Formula matematica per calcolare quando festeggiare i 150 anni di una persona, o di uno Stato.1

Io ho ventisei anni compiuti il ventisette novembre del 2010, quindi sono nato nel 1984. Come ho fatto a calcolare il mio anno di nascita? Presto detto, con una semplicissima formula: Anno dell’ultimo compleanno (in questo caso 2010) – età in corso (in questo caso 26 anni). Quindi:

2010-26=1984.

Semplicissimo.

Supponiamo adesso che io arrivi a vivere fino a centocinquant’anni, supponiamo, in che anno sarei nato? I più ingenui di voi potrebbero rispondere che la data di nascita non cambierebbe, che io rimarrei con il mio certificato di nascita che recita anno di nascita1984. Ma vi sbagliereste.

Dovete sapere infatti che, per calcolare in che anno festeggiare i centocinquant’anni di una persona, o di uno Stato, bisogna applicare una formula che non è la solita, ma una leggermente più complessa:

(Anno dell’ipotetico compleanno dei 150 anni – 150 anni – 9 anni) + 150 anni

In questo modo, quindi, nel caso dei miei centocinquant’anni, io quando sarei nato? Presto detto:

(2134 – 150 – 9) + 150 = 1975 + 150 = 2125

Vedete bene, quindi, che, arrivati ai 150 anni, la data di nascita, che si calcola svolgendo la parentesi, cambia e non ci si può fare nulla. Nel mio caso, quindi io non sarò più nato nel 1984, ma nel 1975. In questo modo, però, si arriva a festeggiare il centocinquantesimo compleanno, non nel 2134, bensì nel 2125. Ovvio, no?

Ad essere sincero, il perché di questo salto temporale di calcolo, non lo so, ma so che è così.

 

D’altro canto, se ci pensate bene, ieri, nella giornata del tricolore espanso, abbiamo avuto conferma di questa formula. Guardiamo assieme.

Ieri, 17 marzo 2011, è stata festeggiata in tutta Italia, ma soprattutto a Roma, la festa dei centocinquanta anni dall’unità nazionale. Ora, è chiaro che questa festa, se non applichiamo la formula detta sopra, sarebbe storicamente senza senso in quanto nel 17 marzo del 1861 Roma non era italiana, bensì sotto lo Stato Pontificio.

Che unità nazionale è stata festeggiata quindi ieri a Roma se Roma non c’era?, ci potremmo chiedere.

Di fronte a questa domanda, io sono arrivato a darmi due risposte:

  • Siccome la Breccia di Porta Pia è ancora una ferita aperta per il Vaticano, si è scelto di usare come data di nascita dell’Italia un giorno che non risvegliasse vecchi rancori, una data che non disturbasse le notti tranquille dei poteri ecclesiastici, dimostrando, però, che lo Stato italiano ha una sorta di sudditanza psicologica (almeno) dalla Chiesa;
  • Semplicemente è stata applicata la formula riportata prima, (Anno dell’ipotetico compleanno dei 150 anni- 150 anni – 9 anni) + 150 anni, il che giustificherebbe in pieno i festeggiamenti di ieri.

 

Chiaramente, ognuno può scegliere da sé quale delle due ipotesi gli sembri la migliore, la più utile all’interno di una sua personale teoria intepretativa della storia, della politica, dei rapporti fra gli Stati.

Personalmente, penso che faticherei ad accettare l’idea di un’Italia dove non si può nemmeno festeggiare la propria nascita come Stato senza dover pensare se questi festeggiamenti possono dare fastidio al Papa, arrivando addirittura a generare una giornata di festa che rappresenta un paradosso storico. Sarebbe come se gli statunitensi avessero festeggiato i cinquecento anni della scoperta dell’America, non il 14 ottobre del 1992, ma il 17 marzo 1983, perché la prima data sarebbe stata sgradita a qualche setta religiosa tipo i raheliani, o robe simili.

Impossibile una cosa del genere, mi dico.

Quindi, quindi, non mi resta alternativa che accettare e chiedervi di divulgare questa nuova formula per calcolare i centocinquanta anni di una persona, o di uno Stato. La chiamerei proprio così:

Formula matematica per calcolare quando festeggiare i 150 anni di una persona, o di uno Stato:

(Anno dell’ipotetico compleanno dei 150 anni – 150 anni – 9 anni) + 150 anni

E come esempio, porterei proprio quello dell’unità d’Italia:

(2020 – 150 – 9) + 150 = 1861 + 150 = 2011

E il gioco è fatto, senza rancori né disarmonie Stato-Chiesa, ma tutto si risolve con una semplice formula matematica: La Formula matematica per calcolare quando festeggiare i 150 anni di una persona, o di uno Stato!


Alessandro Busi

1Ringrazio per questo articolo lo spunto illuminante datomi ieri da Serena che, durante il pranzo mi dice: “io, se proprio dovessi festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia, li festeggerei nel 2020, non oggi”.

Questo è un racconto che parla di suicidio, di cappi e dell’eliminazione dell’Italia dai mondiali. è stato pubblicato  sul sito del collettivo romano Scrittori Precari.

Le sfortune degli altri.

Mario era seduto sul divano. Aveva in mano una birra in lattina e guardava la partita dell’Italia contro la Slovacchia. Accanto a lui, sul cuscino ricamato a punto croce da sua madre, c’erano un cappio fatto con una corda spessa e dei pezzi di cotone imbevuti di sangue e di alcool. Alcune gocce dello stesso sangue avevano macchiato il centrotavola della cucina, ma Mario aveva pensato che questo sarebbe stato un particolare poco rilevante, dopo il suo suicidio.

Alle quindici punto quaranta esatte era in piedi, davanti al lavandino del bagno, al lavandino del bagno sporco di dentifricio color verde mare, e fissava la propria immagine riflessa.

Nella mano sinistra stringeva forte un rasoio usa e getta blu, un bilama della Gillette, che aveva comprato in offerta al supermercato.

Nella mano destra non stringeva nulla, ma aveva comunque le dita chiuse in pugno. I tendini del polso si vedevano come ponti che deformavano la pelle chiara, mentre la cassa toracica si gonfiava e si sgonfiava a gran velocità.

Con un movimento deciso, il gomito sinistro si chiuse e la mano avvicinò le due lame del rasoio verso il polso destro. Con un altro movimento altrettanto deciso, il braccio scese verso il basso e sulla carne comparvero due strisce rosse di sangue.

Cazzo che male, pensò Mario, e poi non dovevo fare così, dovevo fare per il lungo!

Sullo specchio apparve un’espressione sofferente, con i denti stretti e gli occhi stroppicciati.

Porca puttana che male, iniziò ad imprecare.

Intanto, gocciolando per tutto il bagno, pensò che il tentativo di suicidio numero uno poteva dichiararsi fallito e, presi cotone e alcool, andò a sedersi in cucina per medicarsi.

I primi cinque minuti della partita se li era persi per annodare il cappio come si deve.

Guardava il foglio delle istruzioni che aveva stampato da un sito di SelfBondage, dove, nella sezione Tecniche di self bondage, appunto, era spiegato sia come fare un cappio che non si stringe, sia uno che si stringe, perché, come era scritto, che Bondager saremmo se non avessimo il pieno controllo delle corde?

Dopo vari tentativi, Mario si trovò tra le mani un nodo scorrevole perfetto e se ne compiacque. Provò a muoverlo lungo la corda per un paio di volte e vide che funzionava.

Bravo, pensò, potrei fare il cappista se non mi dovessi ammazzare.

Con un mezzo sorriso triste sulle labbra, poggiò la sua creazione sul divano, accanto a lui, prese la birra che stava sul tavolino di cristallo e la aprì.

Alla fine della partita mi ammazzo, si disse, mentre deglutiva il primo sorso, ah bella fresca.

Poi si mise comodo ed alzò il volume.

Era seduto in cucina e premeva forte il cotone contro le ferite.

Che cretino che sono stato, si ammoniva, l’avevo letto su un sacco di siti: per il lungo se ti vuoi suicidare, di traverso se vuoi fare finta, come i ragazzini tristi, magri e con il ciuffo di capelli che gli copre la faccia.

Senza lasciarsi perdere d’animo, però, aveva già attivato il piano due: l’impiccagione.

Dal cassetto del comodino in camera, aveva preso le istruzioni per fare un cappio con il nodo scorrevole e un altro foglio per lasciare le sue ultime parole. Con una penna bic nera scrisse di getto una lettera che spiegasse il suo gesto e, con un pezzo di scotch, se la attaccò alla maglietta.

Le poche frasi frammentate che aveva scritto, riassumevano bene, a suo parere, il disfacimento della sua vita:

mi ammazzo per colpa di Sabrina, la mia ex moglie, che mi ha lasciato da due mesi e voglio che si senta in colpa, troia.

Mi ammazzo per colpa di Luigi, il mio ex capo, che con la scusa che non produco e che il lavoro è diminuito, mi ha licenziato, bastardo.

Mi ammazzo per colpa di Marchionne, che non ordina più le marmitte da Luigi, ma le fa fare in Polonia, porco borghese.

Poi mi ammazzo anche per colpa di tanti altri, perché tutti mi raccontano le loro sfortune e nessuno mi chiede mai delle mie, e allora mi sono stufato. Stavolta, però, non faccio i nomi, che bastano quelli di prima.

Invece voglio bene a mia mamma e a mio papà, che sono morti, e anche al mio cane Laika, che è morta anche lei da un mese e la ritroverò in cielo. Addio.

Mario Rossi

Finito il primo tempo, l’Italia perdeva uno a zero grazie ad un gol ridicolo. Mario pensava che era meglio se quei giocatori fossero andati a lavorare, come quelli della Nuova Zelanda, però, poi, pensò anche che c’è talmente poco lavoro in Italia, che manca appena di trovarsi Cannavaro e company alle agenzie interinali.

No, no, meglio che stiano lì a fare i fenomeni, si disse, aprendo la seconda birra.

La sensazione di fresco che gli scendeva dentro la gola, gli fece rilassare le spalle e socchiudere gli occhi. La testa la lasciò indietro, sullo schienale, aprendo leggermente la bocca per inspirare.

Questa situazione di trance lo cullò fino all’inizio del secondo tempo, e ancora oltre, fino al secondo gol della Slovacchia. Al settantatreesimo minuto e poi ancora all’ottantottesimo, momento del terzo gol, Mario sentì una sensazione che non gli capitava da tempo: gli venne da ridere. La voce incupita dei commentatori e le espressioni torve dei tifosi inquadrati, compresa quella di un centurione con le ciglia glitterate, gli misero un particolare buon umore, che tentò subito di sopire ripetendosi come un mantra, che, nella sua vita, non c’era proprio nulla da ridere.

Arrivato al novantesimo, però, capì che non poteva proprio più resistere. Vedere Quagliarella a terra che piangeva e il volto tutto rosso di Lippi, lo fecero tornare a sentire il piacere per la vita, lo fecero tornare a sentire che non solo lui stava male e di questo, non riusciva a smettere di godere. Quando arrivò lo stacco pubblicitario, si trovò steso a terra, con le lacrime agli occhi da tanto ridere che aveva fatto e con l’idea del suicidio più lontana che mai. Mentre scorrevano gli spot e lui fissava il soffitto con gli occhi spalancati e la mandibola indolenzita, ripensò ad una frase che gli aveva detto sua nonna riguardo al perché non sia una brutta cosa il pettegolezzo.

Vedi Mario, non è per deridere le sfortune degli altri, gli aveva detto, è per ricordarsi che alla fine, soffriamo un pochino tutti, prima o poi.

Alessandro Busi

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.