è salito sulla schiena del toro.
Nel frattempo, a midtwon, la polizia scortava indietro il corteo da Times Square verso Union Square, spingendo aggressivamente i manifestanti sul marciapiedi. “Non lasciamo che i poliziotti decidano le nostre azioni. Non lasciamoci spaventare”, gridava un uomo. Poco dopo le ventidue, entrambi gli spezzoni si sono riuniti a Union Square – la nuova base Occupy di Mahattan, fortemente contestata dalla New York bene. Quando la polizia è entrata per chiudere il parco, gli agenti superavano in numero i trecento manifestanti di un centinaio di persone.
Potrebbe sembrare strano che una marcia di solidarietà per un ragazzo ucciso in Florida finisca nella massa di Occupy Wall street, ma vedere OWS come limitato al contestare l’avidità delle corporazioni e l’influenza del denaro nella politica è limitante rispetto al movimento. Le azioni Occupy vanno contro tutti gli aspetti oppressivi e gerarchici del sistema – capitalismo e razzismo (e il loro intrecciarsi) soprattutto. Infatti, uno striscione portato da molti manifestanti durante la manifestazione di mercoledì recitava “Non può esserci capitalismo senza razzismo”.
E sebbene l’azione di mercoledì fosse guidata dalla rabbia per l’ingiustizia subita da Trayvon Martin, non è stato solo il desiderio di vedere l’assassino incriminato (cosa che certamente è stata chiesta) che ha portato le persone in strada. I manifestanti stavano denunciando, non un singolo omicidio, ma l’intero sistema nel quale omicidi come questo sono di primaria importanza.
Extra-duzione: capitalismo e razzismo.
Succede che le idee si mescolano e si rinforzano l’un l’altra. Succede che, per esempio, anarchismo e internazionalismo sono estremamente connessi tra loro, in quanto l’uguaglianza sociale si incastra come in puzzle perfetto con l’assenza di confini nazionali per le persone, prima che per le merci. Succede quindi anche che altri modelli sociali-economici si incastrino bene con altre idee e, da lì, inizino un ballo reciproco. Succede che il capitalismo ha un bisogno endemico di persone povere e di persone benestanti, di persone di serie A e di persone di serie B e, meglio ancora, anche di persone di serie C e D, e via dicendo. Succede che all’inizio la teoria sulla razza, sulla superiorità di alcune pigmentazioni rispetto ad altre, serviva per rendere legalmente schiave le persone di colore più scuro rispetto agli europei del vecchio e del nuovo mondo. Succede che poi, dopo la metà del novecento, dopo la repulsione per l’eugenetica nazista e fascista, questo tipo di pensiero viene lentamente abbandonato, ma il sistema economico continua ad averne bisogno come dell’ossigeno. Succede quindi che i movimenti non violenti, e sottolineo non violenti perché quelli volenti vennero molto osteggiati, per i diritti degli afroamericani negli Stati Uniti entrano nel cuore di tutti. Succede che nelle tv, si sostituiscono le rappresentazioni macchiettiste dei minstrel show, con telefilm che raccontano la perfetta armonia sociale che ruota attorno alle famiglie afroamericane: i Jefferson, i Robinson, Otto sotto un tetto, Tutto in famiglia… Succede che in queste rappresentazioni, si tocca anche il tema del razzismo, come un qualcosa di insensato, una sorta di tara che entra nei cervelli di alcune persone che non capiscono l’assurdità delle loro idee. Succede che questo atteggiamento porta all’elezione del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America. Succede che, però, rimane la grossa differenza fra neri ricchi e neri poveri. Succede anche che, dopo l’undici settembre 2001, la pigmentazione che attiva paura e fastidio non è più quella scura subsahariana, bensì quella più mulatta tipica del nord Africa e del medio oriente. Succede che stavolta nessuno penserebbe di dire che queste razze sono inferiori o geneticamente cattive, ma piuttosto, si utilizza la giustificazione culturale, quindi succede che si producano i discorsi sulle incompatibilità culturali, generalmente basati sull’idea per cui culture diverse non possono convivere, quindi è molto meglio che ognuno rimanga a casa propria. Succede poi che questi discorsi vengano arricchiti da superficiali analisi sulla distribuzione della ricchezza. Succede che tali analisi non vadano mai a prendere in considerazione la linea verticale sulla quale viene costruita la piramide economica del sistema capitalista, quella dei molti poveri che fanno da base solida per i molti ricchi, ma vanno solo a rinvigorire la forza retorica della scena dei capponi di Renzo: la guerra fra poveri. Succede quindi che al razzismo genetista di un tempo, si sostituisce un razzismo economico, culturale e razionale, la cui espressione inizia regolarmente con io non sono razzista, però. Succede allora che, su tali basi, gli stati producano leggi che discriminano chi arriva da altri paesi, in particolare se si tratta di paesi più poveri, in quanto i flussi migratori sono un problema. Succede che i clandestini, condizione unica di illegalità intrinseca all’esistere stesso, passino dall’essere persone senza documenti regolari a persone che meritano di stare in carcere. Succede che questo merito faccia sì che ogni persona immigrata in un paese più ricco perda il proprio status di essere umano e perda le proprie origini, ma diventi uno stereotipo di crimine proveniente da un paese sicuramente culturalmente lontano da noi, meglio noto come Clandestinia. Succede anche che in questo modo, qualunque profilo di persona del maghreb, per esempio in Italia, non attivi più l’idea di trent’anni fa del marocchino vucumprà della spiaggia che vuole vendere braccialetti e tappeti, ma invece accenda il campanello d’allarme dello spaccio, delle risse per strada, della violenza sulle donne, dello scippo, delle rapine, di tutti i reati da strada che, come tutti sanno, quelli lì fanno. Succede che negli Stati Uniti, la maggior parte della popolazione detenuta sia afroamericana e che la rappresentazione tipica dello spacciatore di strada sia quella del ragazzo nero col cappuccio in testa. Succede che questo tipo di pensiero è utile per il sistema economico perché permette il controllo dei cittadini, facendo sì che siano i cittadini stessi a richiederlo, in quanto questi qui, se non li controlliamo, ci portano via tutto, dove questo tutto sta per il mantenimento del sistema economico a cui siamo abituati. Succede che questo tipo di rappresentazioni faccia comodo al capitalismo perché permette di avere persone di classe F, G, o addirittura Z, che in assenza di alcun diritto, sono completamente ricattabili in funzione di un sogno di ricchezza che non raggiungeranno mai, ma che li fa andare avanti a lavorare sottopagati, sfruttati, emarginati, e gli fa anche fare quel lavoro inconsapevole di capro espiatorio sociale, che fa sì che le persone non alzino lo sguardo sulla struttura verticale che li sovrasta. Succede che questo tipo di rappresentazioni e reazioni mentali siano a noi incontrollate e diventino automatiche nel momento in cui incontriamo una persona. Succede che la reazione di Zimmerman, quindi, non è stata la reazione di un cattivo contro un buono, ma la reazione personale, ci mancherebbe, inserita però in un dato contesto culturale. Succede quindi che, nel panorama attuale, lottare contro il razzismo è lottare contro un determinato tipo di economia che si accoppia con tale tipo di pensiero, quindi all’opposto, succede che lottare contro il capitalismo finanziario, come fa il movimento Occupy Wall Street, non è solo lottare contro le corporazioni, ma contro determinate logiche, fra cui anche quella che legittima in neo-razismo razionalista. Succede quindi che sia naturale che le manifestazioni per la morte di Trayvon Martin si intreccino a New York con quelle di OWS, perché entrambe vanno nel cuore del problema: non chiedono solo la cattura dei cattivi, ma denunciano la cultura e l’economia nella quale questi sono inseriti e che li legittima.
Post-duzione: una paio di note di chiusura.
Poi succede che tutti condannano l’omicidio di Trayvon, che tutti dicono che è una grandissima disgrazia, anche che Zimmerman è proprio cattivo, ma quando si accorgono che dietro alle marce non c’è solo la richiesta della vendetta, allora anche le istituzioni cambiano strategia e iniziano a raccontare che ci sarebbe un gruppo di estremisti che si chiama New Black Panther Party, che avrebbe messo una taglia sulla testa di Zimmerman, nonostante il presunto sito di riferimento di tale gruppo non esista e nonostante gli appartenenti al Black Panther Party ne neghino l’esistenza.
Succede poi che sui giornali si inizi a raccontare che Martin avrebbe aggredito, senza alcuna ragione, Zimmerman e che comunque, il ragazzo non era il santo che sembra, in quanto era stato sospeso da scuola per possesso di Marjiuana, ma come risponde la madre di Trayvon a tali affermazioni: “Hanno ucciso mio figlio, ora stanno provando ad ammazzare la sua reputazione”.
Alessandro Busi
1Per la ricostruzione degli eventi e la citazione dal Manuale della guardia di quartiere ho usato questo articolo http://abcnews.go.com/blogs/headlines/2012/03/trayvon-martin-case-timeline-of-events/
2L’articolo originale che ho tradotto è di Natasha Lennard e lo trovate a questo link: http://www.salon.com/2012/03/22/occupiers_march_for_trayvon_martin_at_million_hoodie_march/singleton/
La più grande giornata di Sé-Mobilitazione della storia.
9 febbraio 2012
La più grande giornata di Sé-Mobilitazione della storia.
Ieri mattina mi sono svegliato con la sensazione, non l’idea, parlo proprio di sensazione di essere un’entità politica. All’inizio, ancora con i solchi del cuscino sulla guancia ho provato ad arginare questo sentire ad una semplice conseguenza del languore mattutino, unito alla pisciarola del risveglio, ma, visto che perdurava anche dopo aver svolto le suddette funzioni, ho dovuto prenderlo in considerazione per quello che era: uno stra-bordante sé-politico. Ho pensato anche che potesse essere un nuovo tipo di influenza, o di malattia, che tipo si prende sui treni dai rifugiati, che so, dalla Tunisia, dal Marocco, dall’Egitto, che si porta nei germi anche il fatto di riappropriarsi del proprio ruolo politico individuale, ma, siccome alla misurazione della temperatura, ero sotto i 36 gradi, come al solito, ho capito che non era nemmeno quella.
Riflettendo, riflettendo, quindi, sono giunto alla conclusione che: se è condivisibile, e io lo condivido, che noi non siamo un moloch unico, indivisibile, immodificabile, ma siamo una comunità di sé che interagiscono e entrano in gioco con più o meno forza in base alle situazioni sociali, personali, checchessia che viviamo, come sosteneva lo psicologo costruttivista Miller Mair, allora la comunità è entità politica, la comunità ha un peso sociale e, soprattutto, la comunità può fare azioni di lotta.
A fronte di ciò, quindi, ho deciso di dare vita, ieri, alla più grande – anche perché unica – sé-mobilitazione che la storia ricordi.
Ora, per narrarvela, userò uno storify, ovvero la cronologia degli aggiornamenti del mio facebook, alias, l’unica fonte di informazione che ha seguito passo, passo, la sé-mobilitazione.
Alessandro Busi
Storify della giornata di Sé-Mobilitazione
Tutto ha inizio ieri alle ore non-ricordo, comunque alla mattina presto, quando rendo pubbliche le mie intenzioni socialmente belligeranti per la giornata
In poco tempo, vedo che iniziano ad arrivare i like e i commenti, così controllo sulla stampa nazionale se già si parla della giornata di sé-mobilitazione, ma il silenzioso manto di neve filogovernativo copre la mia scomoda mobilitazione, ma questo non mi scoraggia.
Durante la critical mass verso la stazione, i primi problemi. Un sasso – fascista – attenta alla mia incolumità, ma, al grido pensato la sé-lotta non si arresta, proseguo imperterrito.
Dopo aver occupato per mezz’oretta il sedile di un treno che mi ha portato da Padova a Mestre, inizia il sé-corteo sotto il freddo sole mestrino.
Io-sé-corteo, testimonio con un’immagine la zona rossa che mi blocca il passaggio e che, come sempre, è solo un modo per blindare una città, senza difendere nulla.
I controlli verso il sé-corteo, che non aumenta, né diminuisce di numero, ma rimane sempre quell’uno gestaltico formato dal valore aggiunto dell’interazione dei sé, maggiore della loro stessa somma; dicevo, a controllare il sé-corteo arrivano perfino i cartonati delle guardie inglesi.
Il sé-corteo, a questo punto, si incattivisce e si scaglia contro una lastra di ghiaccio in una fontana, come azione simbolica contro il grande freddo dell’austerity.
Dopo questa azione, il sé-corteo si interrompe per lavorare, ché se sei precario non scioperi mica, e, nell’arco del pomeriggio, riesce solo a rendere nota l propria vicinanza ai sé-in lotta dei compagni greci.
Alla sera, il sé-corteo riparte verso la stazione, attraversando la ridente periferia mestrina.
Ormai alle ventuno, il sé-corteo, dopo altre due critical mass in giro per Padova, torna ad occupare casa, cena e si prepara alla riunione conclusivo-propositiva di autocritica sulla giornata e stimolo per il domani.
La riunione finisce alle ventidue e trentatre.
Ciò che esce dalla suddetta riunione è una decisione presa all’unanimità da me stesso e un comunicato che riporto qui sotto che la spiega.
Manifesto del Sè-Collettivo-In_lotta
Il Sé-Collettivo-In-Lotta nasce come collettivo dei sé che si racchiudono in me stesso, nasce dalla giornata di sé-mobilitazione dell’otto febbraio duemiladodici. Una giornata che ha visto me-inlotta dalla mattina fino alla sera.
Dopo un’iniziale occupazione della mia casa, ho proseguito con la consueta critical mass verso la stazione. Durante la critical mass, un sasso – fascista – ha attentato alla mia vita, ma sono riuscito a stare in sella, senza ruzzolare a terra. Una volta in stazione, ho proseguito con un corteo culminato nella simbolica occupazione di un sedile sul treno regionale veloce che da Padova mi ha portato a Mestre. Una volta lì, il sé-corteo è sfilato fino al mio posto di lavoro. Nel tragitto, ho fronteggiato la zona rossa e simbolicamente ho distrutto una lastra di ghiaccio in una fontana, come a simbolizzare la rottura del gelo di austerity che ci viene presentata come unica e inevitabile realtà. Alle tredici e quarantacinque ho iniziato la giornata di lavoro, quindi interrotto il corteo, che ho ripreso al ritorno verso la stazione, attraversando la ridente periferia mestrina. Una volta a Padova, a differenza dalle normali manifestazioni che si concludono con i saluti in stazione, io sé-inlotta ho deciso di affrontare altre due critical mass, culminate nella ri-occupazione della mia casa, al grido pensato di la sé-lotta non si arresta. Alla sera, poi, dopo essermi rifocillato, ho fatto una lunga riunione dalla quale ho partecipato e nella quale mi è sorta la necessità unanime di creare il Collettivo-sé-in-lotta, ovvero un gruppo fatto da me, che proporrà azioni analitiche di politica del quotidiano.
Ciò che ho pensato e che ho anche condiviso è che, la situazione nella quale ci troviamo oggi, ci pone sempre su un piano politico sociale, ci pone di fronte alla necessità di essere costantemente in lotta. Questo stato di cose diventa individuale nella misura in cui non si lotta più per un modello sociale piuttosto che un altro, ma per rivendicare la libertà esistenziale individuale di scegliere, di esistere. La libertà di scegliere il proprio lavoro, il luogo nel quale vivere, come vivere, sono oggi dei lussi garantiti a pochi, quindi ognuno deve assumersi il peso politico del lottare per la propria condizione personale, non in una chiusura individualistica, ma nella misura in cui un nuovo modo di intendere il sociale non parte più da alti discorsi ideologici, ma dalla propria esperienza: io non voglio la redistribuzione delle ricchezze perché è giusta, ma perché vedo me stesso e altri attorno a me che devono adeguarsi a destini scritti da chi ha soldi e potere, quindi mi batto perché questo stato di cose cambi.
A fronte di ciò, io-collettivo-in-lotta nasco e lotto e userò la piattaforma de Lagentestamale per i miei comunicati, come se fossi io a scriverli, che poi è quello che è.
Perciò avanti così:
La Sé-Lotta non si arresta!
Sè-Collettivo-In-Lotta













