Racconto su Argo XVI: Colloquio di lavoro
29 giugno 2010
Quello che segue è un mio racconto presente nul numero XVI della rivista letteraria Argo, id: la materia che amava chiamarsi umana.
Colloquio di lavoro
1
Michele era seduto nella sala d’attesa. Con le mani si torturava la barba. L’orologio digitale sulla parete indicava le dieci e tredici minuti.
È mezz’ora che aspetto, pensò.
Improvvisamente, una voce anziana di donna avvertì dall’altoparlante che il signor Rossi poteva entrare nell’ufficio del direttore.
Si alzò e si sistemò la camicia. Prese il curriculum, si specchiò, inspirò e si avvicinò alla porta.
2
Michele arrivò al garage e prese dal custode le chiavi della sua auto di quel giorno.
Il rumore dei suoi passi si confondeva con un lontano stridere di gomme. Arrivato alla macchina, entrò e si allacciò la cintura. Fece manovra ed uscì.
Alla radio parlavano di uno studio dell’università di Oxford, in cui i ricercatori avrebbero trovato che le donne, rispetto agli uomini, hanno risultati peggiori in matematica, perché gli manca un certo enzima che aiuterebbe a svolgere calcoli ed equazioni.
A sentire quella notizia, scosse il capo e pensò che era una gran cazzata, ma che, probabilmente, anche quel dj lavorava per la Making Culture.
Sarà uno di quelli del progetto radio, si disse.
3
Chiuda pure la porta, gli disse l’uomo in abito grigio, girato di spalle, non le sembra splendido?
Dalla vetrata si vedeva la città intera.
Non le sembra che ci sia qualcosa di magico in tutto questo?, continuava l’altro, una specie di perfezione, che si realizza in un equilibrio tanto instabile quanto costante.
Michele ascoltava annuendo, senza sapere cosa pensare, ne cosa dire.
Dopo poco, l’uomo si girò e gli si presentò.
Luca Rubini, piacere, gli disse, lei invece deve essere Michele Rossi.
Michele gli strinse la mano e fece di sì con la testa.
Prego si accomodi, continuò l’altro, posso darle del tu?
Luca, così aveva detto di chiamarlo, si era seduto su una poltrona di pelle nera, dietro una scrivania di mogano.
Allora Michele, ti dirò, mi fa molto piacere che tu ci abbia contattato, soprattutto per la tua laurea in psicologia che, suppongo, ti permetterà di cogliere bene l’importanza del nostro lavoro.
Michele lo ringraziò e sorrise. Anche Luca rispose al sorriso.
Adesso, tu, però vorrai sapere di cosa si occupa la nostra azienda, immagino, continuò il capo.
4
Alle otto e ventinove esatte era in mezzo al traffico di via Garibaldi.
Dentro gli abitacoli, ognuno svolgeva le proprie piccole attività. Chi si truccava, chi fumava. Chi tamburellava sul volante, chi parlava al cellulare. Chi scuoteva il capo per l’orario, chi gridava al bambino che aveva seduto dietro di stare fermo e di non urlare. Sembravano tante piccole cellule di un unico organismo, legate assieme dalla grande lingua di asfalto che gli scorreva sotto le ruote.
Michele si guardava attorno e ogni tanto buttava un occhio allo specchietto retrovisore.
Alle otto e trenta esatte, una Nissan Micra gialla si infilò dietro di lui. Il suo cellulare fece uno squillo. Controllò chi fosse e rimise il telefono sul cruscotto. Alzò gli occhi e guardò nello specchietto.
Alla guida della macchina c’era una ragazza bionda, con un seno prosperoso, le labbra gonfie e le ciglia lunghe. Mentre guidava, si truccava e cantava, muovendo la testa a destra e a sinistra in maniera sbarazzina.
Michele vide che la fila era nuovamente ferma. Frenò e poggiò la schiena contro il sedile.
L’auto gialla gli fu subito addosso. I due paraurti fecero un rumore sordo nell’impatto.
Michele chiuse gli occhi, inspirò e si slacciò la cintura.
Piove pure, pensò infastidito.
Scesero entrambi dalle rispettive auto. La ragazza tentò di scusarsi, ma venne interrotta sul nascere.
Ma come cazzo guida?!, iniziò a gridare Michele, Cosa crede che non l’ho vista che si stava truccando?!
Lei provava a spiegarsi, a dire che le spiaceva, ma sembrava tutto inutile.
Mi spiace cosa?! Cosa le dispiace?!, continuava rabbioso, le dispiace di non saper guidare!
Nel frattempo, le auto dietro avevano iniziato a suonare il clacson.
Michele fece un paio di gesti con le braccia, come a dire sposto subito e ‘sta cretina m’è venuta nel culo.
Dai accosta, le ringhiò poi, prima di salire in macchina.
Lei era talmente agitata, che l’auto le si spense due volte. Iniziò a piangere e singhiozzare e, dagli specchietti, vedeva gli automobilisti che si sbracciavano dal nervoso.
5
Bene, allora… quello di cui la Making Culture si occupa è, come dice il nostro stesso nome, di fare cultura, diceva il capo, gesticolando, anzi, diciamo meglio. Noi, nello specifico, siamo un’azienda di stabilizzazione della cultura.
Luca fece una pausa per dare peso alle ultime sue parole.
Eh, sì caro Michele, posso chiamarti Michele, vero?, riprese, sai, noi persone comuni crediamo nella realtà con la R maiuscola, ma come ci insegnano gli autori postmoderni, la realtà è una costruzione culturale, quindi ci vuole sempre qualcuno che faccia sì che la cultura rimanga qualcosa di stabile, di apparentemente ontologico.
Michele corrucciò la fronte. Non sapeva cosa pensare. Non capiva se si trovava davanti ad uno sbruffone che voleva pompare al massimo un lavoro di volantinaggio, oppure se era finito nell’ufficio di un qualche agente segreto della C.I.A.
Guarda, dato che ti vedo perplesso ti spiego dal principio, disse il capo.
Allora. Come tu saprai, ciò che distingue le teorie moderne da quelle postmoderne, in psicologia, è che le prime vedono, per dirla in termini semplici, come centro dell’uomo la personalità, che sarebbe una proprietà stabile della persona, mentre le seconde hanno come costrutto centrale l’identità personale, la quale è una costruzione sociale, che si viene a comporre attraverso le interazioni di tutti i giorni. Proprio queste interazioni, però, sono influenzate dal sistema culturale di riferimento, che a sua volta viene modificato dalle interazioni stesse. È una sorta di circolo, no? è una sorta di circolo che, attenzione, va mantenuto.
Mentre parlava, Luca faceva segni sul foglio, come stesse tracciando un canovaccio simbolico.
E il nostro compito è proprio questo, continuò, il nostro compito è quello di costruire delle situazioni per fare sì che la realtà rimanga con una sua stabilità, per fare sì che il nostro sistema culturale non subisca scossoni continui e che, quindi ognuno costruisca la propria identità personale in armonia con il sistema sociale che lo circonda.
Michele aveva gli occhi sgranati e continuava a restare dubbioso.
Ma, dirai tu, il sistema culturale si evolve e si modifica in continuazione. Sì, è vero, però dentro certi binari che noi mettiamo e che sono quelli che permettono quello splendido spettacolo di equilibrio e di libertà che ammiravamo prima.
Il capo indicò con un ampio gesto del braccio la grande vetrata.
Quindi, caro Michele, questo, diciamo così, è il fine del nostro lavoro, ma tu dirai, e i mezzi per raggiungerlo? I mezzi per raggiungerlo, non devi pensare a roba alla James Bond e simili, nemmeno a censure di stampo staliniano o fascista, no, niente di tutto questo. Il nostro lavoro consiste nel fare piccole cose. Per esempio, ti faccio un esempio per farti capire. Sai quando senti, alla fine dei telegiornali, quelle notizie tipo anziani festeggiano il sessantesimo anno di matrimonio, o robe simili, no? Ecco, quelle notizie, nel novanta per cento dei casi, le diamo noi. Sì, perché, sono notizie che passano quasi in silenzio, ma che, primo riportano alla gente l’importanza del matrimonio, secondo danno l’idea che certe cose, che so, la fedeltà, la vita semplice, ecc… sono gli ingredienti della vera felicità. Così le ragazzine continuano a sognare il principe azzurro e vissero tutti felici e contenti.
Entrambi sorrisero. Michele chiese allora, di cosa si sarebbe dovuto occupare, se avesse accettato il lavoro.
Bene, questa tua domanda mi fa molto piacere, gli rispose il capo, vedi, da qualche tempo, oltre agli altri progetti – radio, tv, carta stampata e quello più generale, vita quotidiana – abbiamo deciso di attivare anche un progetto traffico e un progetto Facebook. Tu ci serviresti per il primo. Fondamentalmente, il tuo lavoro sarebbe quello di subire tamponamenti o furti, sempre, però, nelle ore di punta. Che ne so. Una mattina ti tampona una ragazza bionda e prosperosa, ovviamente nostra dipendente. La mattina dopo, lasci la macchina parcheggiata, entri in un bar e un uomo dell’est te la ruba. Tutto in funzione delle necessità del momento, no? Del percorso che bisogna tracciare.
Luca smise di parlare e si poggiò allo schienale della poltrona. Michele lo guardava ancora spaesato. In lontananza si sentiva il rumore di un’ambulanza, mentre i condizionatori ronzavano un sibilo costante.
Alessandro Busi
Racconto sulla rivista Argo: ersorcizzare la morte
5 novembre 2009
Questo racconto è stato pubblicato sul sito della rivista letteraria Argo: Esorcizzare la morte
Esorcizzare la morte
1
Certe cose mi hanno sempre spaventato. Non in maniera, come si dice, razionale, ma proprio in maniera ventrale, di pancia. Sì, intendo quella paura che, a mò di terremoto, nasce con un epicentro gastrico e si espande, attraverso le trasmissioni nervose, fino alla punta dell’ultimo dito.
2
Mauro uscì di casa alle quattro e mezza di notte. Tutti gli orologi elettronici che spuntavano dalle insegne delle farmacie indicavano, minuto più, minuto meno, un 4 accompagnato da un 3 e da un due, il tutto chiuso da due lettere maiuscole: AM.
Prese l’auto e, musica a palla, si mise a guidare come un matto.
3
È più che altro la mancanza di aspettative che mi lascia atterrito. Cioè, voi come la prendereste se ora, in questo preciso istante io vi dicessi che non avrete un’altra mattina?Magari non ci avete mai pensato, allora fermatevi un attimo e riflettete: ora, in questo preciso istante, io vi dico che domattina non vi sveglierete. Non metterete il piede scalzo sul pavimento freddo, non farete la prima pisciata rumorosa, non vi laverete i denti e non vi incazzerete perché è finita la marmellata di pesche ed è rimasta solo quella di agrumi, che vi fa schifo.
4
Il cervello gli rimbombava nel cranio, completamente scosso dalla potenza dei woofer del suo nuovo impianto audio. Aphex Twin con “Come To Daddy” imperava nell’abitacolo e faceva tremare i vetri e la manopola del cambio.
Mauro vedeva la strada restringersi e, più aumentava la velocità, più gli sembrava che le persone sul marciapiedi fossero solo delle specie di fantasmi deformi. Con un’occhiata veloce sul cruscotto vide che erano le quattro e quaranta e, pensando che sarebbe dovuto arrivare a destinazione dopo un quarto d’ora, svoltò a sinistra e prese la strada più lunga.
5
Vi dirò che io non ci avevo mai pensato a queste cose, poi, però, incontrai un signore: John Tot. Ricordo bene che, sedutosi vicino a me sul bus e postemi le domande che io vi ho posto adesso, personalmente lo liquidai come il classico matto dell’autobus. Ma fu alla sera che le idee si fecero più chiare. Dovetti aspettare di essere a letto per accorgermi che avevo paura della morte.
6
L’orologio del cruscotto segnava che mancavano cinque minuti alle cinque antimeridiane, così, Mauro, inchiodando e facendo stridere le gomme, fermò l’auto davanti alla sua tabaccheria. Scese, prese il frontalino dell’autoradio e, alzata la serranda ed accese le luci, girò il cartello dell’ingresso, mettendo la scritta APERTO rivolta verso l’esterno.
7
Poi, il giorno seguente rincontrai John che mi venne vicino e mi chiese se avessi pensato a quello che mi aveva detto. Io gli dissi che mi aveva rovinato la vita, perché ora, qualunque cosa facessi, mi prendeva la paura di morire. Se facevo le scale, avevo paura di un infarto. Se andavo in auto, avevo paura di fare un incidente. E così via.
8
Il primo cliente fu un mezzo barbone che gli chiese se avesse delle sigarette da regalargli, ma Mauro, mostrandogli la pistola, lo fece scappare a gambe levate. Una volta uscito lo scarto della società, così li chiamava lui quelli lì, si ingobbì nuovamente e si rimise a sistemare le scatole di penne bic sotto il bancone.
Non ebbe nemmeno il tempo di sentire il dlindlon dell’ingresso, che il rumore di uno sparo gli riempì le orecchie.
Mauro si alzò di scatto e vide davanti a sé un uomo con un cappotto di pelle nera, un berretto da baseball ed un fucile in mano. Al solo sguardo, si capiva, data la somiglianza con i cattivi dei film, che era un uomo pericoloso e moralmente malvagio.
“Ma cosa vuole?”, gli chiese Mauro con voce impaurita.
“I want you to die!”, rispose l’altro con voce cavernosa e inarcando il sopracciglio destro.
Mauro capì subito che era arrivata la sua ora e i pensieri iniziarono a frullargli in testa, come fili d’erba durante un uragano.
9
Ricordo bene che, a quel punto, vedendo la mia espressione spaventata e smarrita, fu John a parlare e a dirmi queste testuali parole:
“Un modo per vincere la tua paura, che è la paura che affligge tutti noi esseri con una fine certa, c’è, e si chiama: E.D.V.L”
10
L’uomo cattivo fece un passo avanti e gli puntò la canna del fucile dritto sulla fronte sudata. Mauro sentiva le vene vicine alle tempie che pulsavano fortissimo.
“I want you to die”, ripeté quell’altro, prima di schiacciare il grilletto e di fargli esplodere il cervello.
11
Io, ovviamente, mi fidai senza avanzare alcun dubbio, poi, però, prima di entrare in casa sua, gli chiesi cosa volesse dire E.D.V.L e lui, indicatomi di precederlo, mi disse che l’acronimo stava per: Exorcize Death by Virtual Life.
12
Andrea vide tutto nero ed un contatore che indicava 00:00. Il tempo a sua disposizione era finito. Tolto il casco e staccati gli elettrodi, si alzò dalla poltrona e si diresse verso le docce.
Mentre si lavava, pensava che stava proprio meglio e che era veramente contento che Mauro fosse morto.
13
Allora ero il solo ad utilizzare Exorcize Death by Virtual Life. Oggi siamo più di quaranta milioni in tutto il mondo!
Prova anche tu ad esorcizzare la morte! Da oggi si può!
Exorcize Death by Virtual Life
14
Finito di lavarsi, andò alla cassa e pagò i suoi venticinque euro.
“Ascolti, prenoterei una morte di coppia per Mercoledì”
disse sorridendo alla segretaria.
“Certo”
rispose l’altra con voce squillante.
“Nomi?”
Chiese poi, già con le dita sulla tastiera pronte ad annotare i dati necessari.
“Allora, Mauro Rossi per me, e, se non sbaglio, Laura Araldi, per Marta”
Rispose Andrea.
“Perfetto”
Proseguì la segretaria fissando lo schermo.
“e avete già pensato di che morte morire?”
Andrea le disse che volevano provare l’attacco aereo terroristico, dato che era nuovo e non l’avevano ancora testato.
La signorina gli rilasciò la ricevuta con l’appuntamento indicato e lo salutò cortesemente.
Andrea uscì dal palazzo e si diresse verso la macchina. Faceva freddo e sentì un brivido lungo la schiena. Come prima reazione si strinse la sciarpa al collo, poi, senza accorgersene, accelerò il passo.
Alessandro Busi
Racconto pubblicato su “Argo”: Incontri fisici
1 giugno 2009
Questo racconto è pubblicato sul sito della rivista letteraria Argo
Incontri fisici
“Prego signore, vuole rivedere la sua registrazione?”
La segretaria, Anna Moranti, aveva una voce alta e stridula, pienamente rappresentativa della sua fisicità magra e nervosa. Vestiva un tailleur nero ed al polso portava un braccialetto di palline dorate. I suoi quarantatre anni erano ben rappresentati dalle piccole rughe che le ornavano gli angoli degli occhi.
Se qualcuno avesse intervistato il suo storico compagno di vita, Ruggero Rossi, si sarebbe sentito dire che, col passare del tempo, Anna era diventata praticamente frigida e che l’unica cosa che continuava a farla urlare, era la sua capacità nella nobile arte del cunnilingus. Ruggero avrebbe poi condito tutto questo con un sorriso storto, come ad indicare che lui era un grande in questa arte.
“Sì grazie, se possibile la rivedrei volentieri”
Mario le rispose senza alzarsi dallo sgabello. Teneva gli occhi semichiusi, perché le luci forti gli infastidivano la pupilla. Con veloci movimenti bulbari, controllava che la luce rossa della telecamera fosse spenta. Sotto le ascelle si sentiva delle vere e proprie cascate e, a causa del monologo di due minuti e tredici secondi finito pochi istanti prima, gli si era raggrumata un po’ di saliva agli angoli della bocca.
Se qualcuno avesse intervistato la sua storica compagna di vita, avrebbe fatto solo telefonate a vuoto. Mario, infatti, nei suoi trentacinque anni, aveva avuto una sola fidanzata, Samantha Calandri. Questa, dopo tre mesi di storia appassionatissima, lo aveva lasciato senza motivo, diceva lui. Mario, ancora dopo anni, passava le sue giornate nel ricordo di Samantha. Era convinto che il suo essere diventato una palla di un metro e sessanta per novantatre chili, fosse colpa della solitudine che lo spingeva ad affogare il dispiacere nel cibo.
“Certo, attenda un attimo solo che si carica il video e guardi pure nello schermo alla sua destra”
Anna cliccò due volte sul file Incontri fisici_ Mario Rubenzi 1.
L’agenzia d’appuntamenti per la quale lavorava, aveva quattro tipi di offerte fra le quali i clienti potevano scegliere: incontri d’amicizia, incontri sentimentali, incontri fisici e incontri per anziani. Quest’ultimo era un servizio sperimentale e più oneroso, data la difficoltà a far conoscere persone over-settanta.
Mario si voltò verso lo schermo al plasma ed attese che partisse il filmato.
Dopo pochi istanti, comparve la sua immagine da Buddha in jeans e maglietta e la sua voce iniziò a risuonare nell’ufficio.
“Salve a tutti, io sono Mario Rubenzi e ho fatto questo video per la categoria incontri fisici. Io vorrei trovare una, o più persone con cui passare delle belle serate a divertirsi tutti assieme”
Nel filmato aveva lo sguardo fisso verso la telecamera. Come si suol dire, bucava lo schermo.
“Io sono disponibile a tutto e non mi fa schifo niente. L’unica cosa che non faccio è andare con gli uomini. Per il resto mi va bene qualunque cosa e conosco tante pratiche. Se poi mi proponete qualcosa che non so, mi informo con piacere”
Anna era talmente abituata a sentire la gente che raccontava le proprie cose più intime a quella telecamera, che non faceva nemmeno più caso alle parole. Per lei, quello che dicevano i clienti non erano idiomi con un significato, ma semplici suoni senza senso.
“Forse vi può interessare…mmm…ecco, le mie misure sono di diciotto centimetri in erezione. Poi…che altro?”
Il volto nel video arrossì e sulla guancia destra scese una goccia di sudore.
“Penso che sia tutto. Spero mi contattiate, in tanti. A presto. Ciao”
Il filmato si chiudeva con un sorriso forzato e teso. Ad osservare con attenzione, si sarebbe potuta notare l’assenza del canino inferiore destro, dovuta ad una caduta in bici risalente al lontano millenovecentonovantadue.
Mario pensò che non era andata per niente male e si diresse verso la segretaria.
Anna gli fece lasciare la tariffa di centocinquanta euro e gli disse che, in caso di interessamento da parte di qualcuno, l’avrebbero ricontattato immediatamente. Una volta uscito il cliente, lei fece partire una mail alla newsletter di Incontri fisici. Avvertì tutti gli iscritti che una nuova persona, Mario Rubenzi, si era aggiunta al gruppo e che il suo filmato era comodamente visionabile sul sito dell’agenzia. Aggiunse anche che, come sempre, chiunque avesse voluto contattarlo, avrebbe dovuto mandare una mail all’agenzia che l’avrebbe girata, con tanto di dati e contatti, all’interessato.
Mario, nel frattempo, stava tornando a casa in autobus. Era seduto e pensava che, finalmente, anche lui avrebbe potuto fare tutte quelle cose così strane ed eccitanti che vedeva nei siti erotici che frequentava.
Finalmente potrò uploadare anch’io i miei video su youporn, si disse, mentre notava con dispiacere che aveva ricominciato a piovere.
Alessandro Busi

