Il giorno che ripresi a scrivere: Vieni via con il pensiero omologato.
Un giorno smisi di scrivere. Senza Ragione, solo non mi veniva più bene. Poi, un altro giorno, ripresi a scrivere. Caso vuole, che proprio quel giorno, mentre facevo colazione, abbia sentito prima l’intervento di Fini e poi quello di Bersani nella trasmissione Vieni via con me.
Essendo due splendidi esempi di comunicazione, ora potrei provare ad analizzarli, anche per far vedere come Fini vinca dieci a zero sull’avversario, ma non è qui che voglio arrivare. Credo infatti che questo compito sia piuttosto semplice:
- Fini: parla in maniera diretta e personalizzata, parte dalle basi note della destra (es. nazione ed esercito), utilizzando come esempio il tema dell’arte (caro a molti dopo il caso Pompei) per finire con la meritocrazia come alternativa al precariato. Il suo discorso è fortemente contestualizzato, non per niente parla di antimafia di fronte ad un pubblico, quello di Saviano, quanto mai sensibile a questo tema. Utilizza la parola anarchia, costrutto negativo per i più, legandola ad arroganza e furbizia, ovvero costruisce il legame tra l’anarchia e Berlusconi. Chiude ponendo l’accento sull’uguaglianza dei diritti e sulla necessità di valorizzare quanto gli italiani siano buoni, bravi e belli per natura.
- Bersani: a dire il vero, sul discorso di Bersani (scialbo, decontestualizzato, senza idee né identità, moralmente elitario, pieno di diktat, esposto in maniera dimessa, chiuso nel peggiore dei modi possibili, ovvero senza chiusura) ho veramente poco da dire, se non fare una dedica speciale al filosofo rumeno Emile Cioran. Caro Emile, gli scriverei se fosse vivo, siccome tu dicevi “Un uomo politico che non dia qualche segno di rimbambimento mi fa paura”1, mi piacerebbe tanto farti conoscere il segretario di un partito italiano di nome Pierluigi Bersani, con lui infatti non avresti il benché minimo sentore di questa paura.
Come dicevo prima, però, non è qui che voglio arrivare. Allo stesso modo, non mi interessa nemmeno mettere in crisi i discorsi proposti dai due, per esempio, ponendo il problema del perché il democratico Fini non si sia ancora sognato di spiegare cosa ci facesse alla caserma Bolzaneto, o di mettere in discussione il suo pieno appoggio alla polizia durante il G8 del 2001; oppure, per esempio, ponendo la questione del perché Bersani sia stato scelto come portavoce della sinistra, o anche ponendo la questione che, se i discorsi non se li scrive da solo, allora ci deve essere qualcuno di molto poco intelligente in questo compito (che sia lo stesso che si occupa della grafica dei manifesti del PD?!). Ok, lo so che non ho provato a mettere in crisi la costruzione di Bersani, ma credo fosse già autoimplosa durante la sua stessa esposizione.
Ribadisco, però, non è nemmeno qui che voglio arrivare, anche se un pezzettino del mio intento già l’ho anticipato ed è: chi ha scelto quei due?
La questione della scelta, secondo me, è centrale per capire il vuoto di pensiero che sottosta, non agli interventi singoli, ma all’impostazione data alla trasmissione in questione (in questo caso), che, però, ben rappresenta la più generale situazione italiana. Chiaramente, molti mi potrebbero dire: ma se tra gli autori c’è Michele Serra, uno che ha saputo analizzare le contestazioni a Bonanni portando avanti la tesi che, se contesti, allora il potere gongola, cosa ti aspetti?
Anche questo è vero, mi vien da dire, però, siccome sembra che Vieni via con me sia diventata la trasmissione che ci guiderà fuori dal berlusconismo, anche se personalmente sento una gran puzza di 8 settembre, mi pare importante evidenziare l’interessante meccanismo di costruzione che vi ho rilevato.
Come dicevo, le serate della coppia Fazio-Saviano vengono vendute e da molti vissute come le serate dell’opposizione, quelle in cui nessun berlusconofilo, o bossofilo, potrà mai mettere piede. Proprio questa sua peculiarità, quindi, comporta che la scelta degli ospiti politici sia particolarmente mirata.
Per questa ragione, il fatto che siano stati fatti portavoce di destra e sinistra rispettivamente Fini e Bersani è emblematica, in quanto, l’idea di fondo era proprio quella di escludere Berlusconi dalle possibilità di scelta. L’implicito forte che vedo sottostare è questo: Berlusconi è il male, quindi al di là di destra e sinistra, tutti possiamo unirci per sconfiggerlo.
Questo pensiero antiberlusconistico, però, ha due effetti:
- calcare la mano sul Silvio-centrismo, in quanto, per lui o contro di lui, tutto ruota attorno a lui;
- generare uno stato di soffusa euforia da fine impero, un tiepido entusiasmo da l’unione fa la forza, che porta ad un pensiero massimalista che, per il Grande Obiettivo, accantona le differenze, qualsiasi esse siano. Psicologicamente, si genera un effetto ingroup-outgroug che annulla le differenze interne (siamo nello stesso gruppo–>siamo tutti uguali), inasprendo quelle esterne (solo loro sono diversi).
Il frutto politico di questo gioco è che Fini venga visto come un compagno (come si può vedere, per esempio, dalle interviste fatte da L’Unità il giorno seguentehttp://video.unita.it/media/Politica/Cittadini_e_politici_su_Fini_e_Bersani_da_Fazio_1935.html), al pari di Bersani, Vendola, Di Pietro e tutti coloro che stanno contro Berlusconi e che si proceda a passi spediti verso una forma di pensiero unico, dettato da un presunto buon senso comune al quale tutti possiamo fare riferimento per capire ciò che è bene e ciò che è male. In questo modo, quindi, si va a costruire l’opinione che ci possa essere un Modo, con la emme maiuscola, per fare bene politica, per fare ciò di cui le persone hanno bisogno.
Di fronte a questo, però, non posso che chiedermi: e se ci fosse chi, sentendosi dotato di un altrettanto rispettabile buon senso, non fosse d’accordo con il bene deciso dai più, o magari con il percorso intrapreso per raggiungerlo? Se ci fosse, per esempio, chi sostiene che il giustizialismo non è una scelta da perseguire, che fine farebbe? Lo si additerebbe come un traditore? Lo si demolirebbe con la personalizzazione dello scontro (es. se non sei giustizialista, allora avrai sicuramente qualche magagnella da non far scoprire)? Oppure si andrebbe su metodi più all’antica, magari, bastonandolo come a Genova? Oppure, più semplicemente ancora, gli si toglierebbe la voce, etichettandolo – che so – come anarchico (alias violento, alias estremista, alias utopista), e quindi non degno di essere ascoltato?
Personalmente, vedo in questo tentativo di agglomerare le opinioni politiche in un unico calderone, il rischio di un’ipersemplificazione dei ragionamenti che, per forza di cose, non può che portare al rifiuto delle posizioni estranee al suo insieme e alla costruzione di muri logici bene-male che non lasciano una possibilità altra se non il rinchiudervisi dentro. Non lasciano altra possibilità che venire via, venire via con il pensiero un po’ più omologato.
Alessandro Busi
1E. Cioran (1952, trad.it 1993), Sillogismi sull’amarezza, Adelphi Milano, P. 108
Riflessioni quattro punto zero: Palmiro Togliatti (Genova 26-3-1893 – Jalta 21-08-1962)
10 settembre 2009
Riflessioni quattro punto zero: Palmiro Togliatti (Genova 26-3-1893 – Jalta 21-08-1962)
Personalmente io devo dire che non sono un passatista. Cioè, tipo, uno di quelli che dice, ah, èh, una volta era meglio perché i bambini usavano giocattoli più sani, oppure, èh, la politica ai miei tempi sì che era politica, mica come adesso, caro mio.
No, io, in questa nostalgia del tipo tutto è perduto, non mi ci ritrovo proprio. Anzi, a dirla tutta, ancora, ancora, posso capirla da mio nonno, che mi racconta di Nenni e gli si illuminano gli occhi. E la capisco, e un po’ me la metto via e mi dico che ha ottantotto anni e va bene così. Ma la cosa che reggo meno sono proprio quelli che sembra che siano cambiate le ere glaciali dal Sega Mega Drive alla Play Station, e azzardano ricordi di giovinezze da buon selvaggio, perché, al posto dei telefilm di Hannah Montana guardavano i Power Ranger che, quelli originali erano fighi e sani, mica quelli di adesso, e poi, chissà come cresceranno questi ragazzini con il mito delle magre fin da piccoli che adesso anche a dodici anni vogliono fare i grandi e poi c’è quel problema del bullismo che dice una mia amica psicologa che dipende dalle mamme che infatti ci sono così tanti divorzi, mamma mia che futuro!
Ecco, per chiudere, io, tutta questa accozzaglia di luoghi comuni e nostalgia la schifo e credo sia dannosa, come il vintage e gli otto miliardi di libri sul ’68 che sono usciti nel 2008, che io ho festeggiato il doppio nel capodanno per entrare nel 2009, perché tra 2007 (trent’anni dal ’77) e 2008 (quarant’anni dal ’68), non ne potevo veramente più.
Insomma, questa è la premessa. Ora bisogna vedere di contraddirla.
No, dai, scherzo.
Quello per cui ho fatto questa premessa, è che c’è un personaggio politico che a me piace molto, che è Palmiro Togliatti. Anche il mio pesce rosso si chiama Palmiro Togliatti. Per me Togliatti è un personaggio assurdo, uno che credo che nessuno lo abbia mai capito e anche questa cosa è figa. Uno che cenava con Stalin e che in Italia si batteva contro la pena di morte. Uno che, dopo che gli hanno sparato nel ‘48, dice alla sua compagna Nilde Iotti di raccomandarsi che le sezioni del partito non facciano niente, perché lo sapeva bene che avrebbe potuto far scoppiare una guerra civile. Un’altra dopo quella conclusasi appena tre anni prima. Uno che, da segretario del P.C.I., ha il coraggio di fare un’amnistia con cui fa uscire dal carcere anche (e sottolineo anche) i fascisti che avevano collaborato con il nemico prima dell’8 settembre ’43 al sud e prima dell’occupazione militare degli Alleati al centro e al nord.
Ecco, per me, uno che fa una cosa del genere, non può che piacermi.
Detto tutto questo però, il punto è che l’altro giorno, il 21 agosto, era l’anniversario della sua morte e io non ho visto nemmeno un servizio al tg per ricordalo. Io avrei voluto scrivere due righe ma ero ancora in fase di blocco e allora le sto scrivendo adesso. Quel giorno però, io e Palmiro, il pesce, e Serena, ci siamo guardati un po’ di vecchi video di Togliatti e uno mi è piaciuto molto. Era una tribuna politica in cui, Mangione, un giornalista del giornale “La giustizia”, gli spara un paio di domande sul suo appoggio alla repressione della rivolta ungherese, alle quali lui risponde, anche acidamente, ma sempre senza sbraitismi da subrette offesa. E allora, sempre senza passatismi, però ho pensato che un po’ mi piacerebbe tornare a vedere scene di quel tipo.
Mi piacerebbe sentire un giornalista che inchioda Di Pietro al fatto di essere un uomo di destra che guida un partito di destra, senza che lui se ne andasse indispettito;
mi piacerebbe sentire qualcuno che, analizzando le anime del P.D. avesse la voglia di interrogarli sulla loro costruzione identitaria, dato che uno psichiatra di stampo determinista non avrebbe nessunissima esitazione a definirli schizofrenici;
mi piacerebbe che a Fini venisse chiesto perché era a Bolzaneto a complimentarsi con gli agenti che stavano facendo violenze di ogni tipo sui manifestanti arrestati e se dovremmo veramente credere a questa sua svolta democratica;
mi piacerebbe che a Maroni venisse chiesto quanto ancora andrà avanti con questa balla immensa delle espulsioni, che lo sa benissimo che è un puro slogan elettorale, dato che per espellere una persona bisogna identificarla e non è così semplice di fronte a chi si presenta con la condizione di apolide: allora Maroni, cosa si fa?, mi piacerebbe che si chiedesse, accettiamo l’errore? Accettiamo di mandare un marocchino in Tunisia, o un nigeriano in Senegal, Maroni?
Insomma, sono tante le domande che mi piacerebbe venissero rivolte ai nostri politici, uscendo dal gioco dello snappamento nella loro vita da letto, rispetto alla quale, sinceramente, meno so, meglio sto.
Alessandro Bus

