Pubblico un articolo riguardo al No B Day, che è stato pubblicato martedì 1/12 sul foglio autonomo di Verona Pagina 13

No B Day:

un asino che si morde la coda.

Alla fine ci siamo arrivati. Sembrava non dovessimo arrivarci mai, invece ci siamo. Sabato 5 dicembre ci sarà la manifestazione NO B DAY e sempre più spesso, mi trovo nell’imbarazzante situazione che ora racconto.

Aperitivo: si parla del più e del meno: inevitabilmente si finisce a parlare di politica: si prova a discutere di varie cose, poi arriva la domanda/ingiunzione.

Beh, allora tutti al NO B DAY?!

Io, non so che rispondere. Da come posta dal mio interlocutore sembra che il NO B DAY sia l’unica alternativa alla poltica sfascia-società dell’attuale governo. Eppure io non la penso per nulla così. Allora mi chiedo, che fare? Bevo un goccio di spritz e sorrido. Tento di eludere la domanda con altrettante domande del tipo, tu vai?, oppure, ma sai se pioverà a Roma sabato?, ma poi mi tocca rispondere. Mi tocca dire come la penso e mi tocca correre il rischio di vedere l’altro che arriccia il naso, mi guarda con sospetto e nel frattempo pensa con disprezzo: questo è del PD.

No, dico, non verrò al NO B DAY, perché penso che sia una cazzata.

A questo punto, però, bisogna spiegare.

Personalmente, non parteciperò a questa manifestazione per varie ragioni. Innanzitutto, credo che dietro a questa impalcatura, tenuta in piedi dall’antiberlusconismo, si nasconde la pochezza di pensiero assassina della sinistra italiana. Nel momento in cui, ci si unisce contro un nemico comune, il quale, non è nemmeno un’idea, ma una persona, significa che i contenuti politici sono svaniti. Non per niente, anzi, è proprio emblematico di ciò, il partito più in vista in questo compito è l’Italia dei Valori, ovvero un partito propugnatore di un giustizialismo che nemmeno AN dei tempi d’oro. Secondo, ritengo che si debba iniziare a fare un’analisi discorsiva di ciò di cui si parla. Sia che si dica, io amo Silvio Berlusconi, sia che si dica, io odio Silvio Berlusconi, alla fine si giunge al medesimo risultato: io parlo di Silvio Berlusconi. Questo modo di fare politica, incentrato sulle persone e non sulle azioni del governo, questo tipo di politica più interessato a fatti giudiziari e matrimoniali del singolo, che non a ciò che il governo fa, è fallimentare in partenza, in quanto, alla fine, fa ruotare tutto attorno ad una sola persona e ciò che questa fa. In questo modo, però, non arriva ad altri risultati se non la costruzione di una realtà nella quale l’unica domanda, quella che definisce l’identità politica di una persona è se questa sia a favore o contro Silvio Berlusconi. Ovviamente, tutto ciò genera un circolo vizioso con il punto uno, facendo diventare l’opposizione – parlamentare e non – come un asino con la carota attaccata alla coda: ruota continuamente su se stesso, senza mai riuscire a prenderla.

Per queste ragioni, quindi, non parteciperò al NO B DAY, perché la ritengo una parata priva di contenuti, che non fa altro che andare a nascondere gli immensi problemi della nostra società: respingimenti, carceri sovraffollate, precariato, mancanza di fondi welfare, privatizzazione dell’acqua,…e come si dice, la lista può continuare a lungo.

Alessandro Busi

Riflessioni quattro punto zero: Palmiro Togliatti (Genova 26-3-1893 – Jalta 21-08-1962)

Personalmente io devo dire che non sono un passatista. Cioè, tipo, uno di quelli che dice, ah, èh, una volta era meglio perché i bambini usavano giocattoli più sani, oppure, èh, la politica ai miei tempi sì che era politica,  mica come adesso, caro mio.

No, io, in questa nostalgia del tipo tutto è perduto, non mi ci ritrovo proprio. Anzi, a dirla tutta, ancora, ancora, posso capirla da mio nonno, che mi racconta di Nenni e gli si illuminano gli occhi. E la capisco, e un po’ me la metto via e mi dico che ha ottantotto anni e va bene così. Ma la cosa che reggo meno sono proprio quelli che sembra che siano cambiate le ere glaciali dal Sega Mega Drive alla Play Station, e azzardano ricordi di giovinezze da buon selvaggio, perché, al posto dei telefilm di Hannah Montana guardavano i Power Ranger che, quelli originali erano fighi e sani, mica quelli di adesso, e poi, chissà come cresceranno questi ragazzini con il mito delle magre fin da piccoli che adesso anche a dodici anni vogliono fare i grandi e poi c’è quel problema del bullismo che dice una mia amica psicologa che dipende dalle mamme che infatti ci sono così tanti divorzi, mamma mia che futuro!

Ecco, per chiudere, io, tutta questa accozzaglia di luoghi comuni e nostalgia la schifo e credo sia dannosa, come il vintage e gli otto miliardi di libri sul ’68 che sono usciti nel 2008, che io ho festeggiato il doppio nel capodanno per entrare nel 2009, perché tra 2007 (trent’anni dal ’77) e 2008 (quarant’anni dal ’68), non ne potevo veramente più.

Insomma, questa è la premessa. Ora bisogna vedere di contraddirla.

No, dai, scherzo.

Quello per cui ho fatto questa premessa, è che c’è un personaggio politico che a me piace molto, che è Palmiro Togliatti. Anche il mio pesce rosso si chiama Palmiro Togliatti. Per me Togliatti è un personaggio assurdo, uno che credo che nessuno lo abbia mai capito e anche questa cosa è figa. Uno che cenava con Stalin e che in Italia si batteva contro la pena di morte. Uno che, dopo che gli hanno sparato nel ‘48, dice alla sua compagna Nilde Iotti di raccomandarsi che le sezioni del partito non facciano niente, perché lo sapeva bene che avrebbe potuto far scoppiare una guerra civile. Un’altra dopo quella conclusasi appena tre anni prima. Uno che, da segretario del P.C.I., ha il coraggio di fare un’amnistia con cui fa uscire dal carcere anche (e sottolineo anche) i fascisti che avevano collaborato con il nemico prima dell’8 settembre ’43 al sud e prima dell’occupazione militare degli Alleati al centro e al nord.

Ecco, per me, uno che fa una cosa del genere, non può che piacermi.

Detto tutto questo però, il punto è che l’altro giorno, il 21 agosto, era l’anniversario della sua morte e io non ho visto nemmeno un servizio al tg per ricordalo. Io avrei voluto scrivere due righe ma ero ancora in fase di blocco e allora le sto scrivendo adesso. Quel giorno però, io e Palmiro, il pesce, e Serena, ci siamo guardati un po’ di vecchi video di Togliatti e uno mi è piaciuto molto. Era una tribuna politica in cui, Mangione, un giornalista del giornale “La giustizia”, gli spara un paio di domande sul suo appoggio alla repressione della rivolta ungherese, alle quali lui risponde, anche acidamente, ma sempre senza sbraitismi da subrette offesa. E allora, sempre senza passatismi, però ho pensato che un po’ mi piacerebbe tornare a vedere scene di quel tipo.

Mi piacerebbe sentire un giornalista che inchioda Di Pietro al fatto di essere un uomo di destra che guida un partito di destra, senza che lui se ne andasse indispettito;

mi piacerebbe sentire qualcuno che, analizzando le anime del P.D. avesse la voglia di interrogarli sulla loro costruzione identitaria, dato che uno psichiatra di stampo determinista non avrebbe nessunissima esitazione a definirli schizofrenici;

mi piacerebbe che a Fini venisse chiesto perché era a Bolzaneto a complimentarsi con gli agenti che stavano facendo violenze di ogni tipo sui manifestanti arrestati e se dovremmo veramente credere a questa sua svolta democratica;

mi piacerebbe che a Maroni venisse chiesto quanto ancora andrà avanti con questa balla immensa delle espulsioni, che lo sa benissimo che è un puro slogan elettorale, dato che per espellere una persona bisogna identificarla e non è così semplice di fronte a chi si presenta con la condizione di apolide: allora Maroni, cosa si fa?, mi piacerebbe che si chiedesse, accettiamo l’errore? Accettiamo di mandare un marocchino in Tunisia, o un nigeriano in Senegal, Maroni?

Insomma, sono tante le domande che mi piacerebbe venissero rivolte ai nostri politici, uscendo dal gioco dello snappamento nella loro vita da letto, rispetto alla quale, sinceramente, meno so, meglio sto.

Alessandro Bus

Lakoff: e se Di Pietro fosse un infiltrato?

C’è uno studioso di linguistica statunitense, di origini – se non sbaglio – polacche, che si chiama Lakoff, anche se, essendo polacco solo di origini, ma vivendo negli Stati Uniti, tutti lo chiamano Leikoff. A parte le questioni sul suo cognome, però, la cosa importante sua di lui, è che ha scritto un  libro – lui ha scritto tanti libri, ma uno è proprio importante – che si intitola, Non pensare all’elefante. In soldoni, quello che lui dice in questo libro è: se io prendo uno e gli dico di non pensare ad un elefante, la prima cosa che gli viene in mente è proprio un elefante. Fondamentalmente, mette in evidenza, attraverso uno di quei categorici assurdi – tipo sii spontaneo –che la negazione sottolinea sempre l’idea che viene negata.

L’Italia dei valori è un partito con un programma piuttosto esile, che basa ogni sua azione su due punti cardine: il giustizialismo e l’antiberlusconismo. Rispetto al primo, c’è poco da dire. Il modo con cui viene affrontato il tema della giustizia da questo partito, non è altro che la riproposizione della logica reato-galera, senza alcuna riflessione riguardo alle attuali crisi e fallimento del sistema penale/penitenziario. Ma di questo, non mi curo, adesso. Adesso mi piacerebbe, invece, porre l’attenzione sull’altro punto, sull’antiberlusconismo. Molto spesso, potrei dire sempre, le argomentazioni più presenti negli incontri pubblici a cui partecipano gli esponenti di questo partito, sono piene di invettive contro Berlusconi, il quale, non solo è onnipresente, ma è l’unico soggetto della frase: Berlusconi è un ladro, Berlusconi è pedofilo, Berlusconi è…. In questo senso, si può dire che, sentendo tanti dibattiti politici in cui sono presenti esponenti dell’IdV, sembra che la politica italiana sia una sorta di sistema solare, in cui il sole è, appunto, Berlusconi, e dove i pianeti, prendono luce da lui, o nel criticarlo, o nell’osannarlo.

Stamattina mi sono svegliato presto. Inizia a fare caldo, quindi si dorme meno, ma, almeno a me, non dà fastidio. Stamattina, dicevo, stamattina mi sono svegliato presto, così mi sono alzato e, per non disturbare Serena, sono andato in cucina. Ho messo il caffè sul fuoco e mi sono seduto a leggere La storia falsa di Luciano Canfora, un libro interessante sui falsi che hanno giustificato grandi cose nella storia del mondo. Tipo, per esempio, lo studioso pugliese racconta del testamento di Lenin, che, tagliato della sua ultima parte in cui diceva di stare assolutamente attenti a Stalin, fu estremamente utile allo stesso Stalin per cacciare via Trotskij e rinforzare il proprio potere.

Che robe, però, mi sono detto, per il potere si farebbe di tutto.

E allora niente, ero lì che riflettevo e, mentre mi versavo il caffè mi è venuto in mente Di Pietro. Ho avuto una specie di flash, di visione.

E se Di Pietro fosse un infiltrato della destra?, mi sono detto, se fosse uno di quei falsi nei quali leggeremo in La storia falsa 2, o 3??

Allora ho iniziato a pensarci. All’inizio ho pensato che no, che era una roba troppo super, per uno che parla come lui.

Ma figurati se uno che non piglia un congiuntivo nemmeno a tirarglielo addosso, riesce a fare l’infiltrato, ho pensato.

Poi, però, ho pensato anche che, proprio questo suo modo di parlare sgrammaticato, un po’ da bar di paese, potrebbe non essere figlio di una sua ignoranza, ma piuttosto di lunghi studi di linguistica e retorica.

Ma allora, mi sono detto, allora, se lui ha studiato roba di linguistica e simili, di sicuro conosce Lakoff. E poi ancora, e se conosce Lakoff, allora conosce anche la teoria dell’elefante, e se conosce la teoria…

Il taralluccio che avevo nel caffè, l’ho letteralmente torturato: distrutto, spappolato.

Il punto è che se lui conosce Lakoff, allora lo sa benissimo che, dire ad una nazione, non pensate a Berlusconi, è molto più forte che dire pensate a Berlusconi.

Cazzo! Incredibile, mi sono detto, assurdo, ho pensato, possibile che Di Pietro sia un infiltrato della destra?

Poi ho finito il caffè e ho messo la tazzina sotto l’acqua. Ho ripreso il libro e ho ricominciato a leggere.

Alessandro Busi

Ps: A scanso di equivoci, ci terrei a specificare che avrei tranquillamente potuto prendere altri oltre a Di Pietro. Prendiamo l’esempio di Veltroni, ovvero colui che ha sdoganato il fatto di chiamare Berlusconi con il Lui, manco fosse dio in terra! La scelta di Di Pietro, però, è dovuta al fatto che, da un lato il suo partito non ha un programma di sinistra, dall’altro che lui ed i suoi sono i massimi esponenti di questo gioco controproducnte, di questo harakiri perpetuo della “sinistra”.

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