Vivremo tutti felici e contenti
10 dicembre 2011
Ho scritto queste righe perché non mi sono mai tanto piaciute le petizioni in quanto spesso veicolano ragionamenti semplici, manichei e massivi. Anche in questi giorni ho avuto la stessa sensazione, per quanto l’idea di togliere beni ai preti sia sempre allettante.
Vivremo tutti felici e contenti.
Quando lavoravo in carcere, ricevetti un insegnamento d’oro da un detenuto che mi spiegò come fare a fare dei reati senza farsi beccare. Ora, chiaramente, mi si potrà obiettare che lui non era stato mica tanto bravo a non farsi beccare, dato che l’avevo conosciuto in carcere, però è anche vero che lui l’avevano beccato dopo un bel po’ di tempo, quindi, la sua tecnica, comunque, aveva una sua ragion d’essere. Il succo del suo consiglio è riassumibile così: se vuoi fare un reato fanne due. Uno piccolo e palese da dare alla polizia, così da nascondere ai loro occhi l’altro, quello grande.
In questi giorni, su Facebook, ma non solo, si susseguono le petizioni (Es. quella lanciata da Micromega) e gli appelli accorati per far pagare l’ici alla chiesa cattolica. Detto in termini molto semplici, l’impressione che ho è che Monti potrebbe aver seguito il consiglio che mi aveva dato quel detenuto in carcere: ha dato in pasto alla gente un “reato” semplice e palese – non far pagare l’ici alla chiesa cattolica -, per far sì che le persone si concentrassero su questo, senza andare a scandagliare il “reato” grande, quello vero e proprio, ovvero il mantenimento della disuguaglianza sociale del nostro paese che, non solo non viene alleviata, ma sarà inasprita.
Inoltre, credo che la chiesa sia una di quelle istituzioni con le spalle abbastanza larghe da saper e voler fare da parafulmine sociale. Intendo dire che la chiesa è una di quelle realtà istituzionali solide e autoreferenziali (una religione non può che essere un sistema chiuso) che sanno sopportare il peso di critiche esterne che non fanno altro che rafforzare le posizioni di chi ci sta dentro e chi ci sta fuori.
In questo senso, quindi, mi dà l’idea che le petizioni non abbiano altri effetti oltre a quelli di:
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far sentire meglio noi di sinistra, ché andare contro la chiesa rafforza la nostra identità politica e, un domani, potremo dire “ehi, guarda che io ho combattuto contro la finanziaria di quel porco capitalista di Monti, ho firmato pure le petizioni contro i preti, io”;
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far sentire meglio la chiesa, che a vedersi contestata dagli anticlericali si sente riconosciuta come potere presente nella società;
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far sentire meglio Monti, che sa di governare un popolo che è convinto di aver scovato il suo “reato”, di stare combattendo attivamente, mentre non si rende conto di essere la rotella che tiene in piedi il sistema tutto.
Ma a guardar bene forse va bene così, alla fine tutti ci guadagnano in gioie personali quindi, come nelle migliori favole: vivremo tutti felici e contenti.
Alessandro Busi
Articolo di narrativa-saggistica su Nazione Indiana
21 gennaio 2010
Ciao a tutti,
segnalo è un articolo che abbiamo scritto io e Piero Bocchiaro sul carcere, in cui abbiamo provato a mettere assieme narrativa e saggistica: la storia di due normali giornate di lavoro di un agente, si alternano alla lettura e al tentativo di spiegazione delle dinamiche che caratterizzano l’istituzione carceraria e le istituzioni totali, in generale.
Siccome è stato pubblicato su Nazione Indiana, metto il link:
Spero interessi
Alessandro Busi
Il centosettantaduesimo morto in carcere: Uzoma Emeka
22 dicembre 2009
Il centosettantaduesimo morto in carcere: Uzoma Emeka
Se non ricordo male, ero a casa e guardavo il tg3 online. Credo fosse verso la fine, poco prima dei gossip, che il giornalista disse di ascoltare una registrazione che proveniva dal carcere di Castrogno, a Teramo:
Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto, dicevano le voci nella registrazione. E poi: Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto.
Pare che queste fossero le parole di un agente che ricordava ai colleghi che, per picchiare, anzi, per massacrare un detenuto, non si sta mai in sezione, perché ci sono troppi occhi che vedono e, ci metto io, poi, si fa fatica a raccontare la storia della caduta dalle scale, se ci sono tanti testimoni a dire il contrario.
Sì, me lo ricordo bene questo audio, perché il giorno dopo, andai in redazione e un detenuto, ironicamente, mi chiese, ma che succede fuori, volete proprio raccontare tutto quello che succede dentro?! Me lo disse con un tono tale di misto stupore e ironia, che entrambi ridemmo senza saper dare risposta a questo interrogativo. Il perché di tanto interesse sulle vicende intramurarie scoppiato in quel periodo, infatti, era e rimane, di difficile comprensione, eppure era proprio così. In ogni dove, anche nelle trasmissioni della mattina, si sentiva parlare di come si sta male in carcere, della violenza delle carceri e chi più ne ha, più ne metta. Poi, come sempre, piano, piano, questo interesse è scemato. Si è tornati a discutere di altro, tipo dei denti rotti di una persona importante, di un vip della politica nostrana, e non si è più guardato al fatto che quest’anno, siamo arrivati al numero più alto di morti in carcere nella storia della Repubblica. Nessuno l’ha data questa notizia, nessuno, ma così è. Sono 172 i detenuti morti (suicidi, suicidi sospetti, omicidi, morti naturali) dal gennaio di quest’anno ad oggi, e sarebbe da raccontare di tutti, ma dato che di tutti non si può parlare, voglio raccontare di uno, uno solo, l’ultimo, il centosettantaduesimo: Uzoma Emeka.
Uzoma Emeka era un ragazzo nigeriano di 32 anni, che stava scontando una condanna di due anni per questioni legate alla droga – rimango vago perché non sono riuscito a capire con precisione per cosa fosse stato condannato, quindi, non vorrei appioppargli un reato, un’etichetta sociale, che non gli appartiene. Uzoma Emeka, comunque, era in carcere e l’altra mattina, stava parlando con la moglie, quando, alle 8 e 30 si è accasciato a terra. Subito è stato soccorso e portato in infermeria, poi, chissà perché, in ospedale è arrivato solo alle 13, quando ormai non c’era più nulla da fare. Sul suo corpo non sono state individuate tracce di lesioni, o altro, ma il referto di decesso dichiara solo Arresto cardiocircolatorio, che, parafrasando, è un po’ come dire che è morto di morte.
Questa, quindi, è la storia di Uzoma Emeka, un ragazzo nigeriano di trentadue anni, che stava scontando una pena di due anni nel carcere di Castrogno, a Teramo. Uno sconosciuto che, a dire il vero, però, un po’ già lo conoscevamo: Uzoma Emeka, infatti, era il negro che ha visto tutto, quello che avrebbe assistito al massacro che era da fare giù di sotto e non in sezione. E forse anche di questo era colpevole Uzoma, di avere due occhi e una bocca, che, anche se per ora non aveva mai usato per raccontare ciò a cui aveva assistito, comunque era meglio tappare. Ora, ovviamente, può essere che si tratti di una grande coincidenza, ma, riportando le parole di Giulio Petrilli del Partito Democratico: non dimentichiamo che è sufficiente mettere nel caffè una dose eccessiva di alcuni farmaci che questo può accadere. Non sono per la cultura del sospetto, anzi, ma in questo caso un detenuto che può essere un teste chiave di un’inchiesta importante muore a 32 per arresto cardiocircolatorio, genera delle perplessità e dei dubbi fortissimi.
Questa, in conclusione, è la storia di Uzoma Emeka, uno dei tantissimi Mr nessuno che affollano le carceri italiane, uno che aveva visto troppo e che, conoscendo la cultura carceraria, si sarebbe anche cavato gli occhi pur di non vedere. Uno del quale, alla fine delle finite, però, poco ci interessa, perché sì, sarà anche vero che nelle carceri c’è violenza e si vive male, ma chi ci finisce non ci finisce per caso, e poi, si sa, capita sempre agli altri, quindi va bene così e buon Natale.
Alessandro Busi
Suicidio sospetto in carcere. Articolo su Nazione Indiana: Uno, Nessuno, Sessantacinquemila
17 novembre 2009
Altra settimana, altro giro.
Probabilmente di Massimo Gallo avete sentito parlare molto meno rispetto a Stefano Cucchi, per varie ragioni. Una su tutte, forse, perchè la storia di Gallo è stata subito archiviata come suicidio, dato che l’hanno trovato impiccato. Ma allora io chiedo: se una mattina si trovasse una persona impiccata in piazza, in mezzo alla gente, davanti alle telecamere delle banche, saremmo così pronti a liquidarlo come suicidio?
In questo caso la storia è andata così.
Linko il mio articolo pubblicato su Nazione Indiana:
Uno, nessuno, sessantacinquemila
Spero interessi.
Alessandro Busi
Articolo sul caso cucchi su Nazione Indiana: Errore di sistema
11 novembre 2009
Oggi linko un mio articolo sul caso Cucchi che hanno pubblicato sul sito Nazione Indiana. Non sto a dire che mi fa molto piacere:
Ciao
Alessandro Busi
Ps: un grazie particolare a Marco Rovelli che mi ha aiutato nell’editing del pezzo
Riflessioni cinque punto zero: La realtà delle carcerari.
22 ottobre 2009
La realtà delle carceri: quando non c’è il diritto del domani.
L’ultima volta che sono entrato in carcere, qui a Padova, è stato un paio di settimane fa. Era un giovedì. Sono andato in redazione di Ristretti Orizzonti e, dopo i saluti generali – quasi tutti mi hanno detto che mi vedevano bene. Che sia ingrassato? Mah, mi sa di sì – mi hanno raccontato che uno della redazione era stato trasferito in nottata, ovviamente senza nessuna spiegazione sul perché ciò sia stato fatto. Si ipotizza per questioni religiose, ma è più radio-carcere che altro. Oltre a questo, che è normale amministrazione[1], mi raccontano che in mattinata sono state portate in magazzino 120 brande, il che, detto in termini comuni, significa 120 nuovi posti letto, ovvero toccare il tetto di 900 detenuti in una struttura con una capienza regolamentare da 350 posti.
Che a quel punto fai mille e fai cifra tonda, mi fa uno, sorridendo amaramente.
Allora gli chiedo dove diamine pensano di metterla tutta sta gente e un altro mi fa, terza branda, mi dice, hanno già messo la terza branda in tre sezioni, adesso la mettono in altre due sezioni e mezza, ma vedrai che arriva dappertutto.
Per spiegare bene, devo dire che le celle nel carcere di Padova sarebbero da uno in quanto di nove metri quadrati l’una e, secondo le leggi vigenti, ci dovrebbero essere 8 mq per detenuto, ma in due, dicono, ce la si cava. Ora: immaginate cosa può voler dire vivere in tre in 9 metri quadrati? Che poi non è solo quello, ovviamente, perché le docce, per esempio, sono sempre lo stesso numero, non è che aumentano in base al numero di detenuti. Che poi, a voler proprio fare le “scarpe alle pulci”, non è nemmeno solo quello, perché il grosso problema sta nel personale. Così come non si moltiplicano le docce, infatti, non si moltiplicano nemmeno gli educatori/educatrici, ma nemmeno i magistrati di sorveglianza. Per chi non lo sapesse, il magistrato di sorveglianza è il magistrato che segue in esecuzione della pena il detenuto e che, sulla base delle relazioni fatte da educatori/educatrici, psicologi, psichiatri e sulla base dei propri incontri con il detenuto e su altri aspetti più tecnici (Es. tempistica), decide se concedere, e sottolineo concedere, o meno le misure alternative al detenuto. Ora è chiaro che, se ci sono 2 magistrati che seguono 100 detenuti, li possono seguire in un certo modo, se ne seguono 900, beh, non c’è bisogno di aggiungere altro.
Spiego con un esempio che si capisce meglio: a metà settembre, allo sportello giuridico che teniamo in carcere, arriva un ragazzo nigeriano che per prima cosa mi chiede se parlo l’inglese.
Non benissimo, ma ci proviamo, gli rispondo, poi, in realtà, lui parlava un buonissimo italiano e non c’è stato bisogno, anche perché, come spesso accade, i detenuti stranieri hanno imparato più che bene il burocratese del carcere e della giustizia penale del nostro paese, quindi c’è una lingua in comune.
Passato il primo momento, mi spiega il suo problema. Mi dice che ad agosto c’era stata una megarissa fra nord-africani e sud-africani con una sessantina di coinvolti, quindi con una sessantina di rapporti scritti e inviati al magistrato. Ovviamente, lui mi dice che è innocente, ma io rimango sempre sulle questioni tecniche, dato che, come mi ha detto un detenuto uno dei primi giorni di sportello i detenuti sono tutti innocenti e le puttane lo fanno tutte per i figli. Ovviamente, gli spiego che, a prescindere da tutto, vero-falso, giusto-sbagliato che sia, il magistrato che deve decidere sui suoi giorni di liberazione anticipata, soprattutto in questa situazione di sovraffollamento, non può questionare sui rapporti che il detenuto stesso ha controfirmato. Lui mi risponde che gli agenti non gli avevano spiegato nulla, ma che gli avevano solo detto firma qui. Chiaramente ci credo, ma ormai il latte era versato e rimane poco da fare. A quel punto, mi tira fuori un altro plico di fogli e mi chiede di fare i conti per vedere quando sarebbe potuto uscire. Gli faccio questi conti, mentre lui mi racconta in maniera più approfondita la vicenda della rissa. Mi dice che i tunisini chiamano i sud-africani negro di merda e mi dice anche che tutto è partito per dei cd rubati. Stavolta inizio veramente a credergli. Lui penso lo capisca e mi dice che sarebbe disposto a fare altri due anni di carcere se dai filmati venisse fuori che lui era veramente coinvolto in quella rissa. Mi dice anche che l’ha detto anche agli agenti di guardare le immagini, ma loro sembra abbiano preferito colpire tutti quelli della sezione, indiscriminatamente.
Robe da carcere, penso, normale amministrazione.
Gli spiego di nuovo che per tutto questo non c’è nulla da fare, se non provare a mettere una buona parola con il magistrato, ma nulla più. Stavolta lui annuisce, ma non è infastidito, sembra gli basti sapere che gli credo.
Alla fine del racconto, quindi, gli faccio vedere i conti.
Senza quel rapporto, gli dico, senza quel rapporto saresti uscito il 16 settembre, ma con questo slitti di 45 giorni, ovvero vai a fine ottobre.
Lui ci rimane male e mi dice che, ok, va bene che non possa uscire, ma perché il magistrato non gli ha mandato nemmeno la risposta negativa?
Ecco, su questo punto, fermerei la storia e riprenderei l’analisi da dove l’avevo lasciata, ovvero, la situazione in carcere.
Quello che si diceva prima, era che il sovraffollamento porta ad una situazione di vita assolutamente disumana, antigienica, completamente contraria a tutto ciò che di rieducativo la situazione intramuraria possa avere e svilente quello che è, sia il lavoro dell’educatore, sia quello del magistrato che, dato l’altissimo numero di detenuti, non possono svolgere il proprio lavoro come vorrebbero.
Da questa storia, però, si vede un’altra cosa: l’allungarsi dei tempi burocratici non fa altro che buttare benzina sul fuoco.
Sono sempre di più, ormai, i detenuti che mi capita di incontrare che, magari, dovrebbero essere fuori da una settimana, ma ai quali non è ancora arrivata la risposta del magistrato. Positiva o negativa che sia, non è ancora arrivata, così rimangono in questo limbo murato, dove forse potrebbero essere messi fuori da un minuto con l’altro, oppure potrebbero trovarsi a dover fare altri quarantacinque giorni in cella. In questo modo, quindi, viene completamente ignorato e cancellato il loro diritto, non di avere i giorni, che, a differenza di quanto si sente alla tv sono un beneficio e non un diritto, ma di sapere del proprio futuro più prossimo. Il loro diritto inalienabile di poter fare il conto alla rovescia, come quelli dei film, quelli che fanno le stanghette sul muro e poi le sbarrano. Chiaramente, questa situazione di ristrettezze fisiche e incertezza di vita, non può che fare altro che alimentare la pressione dentro il carcere, fino, prima o poi, a farla scoppiare. Magari per un motivo da nulla. Magari per due cd.
Alessandro Busi
[1] È normale amministrazione che i detenuti vegano presi e spostati senza ragione né preavviso, soprattutto quelli stranieri che, non avendo generalmente una famiglia rispetto alla quale possono fare richiesta di avvicinamento, sono utilizzabili come pedine, trottole carcerarie, soprattutto quando c’è uno stato di sovraffollamento delle carceri.
L’estate sta finendo: 64.000 in carcere
1 settembre 2009
Con fatto che è il primo di settembre, ovvero una sorta di inizio anno, il comunicato stampa fatto dalla rivista fatta nel carcere di Padova “Ristretti Orizzonti”.
COMUNICATO STAMPA di “Ristretti Orizzonti”:
64.000 in carcere e le misure alternative con il contagocce
Settembre è iniziato con l’ennesimo “record” negativo per le carceri italiane: i detenuti sono oramai 64.000. L’aumento dall’inizio del 2007 è stato di 25.000 persone (si veda il grafico qui sotto), molte di più dei posti che dovrebbero essere creati dal “piano carceri”, che dovrebbe essere discusso in Consiglio dei Ministri entro la metà del mese.
Un “piano” che dovrebbe portare alla creazione di 17.000 nuovi posti detentivi, con una spesa di circa un miliardo e mezzo di euro. Ma i soldi a disposizione, a conti fatti, sono soltanto 320 milioni (200 arrivano dal F.A.S. e 120 dalla Cassa delle ammende), per il resto il Governo conta di ottenere l’aiuto dei privati (Confindustria?) e dell’Unione Europea, ma da entrambi finora non sono arrivate parole chiare… piuttosto dei “vedremo” e “se ne parlerà”.
Entro il 2012, comunque, il Governo conta di avere portato a termine il “piano straordinario di edilizia penitenziaria”… affidandosi alla speranza che i cantieri funzionino come orologi svizzeri e che i detenuti, nel frattempo, non siano diventati 90 o 100mila!
Naturalmente nessuno ha pensato che, oltre a costruire nuove celle, si porrà il problema del mantenimento e della sorveglianza dei 20-30 mila detenuti in più “ospitati” nelle galere. Per chi non lo sapesse, il costo medio giornaliero di un detenuto si aggira sui 150 euro, per cui è facile calcolare quanto costerà questo ampliamento del sistema penitenziario: ogni anno servirà un altro miliardo e mezzo di euro, per il funzionamento “a regime”… e almeno 10.000 agenti in più, oltre che a centinaia e centinaia di nuovi impiegati, educatori, dirigenti, etc.
Per la disastrata economia italiana, insomma, un bel “salasso” di cui non ci sarebbe bisogno.
Perché una diversa soluzione sarebbe possibile e in molti – almeno a parole – concordano: le “misure alternative” alla detenzione sono più efficaci in termini di riduzione della recidiva, costano di meno, consentono alle persone condannate di fare qualcosa di utile per la società e le vittime dei reati, e così via…
Purtroppo queste rimangono mere dichiarazioni di intenti, perché alla prova dei numeri ci accorgiamo (grafico sotto) che dopo l’indulto del 2006 le misure alternative sono state concesse con il “contagocce”: in 3 anni i detenuti sono passati da 37.000 a 64.000 (aumentando di ben 27.000), mentre i condannati a pene extra-carcerarie sono rimasti intorno ai 10.000, nel bilancio tra le misure “esaurite” e quelle che sono iniziate.
La folle campagna securitaria – imposta dalla politica per ragioni che hanno poco a che vedere con la repressione della criminalità – sta dispiegando appieno i suoi effetti sul sistema giudiziario e penitenziario, ma domani presenterà “il conto” dei costi economici e sociali, e sarà un conto molto molto salato.
Alla fine la domanda da porsi è una: a che punto vogliamo arrivare?
