Non esplode una bomba che dio non voglia
14 aprile 2012
Non esplode una bomba che dio non voglia
Il post di oggi è breve ed è urgente, perché nasce da una cosa che è successa stamattina, dal fatto che pare di nuovo che la bomba in Piazza della Loggia a Brescia non sia stata messa da nessuno, così, credo sia ora di rompere questa coltre di silenzio e dire la verità. Ma non la verità finta, la verità vera, quella con la W maiuscola, per capirci.
Allora in un paio di righe vi spiego tutto, tiro le fila.
Attenzione. Pronti? 3,2,1, via.
Il 28 maggio 1974 esplose una bomba in Piazza della Loggia a Brescia. Cinque anni prima esplodeva un’altra bomba in una banca a Milano e poco dopo quella bomba un tizio con tre gambe, un anarchico storpio, si buttava di sua spontaneissima sponte giù da una finestra. Poi negli anni dopo ci sono state altre bombe come quella alla stazione dei treni di Bologna per cui sono stati accusati e condannati dei tizi di Roma, che però, ad essere sinceri, nessuno ci crede fino in fondo che sono stati quei due tizi lì di roma. Poi ce n’è stata anche un’altra su un treno ma vabe, non stiamo a contarle tutte. Insomma, fatto sta che per tutti questi anni l’unico sicuro condannato che c’è stat è stato quell’anarchico lì che, per non confessare, s’è perfino buttato dalla finestra. Quindi, se tanto mi dà tanto, io allora penso che l’unico in Italia che metteva le bombe in giro era lui e nessun altro, ma, sempre se tanto mi dà tanto, siccome che lui era fatalmente e mortalmente caduto dalla finestra nel 1969, allora per mettere le bombe dopo era dovuto risorgere. Altro che Gesù Cristo, mi dico, se tanto mi dà tanto, l’anarchico storpio risorse una paccata di volte in più. E, sempre se tanto mi dà tanto, è ovvio che i giudici non arriveranno mai a trovare i colpevoli delle bombe, mica indagano sui morti risorti.
Ma io lo so e ora lo dico, proprio alla Pasolini, la bomba in piazza della loggia a brescia fu messa dall’anarchico a tre gambe, prima morto e poi risorto.
Quello che io mi chiedo quindi è: ma come fa un uomo normale a risorgere?
Non può, mi rispondo, e, recuperando qualche reminiscenza del catechismo non posso che giungere ad una conclusione: l’anarchico con tre gambe suicida e risorto e pluribombarolo è il figlio di dio.
Così, a far quadrare il cerchio, nella speranza che la smettiate di dare la caccia a dei poveri innocenti, vi parafraso un insegnamento che mia nonna mi diceva sempre e che spero vi sia di lezione:
non esplode una bomba che dio non voglia.
Alessandro Busi
La prima grande festa dell’autoproduzione delle bombe in piazza.
12 dicembre 2010
La prima grande festa dell’autoproduzione delle bombe in piazza.
Cari amici e care amiche.
Cari compagni e care compagne.
Cari fratelli e care sorelle.
Ho un grande annuncio da farvi. L’annuncio di una festa che sarà la festa del secolo, la festa dei secoli ventesimo e ventunesimo, e, vi dirò, anche del diciottesimo, del diciannovesimo e del ventiduesimo.
Oggi, cari tutti, vi annuncio una festa che, se ci pensate, vi si dilanieranno le carni per la gioia e la felicità. Vi si spalancheranno gli occhi come a Gatto Silvestro quando ci mette gli stuzzicadenti.
Oggi, infatti, cari miei tutti vicini e lontani, è il quarantunesimo anniversario di una festa ancora mai festeggiata, per colpa dell’intestardimento della gente che non accetta la verità e cerca di costruire storie giudiziarie senza senso, dove ci siano buoni e cattivi, colpevoli e innocenti.
Io dico basta! Basta alla testardaggine giudiziaria! Basta all’accanimento terapeutico sui processi irrisolvibili!
Ma cosa sta dicendo Alessandro, oggi? S’è bevuto il cervello?, vi starete chiedendo.
Amici tutti, prima di arrivare al punto, vi racconto una brevissima storia che vi permetta di capire.
Nel secolo diciottesimo visse una signora che si chiamava Nicole Millet, la quale viveva uno splendido matrimonio con un uomo noto nel paese per il suo vizio di bere, bere alcolici intendo. Bene, nel 1725, accadde che una sera la donna venne ritrovata completamente arsa, bruciata come i marsh mellow nei telefilm statunitensi in cui i bambini fanno un campeggio. Inizialmente, i giudici fissati sulla ricerca dei colpevoli, dissero che era stato quell’ubriacone del marito e lo condannarono. Al contrario, dopo anni, quell’innocente signore venne scagionato, perché Nicole Millet venne dichiarata il primo caso di autocombustione della storia.
Parimenti, cari tutti, per quarantuno anni, noi ci siamo fatti venire il sangue amaro per trovare i colpevoli della bomba in Piazza Fontana, ma non avevamo capito niente. Ci siamo intestarditi anche per trovare chi aveva messo le bombe in piazza Loggia e nella stazione di Bologna, ma non avevamo capito nulla. Non avevamo voluto capire, ma gli ennesimi processi finiti con un nulla di fatto, ci costringono a metterci di fronte ad una peculiarità della nostra nazione.
Come in Italia nascono pomodori, arance, zucchine, poeti, navigatori, pittori, e chissà quant’altro, allo stesso modo, dal 12 dicembre 1969 in Italia hanno iniziato ad autoprodursi in maniera autonoma e senza controllo, come le graminacee, le bombe. Sì, le bombe: nelle piazze, nelle banche, nelle stazioni, al posto delle erbacce, nel Bel Paese nascono da sé le bombe!
Allora, cari tutti, vi annuncio che oggi festeggiamo oggi il quarantunesimo anniversario della prima comparsa auotnoma di una bomba.
Perchè, proprio come Nicole Millet non venne bruciata dal marito, ma andò in autocombustione, ugualmente da noi ci sono le bombe che si autocostruiscono nelle banche, nelle piazze, nelle stazioni, ed è inutile produrre teorie di altro tipo con mandanti ed esecutori. Da noi, è del tutto inutile!
Alessandro Busi
a 35 anni di distanza: Parlare di Piazza Loggia
28 maggio 2009
Parlare di Piazza Loggia
Io a parlare di Piazza Loggia, non ce la faccio proprio. Ogni volta che ci provo mi salgono i brividi lungo la schiena e mi blocco. Non riesco a non pensare alla miriade di volte che sono passato per quella piazza. Più di una volta poi è capitato di concludere sempre lì anche le manifestazioni, e spesso mi succedeva di pensare che non avrebbe avuto senso, che non aveva avuto alcun senso.
Io a parlare di Piazza Loggia, non ce la faccio proprio. Non so da che parte iniziare. Non so cosa dire.
Come fare a riordinare le idee?
Forse, la prima necessità sarebbe quella di dare un nome, un’identità. Forse la prima necessità sarebbe quella di poter dire: signore e signori, oggi parlo della strage di piazza loggia, una strage neofascista, oppure, una strage di Stato.
Forse, già questo potrebbe aiutare, ma non c’è nulla a livello processuale e nulla si può dire. Certo, si sa che la bomba è stata messa da gruppi di estrema destra, ma tutto rimane vago nelle nubi dei gruppi dell’eversione neofascista.
Allora, come fare a parlare della strage di Brescia? Cosa dire?
Allora, forse, la strage di Brescia la si potrebbe chiamare La strage degli errori. Sì, perché sono assolutamente convinto che le forze dello stato non abbiano mai commesso tanti sbagli, sviste, imprecisioni, come nei giorni e nei minuti subito successivi a quella bomba. Due esempi? Presto detto: primo, i primi ad intervenire furono i pompieri, i quali fecero il loro dovere, ovvero, lavarono prontamente il sangue dalla piazza, con annessa una qualunque possibilità di trovare qualunque indizio, tutto spazzato; secondo, ogni frammento di bomba estratto in ospedale dai corpi delle vittime, è stato consegnato ad un uomo X dei servizi segreti che, però, come comparve, così scomparve.
A dire, il vero, però, nemmeno questo mi convince. Non mi convince, perché non credo che in queste cose ci siano errori, ma solo pianificazioni di depistaggio, il che potrebbe portarmi a pensare che almeno di strage neofascista di stato si possa parlare, il che potrebbe portarmi a pronunciare la famosa formula pasoliniana Io so i nomi ma non ho le prove. Eppure, nemmeno questo mi convince.
Allora, come fare a parlare della strage di Piazza Loggia? Da dove partire?
Forse, per partire, bisogna iniziare da alcune certezze, e in particolare modo da una: il dolore. Sì, perché se c’è qualcosa indiscutibile, nella strage di piazza Loggia a Brescia, è il dolore. Il dolore dei familiari delle otto persone dilaniate da quella bomba, il dolore di una città che, tutta, aveva sentito quello scoppio e si era sentita gelare, il dolore di chi era in quella piazza e, tutto d’un tratto, dal nulla, si è sentito annullare come persona, finendo in una realtà nuova, fatta di sangue, pioggia e straniamento. Io me li immagino due ragazzi che stavano dall’altra parte della piazza. Me li immagino.
Una bomba?!
Una bomba!
Oddio, ma cos’è?! Cosa?!
Io mi immagino la morte delle parole nelle gole di tutti e la difficoltà a deglutire. La gola chiusa dall’assurdo e dal sentirsi niente, carne da macello.
Io mi immagino tante cose, ma forse nemmeno questo va bene, per parlare di piazza Loggia. Allora forse è meglio parlare di quello che c’era quel giorno. Forse è meglio parlare della mattina del 28 maggio 1974, quando nella piazza principale di Brescia c’era una manifestazione antifascista indetta dai sindacati e da tutte le forze politiche (quelle che si riconoscono nell’antifascismo, ovviamente, quindi non c’era l’MSI, in pratica). Forse è meglio raccontare che pioveva e che, per la prima volta nella memoria della polizia di Brescia, lo spazio sotto i portici – quelli nei quale c’era il cestino dove era stata posta la bomba – non era occupato da loro che se ne erano andati a manifestazione in corso, ma dai manifestanti che si riparavano dall’acqua. Forse, è meglio raccontare delle lettere minatorie mandate al Giornale di Brescia nei giorni precedenti alla strage che, non solo non furono pubblicate, ma non giustificarono nemmeno una maggiore all’erta da parte delle forze dell’ordine, anzi. Forse, allora, è meglio mettere i nomi, in ordine Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi, Clementina Calzari Trebeschi, Vittorio Zambarda, e ricordare di Bazoli che, di fronte al presidente della Repubblica Leone, sommerso dai fischi della piazza che riteneva inopportuna la sua presenza, lo prese per il bavero dicendogli Non potete permettere che queste cose succedano.
Forse, allora, per parlare di piazza Loggia, è necessario parlare delle persone, perché di questo si è trattato: una strage, decisa dallo stato e messa in atto da movimenti neofascisti, che ha distrutto otto vite, ferite novantaquattro al fine di buttare nell’ombra immobilizzante della paura un intero paese.
Non so, alla fine, c’ho provato a scrivere qualcosa, ma non è venuto bene. Mi viene proprio difficile, forse è dura raccontare qualcosa che le parole le ha uccise.

