Menomale che Repubblica c’è.

 

Io dico, parafrasando una canzone nota ai più, menomale che Repubblica c’è.

Io, alla mattina, per dire, mi sveglio e so di essere in un paese libero perché so che a pochi click da me c’è il sito di Repubblica e non è poco.

Repubblica per me è il baluardo della resistenza contro le liste di proscrizione di Cicchitto e quindi, io a Repubblica gli voglio bene.

Gli voglio talmente bene, a Repubblica, che quando domenica ventisette febbraio c’è stata la manifestazione No Tav in Val Susa, mi son detto, ora mi guardo la diretta su Repubblica. Vado sul sito e non trovo nulla.

Bravi, gli avrei detto, e che diamine, mica si può seguire tutti i cortei che girano per il mondo, bisogna saper scegliere, anche questo è giornalismo: scegliere cosa è importante che le persone conoscano.

Così, seguo la linea del mio giornale favorito fra tutti e non mi interesso dei No Tav. Leggo alcune cose sulla prescrizione di Berlusconi nel processo Mills. Mi faccio venire il sangue amaro. Penso che è proprio ingiusto, sento in bocca il sapore della voglia di vendetta, quella vendetta che passa per la galera.

Penso a come sarebbe bello se un giorno aprissi Repubblica e ci vedessi scritto Berlusconi In Carcere. Mi immagino il piacere dell’immaginarmi la sua sofferenza, mi immagino il piacere nel figurarmelo che soffre dietro le sbarre. Eh, certe cose son proprio da sogno. E poi, e poi, mi immagino la redazione tutta della mia freedom flottilla del giornalismo italiano che festeggia e piange per la commozione, e allora un paio di lacrime scendono anche a me, solo a pensarci.

Così, arrivo fino a sera a congetturare futuri futuribili su Berlusconi, e dei No Tav me ne dimentico. Mi ricordo bene di Ruby, della D’addario, di quell’altra che era stata intervistata da Santoro, poi di quell’altra ancora che aveva detto quelle cose che poi tutte le donne s’erano indignate e avevano detto, ah, è ora di cambiare: se non ora quando?! Me le ricordo bene le piazze rosa, la Concita – che all’epoca non era di Repubblica, ma poi all’ovile c’è tornata pure lei -, la Bongiorno, la Annunziata, la suorina sul palco. Oh, io di quel periodo, mi ricordo tutto: c’ho i titoloni del mio giornale favorito tutti stampati in fronte.

Invece, l’altra sera, dei No Tav m’ero proprio scordato.

Vabe, tanto poi mi sono tornati in mente. Èh sì, perché poi, dal lunedì, da quando è successo che quel ragazzo s’è fulminato salendo sul traliccio, anche noi – posso usare il noi, no? Siamo un po’ una squadra noi, no? Un po’ come ai mondiali, che tutta l’Italia parla della nazionale dicendo vinciamo, giochiamo, facciamo – abbiamo iniziato a seguire quello che succedeva fra quei monti.

Abbiamo visto il video della polizia, quello censurato, quello in cui non si sente cosa abbia detto quel Luca al poliziotto che lo stava inseguendo sul traliccio, quello l’abbiamo visto.

Poi abbiamo visto le fotografie delle barricate incendiate, abbiamo visto quelle delle auto bruciate, abbiamo sentito parlare il vicesindaco di Sant’Ambrogio di Susa, abbiamo sentito sottolineare la storia dei giornalisti aggrediti, ma soprattutto, già lo sapete dove voglio andare a parare, soprattutto abbiamo creato il caso #pecorella. Oh, ma lo sapete che su twitter è stato l’hashtag più usato del ventinove febbraio? Siete – torno al voi perché il merito qui è tutto vostro – dei grandissimi.

Cioè, in mezzo a uno quasi morto, in mezzo a gente che protesta da anni, in mezzo a migliaia di persone da intervistare, in mezzo a persone ferite, gasate dai lacrimogeni, in mezzo a ore di blocchi dell’autostrada che tutti avrebbero raccontato, voi, che siete i migliori mica per niente, vi siete concentrati su #pecorella.

Per chi non lo sapesse, parlo di quel ragazzo che si è messo faccia a faccia con un carabiniere mascherato e ha iniziato a provocarlo dicendogli appunto pecorella. E grazie a voi, però, questa violenza s’è scoperta, perché il vero giornalista le racconta tutte le violenze, anche quelle dei manifestanti, soprattutto se sono gravi. E poi, vi devo dire grazie anche per il bellissimo video di analisi dell’accaduto in cui fate capire bene la forza del carabiniere che sta fermo, mentre l’altro lo provoca, appunto, fate capire bene che quel carabiniere è proprio buono, mentre quell’altro barbuto, che lo “picchia con le parole, cerca di muovergli le viscere”, è cattivo e non riesce a vedere l’uomo dietro la divisa, come facevano i terroristi di una volta, e così mi avete creato quel link mentale per cui lì c’è da stare attenti, ché quelli lì ragionano come quelli degli anni ’70. Poi, sempre per approfondire nella maniera migliore, mi avete fatto conoscere la persona che stava dietro la maschera con una bella intervista in cui, per esempio, io ho scoperto che quel ragazzo a cui il cattivo aveva detto cose sulla fidanzata, la fidanzata non l’ha nemmeno, così ho pensato che quel cattivo con la barba, non solo era cattivo, ma era anche disinformato. Poi, mi avete fatto scoprire che guadagna 1300 euro al mese, che io all’inizio m’è venuto d’istinto pensare che era tanto dato che io non la prendo quella cifra lì, invece dal tono che avete usato, ho capito che era poco e m’è dispiaciuto per quel carabiniere che guadagna così poco.

Insomma, come al solito, mi avete reso una persona più informata e migliore.

Mi avete fatto capire, per esempio, che è più importante dare attenzione ad un singolo che dice pecorella, che ad un’azione di polizia che sfonda le vetrate di un bar per andare a caccia di manifestanti. Mi avete fatto capire che è proprio sbagliato anche pensare male delle forze dell’ordine e che se lo si fa si è cattivi, mentre, per dire, quell’idea che mi era venuta in mente, per cui la polizia che sfonda i locali di notte a cercare persone lo fa per intimidire una popolazione e far sì che questa smetta di appoggiare chi manifesta, quella è un’idea che ho relegato a cazzata e ho ricominciato a pensare alla cattiveria di barba e alla bontà di pecorella.

Insomma, io non mi dilungo oltre perché non vorrei essere sdolcinato, e poi lo so che voi ne avete di cose da fare, avete un mondo, quello dell’informazione, da salvare.

Quindi vi ringrazio di tutto e, come dicono gli Zen Circus vi amo, vi adoro e ricopro di baci.

Alessandro Busi

Il giorno che ripresi a scrivere: Vieni via con il pensiero omologato.

Un giorno smisi di scrivere. Senza Ragione, solo non mi veniva più bene. Poi, un altro giorno, ripresi a scrivere. Caso vuole, che proprio quel giorno, mentre facevo colazione, abbia sentito prima l’intervento di Fini e poi quello di Bersani nella trasmissione Vieni via con me.

Essendo due splendidi esempi di comunicazione, ora potrei provare ad analizzarli, anche per far vedere come Fini vinca dieci a zero sull’avversario, ma non è qui che voglio arrivare. Credo infatti che questo compito sia piuttosto semplice:

  • Fini: parla in maniera diretta e personalizzata, parte dalle basi note della destra (es. nazione ed esercito), utilizzando come esempio il tema dell’arte (caro a molti dopo il caso Pompei) per finire con la meritocrazia come alternativa al precariato. Il suo discorso è fortemente contestualizzato, non per niente parla di antimafia di fronte ad un pubblico, quello di Saviano, quanto mai sensibile a questo tema. Utilizza la parola anarchia, costrutto negativo per i più, legandola ad arroganza e furbizia, ovvero costruisce il legame tra l’anarchia e Berlusconi. Chiude ponendo l’accento sull’uguaglianza dei diritti e sulla necessità di valorizzare quanto gli italiani siano buoni, bravi e belli per natura.
  • Bersani: a dire il vero, sul discorso di Bersani (scialbo, decontestualizzato, senza idee né identità, moralmente elitario, pieno di diktat, esposto in maniera dimessa, chiuso nel peggiore dei modi possibili, ovvero senza chiusura) ho veramente poco da dire, se non fare una dedica speciale al filosofo rumeno Emile Cioran. Caro Emile, gli scriverei se fosse vivo, siccome tu dicevi “Un uomo politico che non dia qualche segno di rimbambimento mi fa paura”1, mi piacerebbe tanto farti conoscere il segretario di un partito italiano di nome Pierluigi Bersani, con lui infatti non avresti il benché minimo sentore di questa paura.

Come dicevo prima, però, non è qui che voglio arrivare. Allo stesso modo, non mi interessa nemmeno mettere in crisi i discorsi proposti dai due, per esempio, ponendo il problema del perché il democratico Fini non si sia ancora sognato di spiegare cosa ci facesse alla caserma Bolzaneto, o di mettere in discussione il suo pieno appoggio alla polizia durante il G8 del 2001; oppure, per esempio, ponendo la questione del perché Bersani sia stato scelto come portavoce della sinistra, o anche ponendo la questione che, se i discorsi non se li scrive da solo, allora ci deve essere qualcuno di molto poco intelligente in questo compito (che sia lo stesso che si occupa della grafica dei manifesti del PD?!). Ok, lo so che non ho provato a mettere in crisi la costruzione di Bersani, ma credo fosse già autoimplosa durante la sua stessa esposizione.

Ribadisco, però, non è nemmeno qui che voglio arrivare, anche se un pezzettino del mio intento già l’ho anticipato ed è: chi ha scelto quei due?

La questione della scelta, secondo me, è centrale per capire il vuoto di pensiero che sottosta, non agli interventi singoli, ma all’impostazione data alla trasmissione in questione (in questo caso), che, però, ben rappresenta la più generale situazione italiana. Chiaramente, molti mi potrebbero dire: ma se tra gli autori c’è Michele Serra, uno che ha saputo analizzare le contestazioni a Bonanni portando avanti la tesi che, se contesti, allora il potere gongola, cosa ti aspetti?

Anche questo è vero, mi vien da dire, però, siccome sembra che Vieni via con me sia diventata la trasmissione che ci guiderà fuori dal berlusconismo, anche se personalmente sento una gran puzza di 8 settembre, mi pare importante evidenziare l’interessante meccanismo di costruzione che vi ho rilevato.

Come dicevo, le serate della coppia Fazio-Saviano vengono vendute e da molti vissute come le serate dell’opposizione, quelle in cui nessun berlusconofilo, o bossofilo, potrà mai mettere piede. Proprio questa sua peculiarità, quindi, comporta che la scelta degli ospiti politici sia particolarmente mirata.

Per questa ragione, il fatto che siano stati fatti portavoce di destra e sinistra rispettivamente Fini e Bersani è emblematica, in quanto, l’idea di fondo era proprio quella di escludere Berlusconi dalle possibilità di scelta. L’implicito forte che vedo sottostare è questo: Berlusconi è il male, quindi al di là di destra e sinistra, tutti possiamo unirci per sconfiggerlo.

Questo pensiero antiberlusconistico, però, ha due effetti:

  1. calcare la mano sul Silvio-centrismo, in quanto, per lui o contro di lui, tutto ruota attorno a lui;
  2. generare uno stato di soffusa euforia da fine impero, un tiepido entusiasmo da l’unione fa la forza, che porta ad un pensiero massimalista che, per il Grande Obiettivo, accantona le differenze, qualsiasi esse siano. Psicologicamente, si genera un effetto ingroup-outgroug che annulla le differenze interne (siamo nello stesso gruppo–>siamo tutti uguali), inasprendo quelle esterne (solo loro sono diversi).

Il frutto politico di questo gioco è che Fini venga visto come un compagno (come si può vedere, per esempio, dalle interviste fatte da L’Unità il giorno seguentehttp://video.unita.it/media/Politica/Cittadini_e_politici_su_Fini_e_Bersani_da_Fazio_1935.html), al pari di Bersani, Vendola, Di Pietro e tutti coloro che stanno contro Berlusconi e che si proceda a passi spediti verso una forma di pensiero unico, dettato da un presunto buon senso comune al quale tutti possiamo fare riferimento per capire ciò che è bene e ciò che è male. In questo modo, quindi, si va a costruire l’opinione che ci possa essere un Modo, con la emme maiuscola, per fare bene politica, per fare ciò di cui le persone hanno bisogno.

Di fronte a questo, però, non posso che chiedermi: e se ci fosse chi, sentendosi dotato di un altrettanto rispettabile buon senso, non fosse d’accordo con il bene deciso dai più, o magari con il percorso intrapreso per raggiungerlo? Se ci fosse, per esempio, chi sostiene che il giustizialismo non è una scelta da perseguire, che fine farebbe? Lo si additerebbe come un traditore? Lo si demolirebbe con la personalizzazione dello scontro (es. se non sei giustizialista, allora avrai sicuramente qualche magagnella da non far scoprire)? Oppure si andrebbe su metodi più all’antica, magari, bastonandolo come a Genova? Oppure, più semplicemente ancora, gli si toglierebbe la voce, etichettandolo – che so – come anarchico (alias violento, alias estremista, alias utopista), e quindi non degno di essere ascoltato?

Personalmente, vedo in questo tentativo di agglomerare le opinioni politiche in un unico calderone, il rischio di un’ipersemplificazione dei ragionamenti che, per forza di cose, non può che portare al rifiuto delle posizioni estranee al suo insieme e alla costruzione di muri logici bene-male che non lasciano una possibilità altra se non il rinchiudervisi dentro. Non lasciano altra possibilità che venire via, venire via con il pensiero un po’ più omologato.

Alessandro Busi

1E. Cioran (1952, trad.it 1993), Sillogismi sull’amarezza, Adelphi Milano, P. 108

Come qualcuno di voi sa, qualcun altro no, dal mese scorso collaboro con un gruppo modenese  (il rasoio) e mensilmente scrivo la notizia del mese. Ecco qui quella di questo mese, che trvate anche qui.

Notizia del mese #2: L’attacco narcotizzante dei terroristi cinesi

Il mese appena passato, il mese di marzo, è da sempre un mese importante.

Il logo della Heaven's Gate

Secondo i fedeli della Heaven’s Gate, nel marzo del 1997 ci sarebbe stata la fine del mondo e, per togliersi ogni dubbio, si suicidarono. La loro teoria era che fra il 24 e il 26 di quel mese sarebbe passata vicino alla Terra la cometa Hale-Bopp sulla cui coda viaggiava un UFO che avrebbe salvato le loro anime, lasciando quelle del resto della popolazione mondiale alle sofferenze dell’apocalisse.

Quest’anno, il mese di marzo, è stato anche il mese della grande galoppata del nuovo Furia nostrano e dell’eroina Federica Manicardi. Nel pomeriggio di venerdì 5, fra le 14.00 e le 15.00, un cavallo di quattordici anni dal pelo marrone, ha percorso un tratto della tangenziale di Modena, in direzione Sassuolo. Dalla ricostruzione, sembra che il destriero senza cavaliere sia riuscito a percorrere il cavalcavia di Cognento, via Cartesio, via Aristotele fino ad essere raggiunto in via d’Avia. Proprio in via d’Avia, infatti, lo aspettava Federica Manicardi, quarantenne agente della polizia municipale di Modena e appassionata cavallerizza, che, con sprezzo del pericolo “Si è sfilata la cintura, l’ha girata attorno al collo del cavallo tenendolo per la criniera ed è salita in groppa”[1].

Ovviamente, questo mese, è stato anche il mese della politica, delle elezioni, della censura televisiva. Poi è stato anche il mese del settantesimo compleanno di Fausto Bertinotti, e anche quello in cui Steve Jobs ha risposto ad alcune mail di clienti scrivendo solo yes, no e yep.

Proprio l’intervista al cinquantacinquenne padrone di Apple, però, ci permette di parlare della vera notizia del mese: l’attacco narcotizzante dei terroristi cinesi.

Avrei voluto rispondere in maniera più migliore, ha risposto Jobs lo sgrammaticato, come lo chiamavano alla scuola elementare, ma mi era impossibile, mi si chiudevano le palpebre.

Da fonti segrete, infatti, siamo riusciti a scoprire questo.

La tempesta di sabbia che ha colpito Pechino, non era una vera tempesta di sabbia, bensì un’azione organizzata di narcotizzazione del mondo. Tutti i cinesi tutti avevano avuto l’ordine di accendere degli aerosol contenenti narcotici sintetici, che avrebbero fatto addormentare l’intero pianeta. Il loro piano malefico era quello di aspettare che tutti si addormentassero, per poi impossessarsi del mondo intero.

E ci stavano riuscendo.

Le prime vittime sono state le perone più piccole e indifese, come Ping Ping, il cui cuore in miniatura non ha retto, e ha smesso di battere a Roma, durante le registrazioni della trasmissione dei Guinnes dei primati, fra le lacrime di Barbara d’Urso.

Poi è toccato anche alla redazione di Repubblica.it, che, mentre caricava la top ten dei quadri più cari al mondo, si è addormentata tutta in massa, mettendone solo sette, e poi anche le polizie di tutto il mondo si sono addormentate, finendo spesso dentro i fiumi con le automobili.

Il momento di massima forza dell'attacco terroristico

Il momento di massima forza dell'attacco terroristico

Ciò che però ha fatto suonare il campanello d’allarme dei servizi segreti, è stato l’iniziale assopimento dei leader mondiali. Il nostro premier ha accusato un segno di cedimento ai narcotici cinesi durante un meeting con la lega araba, quando, così ha dichiarato a pericolo scampato, ho sentito le palpebre che si appesantivano come non mi succedeva da tempo e ho visto centinaia di vallette che saltavano la staccionata.

Proprio questo addormentamento illustre, però, ha fatto sì che si formasse una task force di esperti e agenti segreti di tutte le democrazie buone dell’occidente.

All’unanimità hanno approvato la proposta lanciata da Leon Panetta, direttore della CIA, di mandare in audio mondiale a tutti i dormienti una musica bella, allegra e spensierata, che gli facesse venire voglia di tornare a vivere come sempre e di risvegliarsi da questo coma terroristico.

A quel punto, la scelta della canzone ha creato non pochi problemi.

Allen Welsh Dulles, colui che aveva guidato lo sbarco nella Baia dei porci, e che era stato resuscitato proprio per l’emergenza sonno, ha proposto The final countdown, proposta bocciata perché il conto alla rovescia fa addormentare e non sveglia.

Allo stesso modo, è stata rigettata anche la proposta di George John Tenet, ex direttore CIA, di mandare I’m too sexy, perché troppo ripetitiva.

A quel punto molti erano pronti a buttare la spugna, quando, da dietro al rappresentante dei servizi segreti italiani, si è alzato il braccio di Umberto Smaila.

Io manderei la sigla finale di Colpo Grosso, ha detto, è allegra, vivace, parla di belle donne e anche di smettere di sognare.

Di fronte a questa idea così brillante tutti sono rimasti basiti. Senza dubbi l’hanno approvata con grida di giubilo, spari in aria e vicendevoli baci sulle labbra, senza lingua, però, dicono. Smaila ha fatto anche il giro del tavolo correndo e ha dato il cinque a tutti i presenti, come fanno nei film i giocatori di baseball, dopo un homerun.

Così il mondo è stato salvato e il governo cinese ha mandato un messaggio criptato a tutta la popolazione: dobbiamo trovare altri modi per diventare padroni del mondo.

e i sogni adesso non si sognano più

li puoi trovare già pronti te li dà la tv

Alessandro Busi


[1] http://www.sassuolo2000.it/2010/03/06/cavallo-galoppa-per-unora-in-tangenziale-a-modena/

La febbre del sabato pomeriggio!

Sabato c’è stata la grande manifestazione di popolo, col popolo, nel popolo del Popolo della libertà, che si propone come popolo dell’amore per il popolo “lontano dai salotti chic”, contro il popolino dell’invidia e dell’odio della fu-popolare sinistra. Oltre ai contenuti del discorso di Silvio Berlusconi, “uno che ragiona come il popolo”, di cui ricordiamo con il cuore colmo di gioia, il siparietto con il suo amico Umberto Bossi, sempre più pieno di vitalità, (U.B. “…immigrazione clandestina”, S.B. “Che non c’è più!”) e l’attenzione portata sui problemi di arredamento degli uffici di alcuni magistrati, che rovinano i loro begli spazi con delle foto di Che Guevara. Oltre ai due momenti di interrogazione per il popolo: il primo, quello del NO, pieno di domande intelligentissime sui meccanismi subdoli della sinistra come, “volete una sinistra che spalancherebbe le porte agli extracomunitari?!”, “Volete le risse e i pollai sulle reti tv pagate con i vostri soldi?”, “volete una sinistra che mette le mani nelle vostre tasche?!”; il secondo, quello del SI, “Volete che si possa aprire un impresa in un sol giorno?”, “Volete meno burocrazia nella vostra regione attraverso l’eliminazione di almeno 100 leggi regionali?”. Oltre anche al momento più vicino al divino di Berlusconi, in cui ha promesso con tono profetico che “vogliamo anche vincere il cancro!” e ha chiesto di predicare “la religione della libertà”. Oltre a tutto questo credo con convinzione che il grande punto di forza della pop-manifestazione di sabato 20 marzo sia stata la musica. Ebbene sì, la musica, e attenzione, non mi riferisco al loop di Menomale che Silvio c’è, mandato come colonna sonora della fase di investimento dei cavalieri candidati regionali, e nemmeno alla Faccetta nera suonata in corteo. Mi riferisco a quella scaletta di pezzi da impazzire che ha animato il pomeriggio, prima dell’intervento del premier.

Solo per darvi un’idea, vi metto una parte della lista proposta che, come dire, fa un baffo a quelle robe da manifestazione della sinistra, a quei tristissimi Treni a vapore. Attenzione, preparatevi a leggere e iniziate a spolverare I vostri vecchi pantaloni a zampa, ma quelli con le pailette argentate, però, perché qui si balla:

That’s the way I like it – Se mi lasci non vale – In alto mare – Andamento lento – Gianna – Staying alive – Fever night.


Di fronte ad una scaletta simile, così insolita e splendidamente spensierata, non potevo che tentare di scoprire chi fosse il genio che l’aveva scelta e cosa scopro?

Scopro che il dj della manifestazione di Sabato era un certo Mario Rossi, ex dj del famoso locale Studio 33, che doveva chiamarsi studio 54, ma poi, siccome si affacciava proprio sulla strada statale 33, hanno ben pensato di diminuire di ventuno unità il nome. Il locale rimase aperto fino alla gloriosa serata del 15 marzo 1992, dove, con la partecipazione di una Sabrina Salerno ancora sulla cresta dell’onda e la presenza di tutti e 43 gli habitué, il gestore, leggendo anche una lettera accorata dei Cugini di campagna, diede il saluto a tutti e dichiarò conclusa l’attività. Bene, fin qui tutto normale, no? Chi potevano chiamare a mettere Fever Night, se non il dj dello Studio 33?

Chiaro, nessuno meglio di lui avrebbe potuto animare piazza San Giovanni nella splendida giornata romana, ma ciò che non tutti sanno è che Mario Rossi, proprio dopo la serata di chiusura del locale, in quel lontano 1992, andò a casa e, proprio come la grande Marylin, si uccise con un mix di barbiturici e alcol. Gli articoli di quei giorni, raccontano che il suo corpo era stato trovato senza vita dopo una settimana, quando l’odore aveva allarmato i vicini. Dicono che indossava dei pantaloni attillatissimi e una parrucca bionda riccia, che copriva la sua stempiatura genetica, ma soprattutto, dicono che in mano gli fu trovata una fotografia di Jerry Calà, con scritto Ciumbia! e il suo autografo.

Di fronte ad una scoperta del genere, sono subito andato a provare ad intervistare il resuscitato Mario Rossi, ma questo mi è stato impossibile, per le tre guardie del corpo che difendevano la sua postazione.

L’unica testimonianza che sono riuscito a raccogliere è stata quella di Umberto Smaila, che mi ha confessato che avrebbe tanto voluto essere lui il mattatore della giornata, perché in fin dei conti un corteo è solo un trenino molto lungo e lui è il re dei trenini (qui mi ha strizzato l’occhio), ma che quando B. vuole qualcosa non si fa fermare da nessuno, nemmeno dalla morte. Allora, ho provato a chiedergli come faceva e se era già successo che facesse resuscitare le persone, ma lì è intervenuto Jerry Calà, che l’ha preso e l’ha portato via dicendogli che ero un giornalista comunista.

Ma io non sono comunista!, ho provato a difendermi, ma subito, Demo Morselli mi ha preso le mani e mi ha fatto fare due giravolte. Vedevo i suoi denti bianchi che mi giravano attorno, e i capelli voluminosi volavano come fili nell’aria.

Non pensare per oggi, mi ha detto, questa è una grande festa.

Fatti contagiare anche tu dalla febbre del sabato pomeriggio!

Questa è l'unica immagine che sono riuscito a scattare di Mario Rossi, prima che, finito il dj set, volasse via, trasportato da un esercito di colombe bianche con le basette.

Alessandro Busi

Attenzione, attenzione, ecco un altro articolo che mi trovo a scrivere per fare fronte alla pochezza della nostra informazione. Stavolta vi racconto della  presentazione dei promotori della libertà.

Nella conferenza stampa di stamattina, dopo aver cacciato un giornalista, Berlusconi ha detto che daranno una lezione alla sinistra.

Ok, daranno una lezione, ma come? In che modo? con che mezzi?

Con i superpoteri del bene!

Ecco l’articolo pubblicato sulla rivista Teflon: Freedom Team.

anteprima delle divise dei promotori della libertà

Freedom Team

Fu una conferenza importante e impegnativa, affollata di giornalisti e soubrette, quella che vide Silvio Berlusconi e Michela Brambilla annunciare l’arrivo dei promotori della libertà.

“sarà un esercito, un esercito vero e proprio, che scenderà nelle strade per combattere il partito dell’odio e portare l’amore in tutta Italia”, disse il premier. Poi proseguì sottolineando che era una misura a cui non avrebbero mai voluto arrivare, ma purtroppo “ormai viviamo in uno stato di polizia, e non possiamo lasciarci sconfiggere dal male e dalle sue milizie mangiabambini”.

Di fronte alla richiesta di una giornalista di capire meglio quali saranno le attività di questo esercito, di cosa si occuperà, come si muoverà e come lo si potrà riconoscere per le strade, Berlusconi chiese a “Michela” di mostrare un esempio pratico. La rosso-chiomata ministra, allora si alzò e, di fronte ad un manichino raffigurante Fassino, girò gli occhi in dietro e inspirò profondamente. A quel punto, annunciati da una voce gutturale che diceva io amo la libertà, i capelli iniziarono ad allungarsi e intrecciarsi in un’unica corda rossa, con la quale letteralmente, strangolò e sbatté al muro il Fassino di stoffa, dopodiché, in un battibaleno, si ricompose e tornò a sedere.

A quel punto, gli inviati di Il Giornale, Libero e Tg4 andarono in sovraeccitamento ed iniziarono a saltare sulle sedie. Anche l’inviato del tg1 faticava a tenersi fermo e a darsi un contegno da giornalista imparziale, mentre l’inviato del tg3, immaginatosi divorato da un promotore, svenne e fu portato fuori in barella.

Dalla platea di subrette, si alzò il coro preparato di ancora, ancora. Nonostante qualcuna, non avendo ben letto il testo del proprio prezioso intervento, dicesse àncora, il premier sorrise ed alzò le braccia al cielo. Diede uno sguardo d’intesa alla sua spalla e, con un balzo felino, saltò sul tavolo.

Il pubblico rimase esterrefatto.

Berlusconi fece cenno di tacere e disse: “se ne volete ancora, che ancora siano!”

Le luci dei neon si abbassarono piano, lasciando il posto a fasci colorati che salivano dal basso, illuminando il palco come ad un concerto dei Pooh. Dal soffitto, vennero calati cinque manichini rappresentanti la sinistra e le categorie pericolose: Vendola, un lavavetri con in mano la sua micidiale spazzola, un ragazzo dei contri sociali, riconoscibile dalla maglia rossa con scritto centro sociale, un radical schic, con il manifesto in mano e le Clark ai piedi, e, dulcis in fundo, un giudice comunista vestito con una toga rosso sangue e un numero di Repubblica sotto braccio.

“Allora facciamo entrare il primo promotore!”

La voce di Berlusconi era stentorea e impostata, come quella dell’annunciatrice di Ok il prezzo è giusto, mentre, muovendo i piedi, ancheggiava avanti e indietro, al tempo della colonna sonora della sfilata: il remix di Fargetta di Italia amore mio.

La platea di giornalisti era a metà fra il basito e l’eccitato. Solo quelli dell’Unità, del Manifesto e di Repubblica avevano provato a protestare urlando buffoni, ma erano stati subito accompagnati/trascinati fuori. Un paio di rappresentanti di piccole testate locali preferivano guardare la zona subrette, dove le ragazze si strusciavano sulle sedie e ammiccavano leccandosi le dita con le unghie pitturate d’azzurro, ma lo spettacolo proseguiva al meglio.

Il primo ad entrare fu Capezzone, nome in codice da promotore, lo scoppiature. Con fare sicuro e camminata da modello, a tempo sulla musica, si avvicinò al fantoccio di Vendola e iniziò a parlargli. In pochi secondi, la velocità delle sue parole divenne estrema, fino a renderle incomprensibili. In meno di un minuto, il discorso si tramutò in un fischio continuo e altissimo, finché la testa del fantoccio non esplose. Nello scoppio, centinaia di migliaia di caramellino gommose varie, dalle cole ai vermicelli, fino agli anelli, andarono a inondare i giornalisti, che, avidamente, ne mangiavano anche dieci alla volta.

Dopo l’applauso per Capezzone, il successivo promotore fu Scajola, alias Mr G8. Senza esitare andò davanti al manichino del ragazzo dei centri sociali e, con voce profonda, gli disse: te lo do io il G8. Spalancati gli occhi, con la sola forza dello sguardo fece un foro tipo di proiettile in fronte al manichino e gli ruppe tutte le ossa, come gli fosse passata sopra una camionetta della polizia.

Anche Scajola venne salutato come un eroe.

Dopo di lui, nell’ordine, salirono: Sandro Bondi, il poeta, che declamando una sua poesia provocò un’implosione nel radical chic, che si trasformò in un cubo di Rubik di pezza; Ignazio La Russa, lo squalo, che azzannò il clandestino con i suoi denti d’acciaio, fino a ridurlo a brandelli; e il ministro Alfano, il palpebra. Questo si posizionò davanti al giudice e, stringendo i pugni, ingrandì le già grandi palpebre nelle quali risucchiò e inglobò la toga rossa.

A quel punto, il premier dichiarò concluso lo spettacolo, mentre alcuni giornalisti ancora raccattavano da terra le poche caramelle gommose rimaste.

Piano, piano, la musica scese, si riaccesero i neon e tutti si ricomposero, come si deve ad un incontro istituzionale.

Una volta tornati alla normalità, la ministra Brambilla prese la mano del premier e concluse definitivamente l’incontro.

“siamo già più di un milione”, disse, “il male non trionferà”.

Alessandro Busi

Ps: su Teflon trovate anche le figurine. Collezzionatele tutte!


Pubblico un articolo riguardo al No B Day, che è stato pubblicato martedì 1/12 sul foglio autonomo di Verona Pagina 13

No B Day:

un asino che si morde la coda.

Alla fine ci siamo arrivati. Sembrava non dovessimo arrivarci mai, invece ci siamo. Sabato 5 dicembre ci sarà la manifestazione NO B DAY e sempre più spesso, mi trovo nell’imbarazzante situazione che ora racconto.

Aperitivo: si parla del più e del meno: inevitabilmente si finisce a parlare di politica: si prova a discutere di varie cose, poi arriva la domanda/ingiunzione.

Beh, allora tutti al NO B DAY?!

Io, non so che rispondere. Da come posta dal mio interlocutore sembra che il NO B DAY sia l’unica alternativa alla poltica sfascia-società dell’attuale governo. Eppure io non la penso per nulla così. Allora mi chiedo, che fare? Bevo un goccio di spritz e sorrido. Tento di eludere la domanda con altrettante domande del tipo, tu vai?, oppure, ma sai se pioverà a Roma sabato?, ma poi mi tocca rispondere. Mi tocca dire come la penso e mi tocca correre il rischio di vedere l’altro che arriccia il naso, mi guarda con sospetto e nel frattempo pensa con disprezzo: questo è del PD.

No, dico, non verrò al NO B DAY, perché penso che sia una cazzata.

A questo punto, però, bisogna spiegare.

Personalmente, non parteciperò a questa manifestazione per varie ragioni. Innanzitutto, credo che dietro a questa impalcatura, tenuta in piedi dall’antiberlusconismo, si nasconde la pochezza di pensiero assassina della sinistra italiana. Nel momento in cui, ci si unisce contro un nemico comune, il quale, non è nemmeno un’idea, ma una persona, significa che i contenuti politici sono svaniti. Non per niente, anzi, è proprio emblematico di ciò, il partito più in vista in questo compito è l’Italia dei Valori, ovvero un partito propugnatore di un giustizialismo che nemmeno AN dei tempi d’oro. Secondo, ritengo che si debba iniziare a fare un’analisi discorsiva di ciò di cui si parla. Sia che si dica, io amo Silvio Berlusconi, sia che si dica, io odio Silvio Berlusconi, alla fine si giunge al medesimo risultato: io parlo di Silvio Berlusconi. Questo modo di fare politica, incentrato sulle persone e non sulle azioni del governo, questo tipo di politica più interessato a fatti giudiziari e matrimoniali del singolo, che non a ciò che il governo fa, è fallimentare in partenza, in quanto, alla fine, fa ruotare tutto attorno ad una sola persona e ciò che questa fa. In questo modo, però, non arriva ad altri risultati se non la costruzione di una realtà nella quale l’unica domanda, quella che definisce l’identità politica di una persona è se questa sia a favore o contro Silvio Berlusconi. Ovviamente, tutto ciò genera un circolo vizioso con il punto uno, facendo diventare l’opposizione – parlamentare e non – come un asino con la carota attaccata alla coda: ruota continuamente su se stesso, senza mai riuscire a prenderla.

Per queste ragioni, quindi, non parteciperò al NO B DAY, perché la ritengo una parata priva di contenuti, che non fa altro che andare a nascondere gli immensi problemi della nostra società: respingimenti, carceri sovraffollate, precariato, mancanza di fondi welfare, privatizzazione dell’acqua,…e come si dice, la lista può continuare a lungo.

Alessandro Busi

O.M.S. … One Man Show

Allora, inizio dicendo che l’ho visto. L’ho visto perché non condivido la tecnica struzzo, tipo se una cosa mi fa schifo, allora non lo guardo. Se non si fosse capito, mi riferisco al One Man Show, che c’è stato l’altra sera nello studio di Vespa con il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Un incontro che ha avuto più di uno spunto interessante e rispetto al quale vorrei provare a proporre alcune considerazioni.

Io la metto così. Le scrivo in maniera di elenco, che mi viene più facile.

  1. partirei con un aspetto di folklore. Ad un certo punto, il premier, in fase di critica al quotidiano La Repubblica, sostiene che se un giorno lui riuscisse a camminare sulle acque, allora i giornalisti di quella testata titolerebbero “Berlusconi non sa nuotare”. Oltre all’ironia, da sempre suo pezzo forte, come quella volta che fece per ischerzo il gesto del mitra ad una giornalista in conferenza stampa, ciò su cui è interessante porre l’attenzione è il richiamo biblico, l’ennesimo, nel quale lui si paragona a Gesù Cristo che, per chi crede, sarebbe poi anche il figlio di Dio. Ma vabe, come dicevo, questo è più un aspetto di folklore. Altro momento di folklore che mi viene in mente ora, in fase di rilettura, è l’etichettamento di Dalema come stalinista e della sinistra italiana come cattocomunista. Su questi c’è poco da dire, solo una domanda mi viene in mente: ma la Binetti sarebbe cattocomunista??
  2. Ballarò. La questione Ballarò non è minimamente stata toccata dal protagonista della puntata, il quale, lasciando spazio alla sua spalla, con il quale non si sono sprecati i siparietti del tipo ma presidente, che fa? Mi tocca?!, fa sì che tutta la questione si sposti da un piano politico (si voleva una trasmissione di propaganda, senza contraddittorio e dove creare unità nazionale per il governo di fronte al terremoto), ad un piano meramente di diatribe tra giornalisti più o meno importanti. Bisogna dire, però, che questo gancio è stato possibile anche per merito della domanda di Sansonetti, il quale, iniziando la domanda con la supposizione che Ballarò sia una trasmissione vicina al Pd, ha subito appiattito ogni possibilità di analisi del caso.
  3. Unità nazionale. Un punto, a mio parere molto interessante, è stata la struttura della trasmissione. Più o meno così: mezz’ora di Ricostruzione, Altro, finale con la Ricostruzione. Ovviamente si può dire: quando c’è un argomento principale si sfrutta l’inizio e la fine, i cosiddetti effetto recency ed effetto primacy. A me, però, piacerebbe portare un’altra chiave di lettura. Ok per la partenza, e ci può stare, ma il finale mi la scia in dubbio. Secondo me, la struttura tutta della trasmissione era mirata a far cogliere la necessità di stare tutti uniti in un momento di difficoltà. Il succo di ciò che ne è uscito è stato: ok, si può litigare, si può pensare che la crisi non ci sia, ma se ci mettiamo tutti assieme possiamo farcela. Questo possiamo farcela, però, non è solo un possiamo ricostruire l’Aquila, ma anche, possiamo passare la crisi, basta stare tutti assieme, possiamo vincere i comunisti, basta stare tutti assieme, possiamo avere città più sicure, basta stare tutti assieme. Tutti assieme, ovvero, tutti con chi governa in questo momento.
  4. Criminalità. Qui sposto un attimo l’obiettivo. Ad un certo punto è entrato un signore gobbo, rispetto al quale Vespa ha fatto battute riguardo al fatto che sia l’ultimo comunista. Mah. Comunque, questo signore era l’uomo dei numeri, Mannheimer, o qualcosa del genere. Non sto a discutere sulle sue rilevazioni, perché senza conoscerne il campione né la metodologia di analisi, sono nulla, se non manifesti propagandistici[1], ma vorrei guardare ad uno dei cartelli suoi, che solleva una questione interessante. È proprio quello con cui ha esordito, quello in cui si chiedeva quali fossero le priorità di intervento politico per gli italiani. Al secondo posto c’è il punto la sicurezza/controllo dell’immigrazione clandestina. L’unica cosa che è carino far notare, è proprio come, se nella lettura di dati, ovvero nel momento in cui il telespettatore si aspetta di avere davanti ai propri occhi qualcosa di certo, vero, oggettivo, viene posta la congruenza criminalità e immigrazione clandestina, allora anche questa congruenza verrà presa per vera, con la V maiuscola.
  5. Respingimenti. Affascinante come, anche riguardo a questo argomento, nessuno abbia provato a dire nulla. Nessuna domanda sul trattamento libico, ma nemmeno sul diritto di asilo, calma piatta.
  6. Dittatore. Un merito che va dato, veramente, è la capacità di riutilizzare le critiche. Ovvero: io mi dico da solo che sono uno stronzo così poi tu non puoi più accusarmi di esserlo perché diventa un’accusa stucchevole, scontata e ridondante. Ecco, quindi il Berlusconi che, per più volte dice a Vespa di lasciarlo parlare perché lui è un dittatore.
  7. One Man Show. Direi che con questa potrei chiudere. Sicuramente ho omesso moltissime cose, che, chi volesse farmele notare sarebbe più che ben accetto. Ok, si diceva, lo spettacolo di un uomo solo. Credo che una considerazione vada posta riguardo alla funzione tornasole di questa trasmissione, perché tale è stata. Credo che questa puntata di Porta a Porta sia stato una sorta di esposizione di ciò che si sa ma non si dice, una sorta di quello che gli analisti chiamerebbero esame di realtà. Il punto è stata proprio la strutturazione da One Man Show della trasmissione che ricalca in maniera carta-carbonica la realtà politica italiana. Tutto ruota attorno all’uomo solo: lui è il dittatore della maggioranza, lui è il collante dell’opposizione, lui costruisce le città, lui è il politoco non politoco, lui è, e viene fatto essere, il fulcro della vita politica italiana. Allora mi chiedo: per evitare che si ripetano trasmissioni simili, non bisognerebbe forse ricominciare ad occuparsi delle questioni, degli argomenti, piuttosto che sempre e solo della persona?

Alessandro Busi


[1] Si potrebbe dire che vengono fatti passare sotto i criteri di analisi, ma sono assolutamente illeggibili, anche in fermo immagine.

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