Ho scritto queste righe perché non mi sono mai tanto piaciute le petizioni in quanto spesso veicolano ragionamenti semplici, manichei e massivi. Anche in questi giorni ho avuto la stessa sensazione, per quanto l’idea di togliere beni ai preti sia sempre allettante.

Vivremo tutti felici e contenti.

Quando lavoravo in carcere, ricevetti un insegnamento d’oro da un detenuto che mi spiegò come fare a fare dei reati senza farsi beccare. Ora, chiaramente, mi si potrà obiettare che lui non era stato mica tanto bravo a non farsi beccare, dato che l’avevo conosciuto in carcere, però è anche vero che lui l’avevano beccato dopo un bel po’ di tempo, quindi, la sua tecnica, comunque, aveva una sua ragion d’essere. Il succo del suo consiglio è riassumibile così: se vuoi fare un reato fanne due. Uno piccolo e palese da dare alla polizia, così da nascondere ai loro occhi l’altro, quello grande.

In questi giorni, su Facebook, ma non solo, si susseguono le petizioni (Es. quella lanciata da Micromega) e gli appelli accorati per far pagare l’ici alla chiesa cattolica. Detto in termini molto semplici, l’impressione che ho è che Monti potrebbe aver seguito il consiglio che mi aveva dato quel detenuto in carcere: ha dato in pasto alla gente un “reato” semplice e palese – non far pagare l’ici alla chiesa cattolica -, per far sì che le persone si concentrassero su questo, senza andare a scandagliare il “reato” grande, quello vero e proprio, ovvero il mantenimento della disuguaglianza sociale del nostro paese che, non solo non viene alleviata, ma sarà inasprita.

Inoltre, credo che la chiesa sia una di quelle istituzioni con le spalle abbastanza larghe da saper e voler fare da parafulmine sociale. Intendo dire che la chiesa è una di quelle realtà istituzionali solide e autoreferenziali (una religione non può che essere un sistema chiuso) che sanno sopportare il peso di critiche esterne che non fanno altro che rafforzare le posizioni di chi ci sta dentro e chi ci sta fuori.

In questo senso, quindi, mi dà l’idea che le petizioni non abbiano altri effetti oltre a quelli di:

  • far sentire meglio noi di sinistra, ché andare contro la chiesa rafforza la nostra identità politica e, un domani, potremo dire “ehi, guarda che io ho combattuto contro la finanziaria di quel porco capitalista di Monti, ho firmato pure le petizioni contro i preti, io”;

  • far sentire meglio la chiesa, che a vedersi contestata dagli anticlericali si sente riconosciuta come potere presente nella società;

  • far sentire meglio Monti, che sa di governare un popolo che è convinto di aver scovato il suo “reato”, di stare combattendo attivamente, mentre non si rende conto di essere la rotella che tiene in piedi il sistema tutto.

Ma a guardar bene forse va bene così, alla fine tutti ci guadagnano in gioie personali quindi, come nelle migliori favole: vivremo tutti felici e contenti.

Alessandro Busi

Quello che segue è un mio racconto presente nul numero XVI della rivista letteraria Argo, id: la materia che amava chiamarsi umana.

La copertina di Argo XVI

Colloquio di lavoro

1

Michele era seduto nella sala d’attesa. Con le mani si torturava la barba. L’orologio digitale sulla parete indicava le dieci e tredici minuti.

È mezz’ora che aspetto, pensò.

Improvvisamente, una voce anziana di donna avvertì dall’altoparlante che il signor Rossi poteva entrare nell’ufficio del direttore.

Si alzò e si sistemò la camicia. Prese il curriculum, si specchiò, inspirò e si avvicinò alla porta.

2

Michele arrivò al garage e prese dal custode le chiavi della sua auto di quel giorno.

Il rumore dei suoi passi si confondeva con un lontano stridere di gomme. Arrivato alla macchina, entrò e si allacciò la cintura. Fece manovra ed uscì.

Alla radio parlavano di uno studio dell’università di Oxford, in cui i ricercatori avrebbero trovato che le donne, rispetto agli uomini, hanno risultati peggiori in matematica, perché gli manca un certo enzima che aiuterebbe a svolgere calcoli ed equazioni.

A sentire quella notizia, scosse il capo e pensò che era una gran cazzata, ma che, probabilmente, anche quel dj lavorava per la Making Culture.

Sarà uno di quelli del progetto radio, si disse.

3

Chiuda pure la porta, gli disse l’uomo in abito grigio, girato di spalle, non le sembra splendido?

Dalla vetrata si vedeva la città intera.

Non le sembra che ci sia qualcosa di magico in tutto questo?, continuava l’altro, una specie di perfezione, che si realizza in un equilibrio tanto instabile quanto costante.

Michele ascoltava annuendo, senza sapere cosa pensare, ne cosa dire.

Dopo poco, l’uomo si girò e gli si presentò.

Luca Rubini, piacere, gli disse, lei invece deve essere Michele Rossi.

Michele gli strinse la mano e fece di sì con la testa.

Prego si accomodi, continuò l’altro, posso darle del tu?

Luca, così aveva detto di chiamarlo, si era seduto su una poltrona di pelle nera, dietro una scrivania di mogano.

Allora Michele, ti dirò, mi fa molto piacere che tu ci abbia contattato, soprattutto per la tua laurea in psicologia che, suppongo, ti permetterà di cogliere bene l’importanza del nostro lavoro.

Michele lo ringraziò e sorrise. Anche Luca rispose al sorriso.

Adesso, tu, però vorrai sapere di cosa si occupa la nostra azienda, immagino, continuò il capo.

4

Alle otto e ventinove esatte era in mezzo al traffico di via Garibaldi.

Dentro gli abitacoli, ognuno svolgeva le proprie piccole attività. Chi si truccava, chi fumava. Chi tamburellava sul volante, chi parlava al cellulare. Chi scuoteva il capo per l’orario, chi gridava al bambino che aveva seduto dietro di stare fermo e di non urlare. Sembravano tante piccole cellule di un unico organismo, legate assieme dalla grande lingua di asfalto che gli scorreva sotto le ruote.

Michele si guardava attorno e ogni tanto buttava un occhio allo specchietto retrovisore.

Alle otto e trenta esatte, una Nissan Micra gialla si infilò dietro di lui. Il suo cellulare fece uno squillo. Controllò chi fosse e rimise il telefono sul cruscotto. Alzò gli occhi e guardò nello specchietto.

Alla guida della macchina c’era una ragazza bionda, con un seno prosperoso, le labbra gonfie e le ciglia lunghe. Mentre guidava, si truccava e cantava, muovendo la testa a destra e a sinistra in maniera sbarazzina.

Michele vide che la fila era nuovamente ferma. Frenò e poggiò la schiena contro il sedile.

L’auto gialla gli fu subito addosso. I due paraurti fecero un rumore sordo nell’impatto.

Michele chiuse gli occhi, inspirò e si slacciò la cintura.

Piove pure, pensò infastidito.

Scesero entrambi dalle rispettive auto. La ragazza tentò di scusarsi, ma venne interrotta sul nascere.

Ma come cazzo guida?!, iniziò a gridare Michele, Cosa crede che non l’ho vista che si stava truccando?!

Lei provava a spiegarsi, a dire che le spiaceva, ma sembrava tutto inutile.

Mi spiace cosa?! Cosa le dispiace?!, continuava rabbioso, le dispiace di non saper guidare!

Nel frattempo, le auto dietro avevano iniziato a suonare il clacson.

Michele fece un paio di gesti con le braccia, come a dire sposto subito e ‘sta cretina m’è venuta nel culo.

Dai accosta, le ringhiò poi, prima di salire in macchina.

Lei era talmente agitata, che l’auto le si spense due volte. Iniziò a piangere e singhiozzare e, dagli specchietti, vedeva gli automobilisti che si sbracciavano dal nervoso.

5

Bene, allora… quello di cui la Making Culture si occupa è, come dice il nostro stesso nome, di fare cultura, diceva il capo, gesticolando, anzi, diciamo meglio. Noi, nello specifico, siamo un’azienda di stabilizzazione della cultura.

Luca fece una pausa per dare peso alle ultime sue parole.

Eh, sì caro Michele, posso chiamarti Michele, vero?, riprese, sai, noi persone comuni crediamo nella realtà con la R maiuscola, ma come ci insegnano gli autori postmoderni, la realtà è una costruzione culturale, quindi ci vuole sempre qualcuno che faccia sì che la cultura rimanga qualcosa di stabile, di apparentemente ontologico.

Michele corrucciò la fronte. Non sapeva cosa pensare. Non capiva se si trovava davanti ad uno sbruffone che voleva pompare al massimo un lavoro di volantinaggio, oppure se era finito nell’ufficio di un qualche agente segreto della C.I.A.

Guarda, dato che ti vedo perplesso ti spiego dal principio, disse il capo.

Allora. Come tu saprai, ciò che distingue le teorie moderne da quelle postmoderne, in psicologia, è che le prime vedono, per dirla in termini semplici, come centro dell’uomo la personalità, che sarebbe una proprietà stabile della persona, mentre le seconde hanno come costrutto centrale l’identità personale, la quale è una costruzione sociale, che si viene a comporre attraverso le interazioni di tutti i giorni. Proprio queste interazioni, però, sono influenzate dal sistema culturale di riferimento, che a sua volta viene modificato dalle interazioni stesse. È una sorta di circolo, no? è una sorta di circolo che, attenzione, va mantenuto.

Mentre parlava, Luca faceva segni sul foglio, come stesse tracciando un canovaccio simbolico.

E il nostro compito è proprio questo, continuò, il nostro compito è quello di costruire delle situazioni per fare sì che la realtà rimanga con una sua stabilità, per fare sì che il nostro sistema culturale non subisca scossoni continui e che, quindi ognuno costruisca la propria identità personale in armonia con il sistema sociale che lo circonda.

Michele aveva gli occhi sgranati e continuava a restare dubbioso.

Ma, dirai tu, il sistema culturale si evolve e si modifica in continuazione. Sì, è vero, però dentro certi binari che noi mettiamo e che sono quelli che permettono quello splendido spettacolo di equilibrio e di libertà che ammiravamo prima.

Il capo indicò con un ampio gesto del braccio la grande vetrata.

Quindi, caro Michele, questo, diciamo così, è il fine del nostro lavoro, ma tu dirai, e i mezzi per raggiungerlo? I mezzi per raggiungerlo, non devi pensare a roba alla James Bond e simili, nemmeno a censure di stampo staliniano o fascista, no, niente di tutto questo. Il nostro lavoro consiste nel fare piccole cose. Per esempio, ti faccio un esempio per farti capire. Sai quando senti, alla fine dei telegiornali, quelle notizie tipo anziani festeggiano il sessantesimo anno di matrimonio, o robe simili, no? Ecco, quelle notizie, nel novanta per cento dei casi, le diamo noi. Sì, perché, sono notizie che passano quasi in silenzio, ma che, primo riportano alla gente l’importanza del matrimonio, secondo danno l’idea che certe cose, che so, la fedeltà, la vita semplice, ecc… sono gli ingredienti della vera felicità. Così le ragazzine continuano a sognare il principe azzurro e vissero tutti felici e contenti.

Entrambi sorrisero. Michele chiese allora, di cosa si sarebbe dovuto occupare, se avesse accettato il lavoro.

Bene, questa tua domanda mi fa molto piacere, gli rispose il capo, vedi, da qualche tempo, oltre agli altri progetti – radio, tv, carta stampata e quello più generale, vita quotidiana – abbiamo deciso di attivare anche un progetto traffico e un progetto Facebook. Tu ci serviresti per il primo. Fondamentalmente, il tuo lavoro sarebbe quello di subire tamponamenti o furti, sempre, però, nelle ore di punta. Che ne so. Una mattina ti tampona una ragazza bionda e prosperosa, ovviamente nostra dipendente. La mattina dopo, lasci la macchina parcheggiata, entri in un bar e un uomo dell’est te la ruba. Tutto in funzione delle necessità del momento, no? Del percorso che bisogna tracciare.

Luca smise di parlare e si poggiò allo schienale della poltrona. Michele lo guardava ancora spaesato. In lontananza si sentiva il rumore di un’ambulanza, mentre i condizionatori ronzavano un sibilo costante.

Alessandro Busi

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.