Dopo questo periodo di pausa dovuta alla preparazione dell’esame di stato, riprendo con un racconto che è stato pubblicato sul numero 26 della rivista letteraria La luna di traverso. Il tema del numero è il silenzio, riletto nelle sue varie chiavi (qui l’editoriale). Ecco il mio racconto:

Alla ricerca del silenzio perduto

Prima, io ero uno che riusciva a dormire ovunque. Una volta, per esempio, mi racconta spesso mia mamma, mi ero addormentato perfino ad un concerto di Enrico Ruggeri, mentre faceva la canzone Contessa e tutto il palazzetto cantava e saltava al ritmo di tu non sei più la stessa.

Sembrava che da bambino fossi come insensibile agli stimoli esterni, mi disse un pomeriggio, mentre bevevamo una tisana antiossidante alla rosa canina, sembrava come che quando arrivavi ad un certo punto, ti chiudevi in una tua stanza silenziosa, immune da ogni rumore.

Io le risposi che magari era così, e la vidi sorridere, mentre fissava il vuoto.

Anche adesso, non è che mi diano fastidio tutti i rumori, però, le dissi, è come che sono diventato ipersensibile a certi e non ad altri. Quell’orologio, per esempio, togligli le batterie ti prego.

La conversazione, poi, finì con mia madre che prendeva la sveglia dalla mensola della cucina e le toglieva le due stilo e fermava il tempo alle diciassette, trentatre minuti e ventiquattro secondi.

Eppure una volta non era così, ma dopo aver scoperto del coso allo stomaco, è cambiato tutto e non me ne sono nemmeno accorto.

Un giorno, il mio psicologo, verso fine seduta, mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha chiesto se, secondo me, questa nuova sensibilità al ticchettio delle lancette non si potesse collegare al fatto di aver scoperto di avere un tumore allo stomaco, al fatto di essermi trovato a dover affrontare che non sono immortale e che la morte non è solo una lontana idea astratta, ma una realtà vicina.

Non le sembra che possano essere legate le due cose?, ha aggiunto nel finale, poggiandosi allo schienale della poltrona.

Io ho pensato che aveva proprio ragione e ho annuito senza dire una parola, ma emettendo solo un suono mmm, a labbra serrate. Poi, però, ho anche pensato che non mi andava troppo che quello lì ci azzeccasse così tanto con me; allora ho evitato di dirgli che l’ultima volta che ero andato in ospedale, passando davanti alle stanze chiuse, mi era parso di sentire perfino il rumore delle gocce che cadevano nelle flebo. Non gliel’ho detto questo perché, altrimenti, si montava la testa, ho pensato. Però avrei anche potuto dirglielo, tanto che male c’è anche se sono diventato più sensibile a certi suoni? C’è chi ha l’orecchio assoluto per la musica e accorda gli strumenti come facesse colazione e c’è chi è sensibile ai rumori del passaggio del tempo e delle malattie, allora? Che problema c’è?

Che problema c’è?, avrei potuto dirgli, c’è qualche problema? Vuoi che la sistemiamo fuori? Ti aspetto nel parcheggio?

Avrei anche potuto fargli assaggiare un bel pugno sui denti a quel frocetto pelato, che poi, io mi dico, ma che si faccia i cazzi suoi, in fin dei conti. Certo, lui dice, sei tu che sei venuto da me, è vero, però non è bello sentirsi come radiografati per quarantacinque minuti. Che poi, in realtà, il problema io lo so qual è e c’entra pure poco con quel tipo, che alla fine fa il suo lavoro. Il problema è che, negli ultimi tempi, da quando è saltata fuori tutta la questione della salute, io sono diventato irascibile. Se potessi, mamma se potessi, spaccherei a testate tutte le vetrine che vedo per strada, e quante risse pure. Sul bus dovrebbero tenere tutti gli occhi bassi e, se li tenessero troppo bassi, farei rissa anche per quello, se potessi. Ma poi lo so che il problema è mio, non degli altri, ma mi sta in culo che quello lì venga a farmelo notare. Come quella là che l’altra sera mi ha chiuso la porta in faccia e mi ha detto vada a farsi curare.

Vada a farsi curare, e non ci svegli più nel cuore della notte che dobbiamo dormire, che siamo gente che lavora, mi ha detto, e perché? Solo perché sono andato a suonarle e le ho chiesto di togliere le batterie da quel suo cazzo di orologio. Ma sì, va bene, erano le quattro di mattina, però, allora, cosa dovrei fare, passare tutte le notti insonni perché loro hanno la casa piena di orologi? Che poi, per me, non erano tanti gli orologi; perché io lo so, quando sono tanti orologi assieme non sono mai in sincro e sembra di sentire un batterista epilettico, e il loro rumore non era così. Per me loro hanno un orologio potenziato, probabile che glielo avranno mandato i loro parenti dall’Arabia, o da dove cazzo viene quella gente lì, perché era come avessi avuto sul timpano uno schiavista che dava il ritmo di remata agli schiavi. Come quello che si vede nei film, che urla con la voce profonda Voga! e poi fa tum, tum, tum, sul tamburo. Era proprio così e io cosa dovevo fare? Dovevo stare tutta notte ad ascoltare il loro concerto dei secondi? Certo, poi potevo evitare di urlargli: arabi di merda tornate nel vostro paese, voi e i vostri orologi. Certo, questo potevo evitare di dirglielo. Potevo anche evitare di gridargli contro: cos’è nei vostri paesi retrogradi non ci sono ancora gli orologi digitali?! Sì, anche questo avrei potuto evitarlo, anche perché, in fin dei conti, non sono cattive persone. Addirittura ho sentito la moglie che diceva al marito di non chiamare la polizia, dato che, così diceva, lo sai che è tanto malato, è il ragazzo del 6. Certo, avrei potuto evitare tutto, però non ce l’ho fatta. Il punto è che, da quando ho saputo della cosa, è come se avessi perso il mio silenzio, e mi sento come nella storpiatura del libro di Proust.

Alessandro Busi

Questo è un racconto che sarà pubblicato sul numero 25, Stanze, della rivista letteraria parmense La luna di traverso

Hai visto che botto?!

Alla fine è vero. Alla fine, noi siamo fatti di stanze. La nostra vita è un susseguirsi di stanze. No, non la intendo secondo la logica psicoanalitica, quella per cui l’evoluzione delle persone è divisa in fasi, che sono un po’ come delle stanze, dove si entra e si esce. No, quello che voglio dire è che, in fin dei conti, la nostra vita potrebbe essere disegnata a blocchi, a scatole, ognuna rappresentante una specifica stanza.

Faccio l’esempio della mia giornata.

Io mi sveglio alle otto nella stanza da letto, poi mi sposto in bagno, infine vado in cucina. Ora, anche se bagno e cucina non si chiamano stanza da cesso-doccia e stanza da mangiare-bere, comunque, sempre stanze sono. Poi esco e faccio le scale del condominio, le quali non sono altro che una grande stanza di forma strana e piena di scalini. Vado in garage, stanza cupa e sotterranea, e salgo in macchina. Riguardo alla macchina confesso che avevo dei dubbi; poi però mi sono detto: «Perché non ci dovrebbe essere una stanza con un motore, quattro ruote, i muri di lamiera e un volante?».

«Alla fine, anche l’automobile non è altro che una stanza in movimento», ho pensato.

Mentre vado al lavoro, poi, trovo sempre la coda. È una costante, quasi come quelli di “Lotta Comunista” che vogliono vendermi il giornale fuori dal bar – stanza – dove pranzo. Sì, ci metto il quasi, perché ad agosto la coda non c’è, loro sì. Comunque, questa coda a me un po’ piace, perché mi permette di guardare nelle macchine degli altri. Un giorno, per esempio, c’era una signora grassa dietro di me, che, penso ascoltando la musica, ballava come una pazza, finché non si è accorta che la stavo guardando dallo specchietto e allora ha smesso. Un altro giorno, invece, mi ricordo che avevo davanti due, un ragazzo e una ragazza: tutte le volte che la coda si fermava, si baciavano come se non si vedessero da anni. E magari era così. Comunque, questa possibilità di vedere nelle macchine degli altri mi ha fatto pensare che la coda della mattina è un po’ come ricreare un quartiere di case con i vicini intercambiabili. Ho pensato anche che la coda è come un agglomerato di stanze tenute assieme dalla lingua d’asfalto, una specie di parete in comune.

Poi, prima di arrivare al lavoro, a volte mi fermo dal benzinaio: se al posto dei pali per tenere su la tettoia di cemento ci avessero messo i muri, allora sì che sarebbe una stanza a pieno titolo; ma diciamo pure che il benzinaio è una quasi stanza. Al contrario è proprio una stanza, certo sui generis, quel marchingegno per me fantastico dell’autolavaggio.

A questo punto, parcheggio nel garage aziendale, che altro non è che un’immensa stanza divisa per sale – alias stanze –, e lascio le chiavi al custode, il quale passa le sue giornate in uno stanzino piccolissimo, illuminato da una lampadina appesa al filo e con alle pareti un sacco di calendari di soubrette prosperose e svestite. Proseguendo, entro in sede e vado in ufficio, dove ho la mia scrivania divisa da quelle di Mario e di Marina per mezzo di pareti di compensato, che traballano, non arrivano al soffitto, ma delimitano un confine, quindi generano stanze.

Da qui in avanti la mia giornata continua stanca, fino alle cinque di pomeriggio, quando, dopo essere risalito in macchina, mi avvio verso casa. In genere faccio la stessa strada dell’andata, solo all’incontrario. Ma l’altra sera no.

L’altra sera, arrivato all’imbocco di via Garibaldi, ho trovato la carreggiata transennata e un signore che, con in mano una paletta catarifrangente, faceva segno di svoltare a sinistra e prendere la tangenziale. Procedendo con il finestrino abbassato, ho sentito un altro signore spiegare ad un ciclista che avrebbero fatto crollare la palazzina che indicava con il dito.

«Fino a stasera alle venti la zona è evacuata», diceva.

Queste sono state le ultime parole che ho sentito, prima di avanzare ed entrare in tangenziale. Appena passato lo svincolo, poi, ho visto che c’erano una decina di auto parcheggiate nella corsia d’emergenza, con i rispettivi proprietari accanto. Dopo l’ultima macchina, una Twingo blu, anch’io ho accostato e sono sceso. Se non avessi smesso di fumare, mi sarei acceso una sigaretta, come nei film.

«Chissà che botto», mi ha detto, sorridendo e sfregandosi le mani il mio vicino di auto.

Dopo un paio di minuti, si è sentito un boato e la palazzina rosa è venuta giù su se stessa, alzando una gigantesca nuvola di polvere. Sembrava una scena apocalittica. Se ci fossero stati il ralenti e l’inizio di Shine on your crazy diamond dei Pink Floyd, sarebbe stata perfetta. Io, mentre guardavo con gli occhi sbarrati, ho sentito un brivido lungo la schiena, così mi sono chiuso il colletto della camicia; ma è stato inutile. Non era freddo: piuttosto, malinconia. Nei resti di quella palazzina – ex grandissima stanza –, vedevo succedersi le stanze della mia vita: dalla cucina di mia nonna, alla sala giochi del mare; dagli interni della Fiat Tipo del papà di Luisa, la mia ragazza di quando avevo diciotto anni, fino allo studio del dentista dove sono andato due settimane fa a fare la pulizia dei denti.

In pochi secondi ho visto scorrermi davanti tutti i miei trent’anni. Ero talmente emozionato da non respirare, fin quando il signore della Twingo mi ha dato una forte pacca sulla spalla, mi ha strizzato l’occhio e mi ha detto: «Hai visto che botto?!».

Alessandro Busi

Questo è un racconto che sarà presente nel nuovo numero della rivista letteraria La luna di traverso, che ha come tema “Fughe” e che sarà presentata domani, venerdì 5 giungo, a Parma, alla Temporary station, alle 18.30.

Insonnia

La radiosveglia sonnecchiava sul comodino di legno e, con i suoi led verdi, indicava le 3:37AM. Mario era seduto sul cuscino, aveva la schiena curva e stava poggiato allo schienale del letto. La luce verde gli illuminava la pancia coperta dalla canottiera azzurra. I rumori della città erano quasi tutti sopiti, ad esclusione del ronzio proveniente dall’acciaieria poco lontana.

Dovrei andarmene…ormai non ha più senso che io rimanga…

Sentiva gli occhi pesanti, ma non riusciva a dormire. Erano notti che non chiudeva occhio. Una sera per un motivo, una sera per un altro, a Mario si stava preannunciando la sessantaseiesima ora di fila senza riposo.

Senti come russa lei…ma come fa?!

Era distrutto. Aveva come l’impressione che tutto il mondo si fosse accanito contro di lui. Guardava la moglie, distesa al suo fianco, e gli sembrava che lo facesse apposta a respirare così forte. La vedeva come una specie di mostro dalle narici gigantesche e rumorose che, per fargli dispetto, ogni notte si metteva accanto a lui, impedendogli di dormire.

Ma sì, certo…lo fa apposta per uccidermi…

Era sicuro che, se avesse fatto un’altra notte insonne, sarebbe morto.

Sentiva che, ad ogni ora che passava, il suo cuore era sempre più affaticato, i polmoni sempre meno elastici e lo stomaco sempre più bruciato dagli acidi.  Il problema che più lo affliggeva, però, era il dolore elettrico, di scossa leggera e continua, che sentiva nella testa.

No, non era la solita emicrania che lo colpiva ormai da anni, quella che lo costringeva a tenere tende e persiane chiuse per tutto il giorno. No, era più come una specie di pioggia di scintille che, ogni volta che sua moglie inspirava ed espirava, si faceva fitta e dolorosa.

Sicuro, se non me ne vado muoio…sicuro…

In un attimo di lucidità, dopo che lei si era girata ed il suo respiro si era fatto più leggero, ebbe l’illuminazione: la fuga.

Si disse che era quella l’unica risposta possibile.

Per un istante, aveva anche pensato di ucciderla. Poi, però, aveva ragionato che, sicuramente, in carcere non avrebbe chiuso occhio. Sarebbe di certo finito in cella con altri tre, quattro, cinque, o chissà quanti energumeni col naso tappato.

L’unica possibilità che aveva era la fuga.

Già si immaginava un monolocale con le pareti insonorizzate, in un paese silenzioso e senza anima viva a disturbargli il sonno.

Ok…è ora di andare…conto fino a tre e vado…uno…due…

Arrivato al tre sentì un’altra pioggia elettrica, ma la ignorò. Spostò piano il copriletto e girò le gambe verso l’esterno. Poggiò i piedi a terra e sentì il freddo del pavimento che gli fece venire i brividi. Inspirò profondamente e, cercando di essere il più delicato possibile, si alzò. Per quanto leggero, il rumore delle molle sembrò un’esplosione devastatrice in mezzo al silenzio della camera. Mario trattenne il fiato e, ricontrollato che il mostro non si fosse svegliato, si avvicinò alla porta con passo felpato.

Ce la stava facendo. Già sentiva l’agrodolce profumo della libertà.

Mise la mano sudata sulla maniglia d’ottone e chiuse gli occhi.

Era l’ultimo ostacolo, poi ci sarebbero state solo: vita, silenzio e sonno.

“Mario torna a letto!”

La voce della moglie sembrava uscire da una caverna e tuonò, imperativa, nelle orecchie del marito.

“Tutte le notti la stessa storia”

Lei si voltò e riprese a dormire, mentre lui, col capo chino e la schiena gobba, fece dietro front e si rimise sotto le coperte.

Con gli occhi aperti e la radiosveglia che segnava le 4:49AM, poggiò la testa al cuscino e rimase lì, sveglio ed immobile, a fissare il vuoto.

Alessandro Busi

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