I bombaroli senza bombe
25 febbraio 2010
I bombaroli senza bombe
Dopo aver letto l’articolo di Marco Rovelli Gli anarchici pubblicato ieri su Il manifesto e su Nazione Indiana, che analizza l’arresto di sette anarchici torinesi, di cui tre – Fabio Milan, Andrea Ventrella e Luca Ghezzi – in custodia cautelare, ho pensato di informarmi un po’ su questa storia.
Per come la mette Rovelli, ho pensato, non è possibile che queste persone siano state arrestate, ci saranno altre ragioni.
Allora ho provato a capire qualcosa di più di questa faccenda, così ho copiato i nomi degli arrestati e li ho cercati su Google. Fra i vari risultati, mi sono imbattuto anche nel link all’articolo Anarchici dietro le rivolte degli immigrati di Simona Lorenzetti pubblicato nell’edizione online (non so se anche in quella cartacea) del quotidiano Il Giornale.
Dopo averlo letto, ho pensato che sarebbe stato interessante analizzarlo.
Partiamo dall’inizio.
“Due anni e mezzo di attentati, manifestazioni violente, assalti al Cie, alla Croce Rossa, alla Lega Nord”
Ecco, dopo queste prime righe, mi sono subito detto che non erano stati arrestati per niente, così ho proseguito.
Secondo quanto la giornalista riporta riguardo all’ordinanza di custodia cautelare, pare che non si faccia accenno ad attentati e assalti a destra e a manca, ma piuttosto a reati di ben altro ordine: istigazione a delinquere, e al danneggiamento, violenza privata, interruzione di pubblico servizio. Allora ho pensato che, forse, la Lorenzetti era partita un pochino in canna, ma comunque dei reati c’erano. Ho pensato anche che sicuramente, nel seguito dell’articolo avrei scoperto tutte le nefandezze commesse da questi individui, così ho proseguito.
Nella parte centrale, che non sto a copiare perché di poco interesse, la giornalista spiega che gli arrestati erano parte del gruppo Assemblea antirazzista torinese, che si incontrava nella sede di radio Black Out, la quale sede aveva un affitto agevolato dal comune, ma che tale contratto era scaduto il 30 novembre del 2009.
Dopo questa parte di divagazione, però, la Lorenzetti torna sul pezzo.
“è nell’estate del 2007 che le manifestazioni di protesta assumono toni più violenti e soprattutto in luglio che si crea una indissolubile collaborazione tra gli anarchici e gli stranieri ospiti del Cie”.
Anche qui, gli accenni a quanto affermato all’inizio non si ritrovano, ma acquisisce molto rilievo, non tanto i toni più violenti (attenzione perché non è uguale avere toni violenti e fare violenza), ma il fatto che questo gruppo fomentasse le rivolte dei detenuti di corso Brunelleschi, e questo diventa il tema di tutto il finale dell’articolo. Niente più violenze, niente più attentati, niente di niente, ma solo il collegamento fra le idee espresse dal gruppo e le rivolte dei migranti.
Riporto in elenco.
“si creano contatti, così da far coincidere le proteste all’interno del Centro con azioni mirate di disturbo nelle vie circostanti, come l’esplosione di petardi”;
“promuovere e organizzare pubbliche manifestazioni finalizzate a intercettare il consenso degli immigrati nell’ambito di un vasto programma contro le istituzioni pubbliche”
Poi parla anche delle intercettazioni telefoniche.
“Bikiki chiede a Ventrella se la legge sia passata, riferendosi al pacchetto sicurezza che aumenta il periodo di detenzione all’interno del Cie. Andrea Ventrella conferma e dice che entrerà in vigore entro due settimane e varrà anche per chi è già dentro. Bikiki gli chiede allora come mai la volta prima fosse stata bloccata e Ventrella risponde: «Perché l’altra volta dentro avete fatto talmente tanto casino, soprattutto a Milano, a Torino e a Bologna, che hanno avuto paura e l’hanno tolta; adesso bisogna ricominciare a fare casino e la taglieranno»”
“Massimo Aghemo e un extracomunitario ospite del Cie. L’uomo dice ad Aghemo: «Abbiamo ricevuto le lettere, abbiamo messo tutti d’accordo, da domani sciopero, non mangia più nessuno… siamo 90 persone, adesso buttiamo i materassi fuori da dove dormiamo, buttiamo tutto fuori, vogliamo accendere un fuoco. C’è casino adesso». Aghemo risponde: «Buono, buono», quindi chiede se hanno già appiccato il fuoco e l’uomo risponde di sì.”
E in questo modo si chiude anche l’articolo.
A questo punto io ho capito che il sonno l’ho perso, perché non posso credere che delle persone siano state arrestate per aver incitato, incoraggiato, altre persone a ribellarsi da uno stato di reclusione senza reato. Non voglio e non posso credere che solo di questo siano piene le 102 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, ma a parte questo penso ci sia una riflessione interessante da fare sull’articolo.
Oltre ad aver sfruttato l’effetto primacy (in genere, si ricordano meglio le prime informazioni) per il quale molti avranno l’idea che siano stati arrestati i tre soliti anarchici bombaroli, come stereotipo vuole, tutto l’articolo ha un contenuto forte: queste persone sono state arrestate perché pensavano che, protestando, si possono fermare delle leggi del governo, perché facevano sì che altri si ribellassero e perché aiutavano tali azioni.
È chiaro che il messaggio implicito, ma anche abbastanza esplicito, è che non è lecito spalleggiare chi, senza diritti, vuole ribellarsi contro uno stato di cose che lo vede colpevole senza colpa, come accade per i clandestini: delinquenti senza delinquere.
Ora, quindi, io non so e spero veramente che non siano solo tali le ragioni dell’arresto dei tre ragazzi torinesi, ma ciò che è certo è che articoli come questo fanno passare in secondo piano la vicenda giudiziaria, dietro alla costruzione di una verità che porta a pensare che sia reato la sola protesta, a prescindere dai modi, sia reato parlare di certe cose, sia reato avere ed esprimere un’opinione difforme da quella di chi comanda.
Alessandro Busi
Il clandestino: una costruzione sociale
26 gennaio 2010
Questo articolo, che tenta di spiegare come si sia costruita la categoria sociale di clandestino, è stato pubblicato sul primo tentativo di “rivista” su facebook, Psicologia On Line.
Il clandestino: una costruzione sociale
“se vado in centro a fare quattro passi
le strade sono piene, piene d’odio”
Ballata dell’emigrazione, Alberto D’amico
L’altro giorno ero sull’autobus quando sono saliti tre controllori, uno per porta. Durante i controlli, in fondo, hanno trovato un ragazzo che non aveva timbrato il biglietto e che, alla domanda reiterata, hai i documenti? Sei clandestino?, rispondeva, No c’è documenti. Alla fine della discussione, nella quale il ragazzo aveva saputo rispondere che era vero che era clandestino, ma che non aveva ucciso nessuno, un signore seduto davanti a me, che aveva seguito con attenzione tutta la scena, ha chiosato pensando ad alta voce: i sé tuti uguai.
Secondo la teoria della categorizzazione di sé di Turner, l’identità sociale si definisce in funzione dei gruppi ai quali si appartiene, o si sente di appartenere (noi), e dei gruppi che si percepiscono come estranei (altri). La valutazione per la quale ci si considera inseriti o meno in un gruppo, in una categoria, si basa sui prototipi, ovvero “schemi cognitivi caratterizzati dalla tendenza per un verso a minimizzare il numero e l’intensità delle differenze relative alle caratteristiche attribuite ai componenti di un gruppo, per l’altro a massimizzare le differenze tra i gruppi”[1]. Se ciò è valido in ogni tipo di situazione, lo è tanto di più all’aumentare della salienza del gruppo in questione. Se prendiamo come esempio la categoria sociale dei criminali, o meglio ancora, dei detenuti, ovvero di persone che nelle loro vite hanno fatto azioni che si considerano ascrivibili al principio di male (nella nostra cultura è forte il legame fra ciò che è male e ciò che è illegale), rispetto al quale, per comodità, preferiamo sentirci completamente estranei, e che vivono in strutture apposite, situate fuori dalle città e separate dalla cosiddetta società civile[2], è facile che si attivi l’immagine di persone differenti da noi, sia sul piano morale, quanto addirittura, sul piano fisico.
Da quasi vent’anni a questa parte, indicativamente dalle prime immagini trasmesse e pubblicate da tv e giornali dell’arrivo dei barconi stracolmi di persone dall’Albania, dal momento in cui partiti politici e giornalisti hanno iniziato ad utilizzare termini come “orda”, o “invasione”, oppure slogan elettorali quali “Un voto in più alla Lega, un albanese in meno a Milano”[3], oppure “Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono nelle riserve”, con riferimento alla storia degli indiani dell’America del nord, da quel momento, anche la categoria di clandestino, legalmente definita solo dalla violazione di una norma amministrativa sull’ingresso in Europa, è entrata di diritto a far parte delle categorie stigmatizzanti: categorie i cui appartenenti sono riconosciuti, sono narrati e mai narranti, sono osservati nei loro comportamenti in maniera microscopica, e sono definiti dalle peculiarità che caratterizzano le rispettive categorie di riferimento[4].
In questo processo di costruzione sociale del clandestino, si possono individuare due momenti fondamentali:
- All’inizio dell’agosto del 1991, arriva dall’Albania a Bari una grande nave pienissima di persone, la cui immagine fa il giro del mondo, e diviene un problema di ordine pubblico al quale si deve dare risposta. Nella fattispecie, la risposta è stata questa: “gli albanesi vengono dirottati nello stadio di Bari (con la promessa di soggiorno e lavoro), dove resteranno circa una settimana, privi di servizi igienici, bagnati dagli idranti della polizia e riforniti di cibo dagli elicotteri. Lo stadio è circondato dalle forze dell’ordine e visitato da cittadini italiani che portano i figli a <vedere gli albanesi>”[5]. Da quel momento, si può dire che sia stata fatta passare l’idea che di fronte all’arrivo dei clandestini, è normale un periodo di reclusione che, se sul piano dell’amministrazione, viene giustificato dalla necessità identificazione degli stessi, sul piano del significato sociale, ma anche per quanto riguarda quello che è il trattamento verso i reclusi, non ha nulla di diverso rispetto alla detenzione carceraria. In questo modo, i clandestini si trovano detenuti senza reato, ma comunque colpevoli di fronte alla società civile;
- A livello mediatico, il clandestino è rappresentato in un legame sempre più stretto con la criminalità. Giorno dopo giorno, si è arrivati a far diventare un implicito culturale, il collegamento fra clandestinità e reati, in particolare quelli di allarme sociale (spaccio, prostituzione, furti, stupri…). Grazie a ciò, ora non è più possibile parlare di immigrazione al di fuori di un discorso che la ponga come un problema da risolvere, in quanto essa è diventata la rappresentazione elettiva della devianza sociale[6]. Questo assunto ha permesso quindi lo spostamento della condizione stessa di clandestinità, da violazione di una norma amministrativa, a reato penalmente punibile, quindi lo spostamento della categoria clandestino, sotto il grande ombrello della categoria detenuto, o criminale, quindi sotto l’ombrello delle categorie che, nella nostra società, rappresentano le persone che commettono il male.
In questo modo, si è venuta a creare la tautologica[7] categoria sociale di clandestino, che, definita da un prototipo che prende le caratteristiche da altre categorie negative (detenuto, zingaro, terrorista…), rafforzata dall’attenzione puntata e gridata su ogni comportamento deviante messo in atto da qualcuno che vi appartiene e prontamente generalizzato a tutta la categoria, legittima ogni tipo di azione nei confronti di chi vi è inserito, perché tanto, sono tutti uguali.
Alessandro Busi
[1] A. Zamperini, I. Testoni, Psicologia Sociale, Einaudi Torino, 2002, pp. 290-291.
[2] Considero la società civile come un’aggregazione di cittadini conviventi in uno Stato, rispetto al quale possono discutere e influire. Sono estranee a questa quelle categorie di persone come i detenuti, molti dei quali non hanno diritto di voto (art. 29 del codice penale), e clandestini, ovvero individui che legalmente parlando, non esistono (“nonostante la vostra parola che mi designa in quanto illegale, io esisto”, M. Rovelli, Servi, Feltrinelli Milano, 2009, p. 20).
[3] A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli Milano, 2004, p. 127.
[4] G. P. Turchi (a cura di), Tossicodipendenza. Generare il cambiamento tra mutamento di paradigma ed effetti pragmatici, Upsel Domenghini editore Padova, 2002, pp. 48-74.
[5] A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli Milano, 2004, p. 184.
[6] A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli Milano, 2004, pp. 63-104.
[7] La tautologia, vera in quanto tale, sta proprio nel considerare il clandestino come un criminale in quanto clandestino.
Intervista doppia
22 settembre 2009
Intervista doppia
Nome?
Luciana
Adina
Cognome?
Tocan
Salah
Quanti anni hai?
32
32
Da dove vieni?
Padova
Casablanca, in Marocco
Da quanti anni sei in Italia?
Da sempre
Da tre anni, siamo arrivati tre anni fa io e mio marito dal Marocco.
Che lavoro fai?
Casalinga, Luigi non voleva assolutamente che lavorassi, dice che dovevo stare con i bambini, diceva.
La badante, tengo una signora anziana che non può muoversi. Le do da mangiare, sistemo casa, faccio tutte le cose, insomma.
Tuo marito come si chiamava?
Luigi, Luigi Carino
Abdul Massoud
Quando vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti dodici anni fa, quando lui era a Padova a fare il militare, poi ci siamo sposati sei anni fa.
Ci siamo conosciuti alle scuole superiori, lui era un anno sopra di me. Poi ci siamo sposati quattro anni fa, un anno prima di venire in Italia.
Che lavoro faceva tuo marito?
Luigi era sottufficiale maresciallo ordinario dell’esercito, da un paio d’anni e faceva le missioni all’estero.
Abdul era ingegnere, ma in Italia faceva il muratore. Lui usciva la mattina e sempre mi diceva, speriamo bene, e poi andava nella piazza dove passano a prenderli e andava nei cantieri qui intorno.
Perché tuo marito faceva quel lavoro?
Per tanti motivi. Un po’ per i soldi, un po’ perché da dove veniva lui, l’esercito è l’unico lavoro, un po’ perché amava la sua nazione, si sentiva italiano ed era fiero di esserlo.
Come perché? Per mangiare e perché, se sei clandestino, non ti danno un lavoro migliore. Se sei clandestino sei come uno schiavo, non hai diritti.
Come è morto tuo marito?
Luigi è morto in Afghanistan, durante la missione di pace. Era dentro nel furgone blindato, che quando lo sentivo mi diceva sempre che era il più sicuro del mondo, ed è esploso in un attentato.
Abdul è morto con la testa rotta caduto da un ponteggio, sono sicura. Loro lo facevano lavorare senza casco e niente. Poi quel giorno pioveva e era tardi, erano tante ore che lavorava. Però, ufficialmente, l’hanno trovato su un marciapiedi con la testa rotta, lasciato così, come un cane.
Come hai saputo della morte di tuo marito?
Io avevo visto che c’era stato un attentato e guardavo la tv. Mi sentivo come in un incubo. L’unica cosa che speravo era che non suonasse il telefono, quasi volevo staccarlo. Poi, dopo mezz’oretta, squilla e già sapevo, infatti, era il capo di stato maggiore che mi ha detto quello che doveva.
Ho visto che non tornava più a casa. Avevo sempre paura che potesse succedergli qualcosa e quella sera, alle nove, sono andata da Hamir, un altro ragazzo che lavorava spesso con lui e mi ha detto. Mi ha detto che era caduto dall’impalcatura e che il capo gli aveva ordinato di portarlo fuori dal cantiere. Poi hanno chiamato l’ambulanza che l’hanno portato via . Allora sono andata in ospedale, ancora non sapevo che era morto, ma era come che lo sapevo. In ospedale non volevano farmelo vedere perché non c’erano documenti che era mio marito, poi è stata un’infermiera che me lo ha detto.
Che tipo di trattamento hai avuto dopo la morte di tuo marito?
A lui e agli altri cinque soldati morti con lui, hanno fatto i funerali di Stato, come meritava. Devo dire che ho trovato molta solidarietà, sia dalle persone, sia dalle istituzioni. Molta.
In ospedale mi hanno interrogato, per sapere chi era mio marito e chi ero io. Poi hanno visto che eravamo clandestini e basta. Mi hanno detto che non poteva essere vero che era morto in cantiere, perché tutti gli operai avevano detto che non l’avevano mai visto prima. Io ho detto che non sapevo e basta, che non sapevo più niente.
Cosa speri per il tuo futuro?
Cosa vuole che speri? Spero che le promesse di sostegno diventino vere e che questa solidarietà non finisca. Spero solo questo, che la nazione per cui Luigi ha dato la vita, non si dimentichi di noi. Solo questo, perché, per il resto ho solo il mio dolore da vivere, che è immenso.
Non spero niente. Niente. So solo che verrò mandata via dall’Italia e non vedo l’ora, è stato l’errore più grande venire qui. Là stavamo male, ma qui eravamo bestie senza diritti. Non spero niente, tanta solitudine e dolore, ma di speranza proprio, zero.
Alessandro Busi

