Da qualche tempo tengo una ribrica assieme a Piero Bocchiaro per il blog nato su facebook Psicologia On Line, sui classici esperimenti della psicologia sociale.  Questo articolo qui sotto, dal titolo “L’esperimento di Moscovici & Lost”,  è la secondo della rubrica (Il primo, di Piero, lo trovate qui) e racconta degli esperimenti sulla minoranza dello studioso franco-rumeno in collegamento con la scelta dei naufraghi di restare o meno sull’isola.

L’ESPERIMENTO DI MOSCOVICI & Lost

A volte capita anche nei telefilm non dei buoni sentimenti, che l’opinione della maggioranza non venga seguita. Prendiamo per esempio la prima puntata della quarta serie di Lost: L’inizio della fine. Finalmente sembra che i naufraghi possano tornare a casa (ovviamente poi succederanno tante cose che gli creeranno problemi, ma questo per ora non lo sanno), sembra che i tanti sforzi per comunicare con qualcuno siano stati ripagati, ma proprio a questo punto, il gruppo si spezza. Quello che accade, infatti, è che John Locke, uno dei personaggi sicuramente più carismatici, decide di non cercare i loro ipotetici salvatori, e sostiene la sua posizione con forza e inflessibilità, così alcuni seguono lui sull’isola, mentre altri proseguono con Jack Sheppard, quello che fin’ora era stato l’unico leader dei naufragi, alla ricerca di un ritorno a casa1.

Ma come è possibile questo? Come è possibile che un leader, appoggiato da pochissimi, riesca a modificare l’opinione di un gruppo fino a quel momento universale?

Per chi avesse letto il precedente articolo di questa rubrica2, questo meccanismo può risultare incomprensibile, eppure.

Per trovare una risposta a questi quesiti, dobbiamo riprendere la teoria di Serge Moscovici sull’influenza delle minoranze e il suo più celebre esperimento.

Lo sperimentatore franco-rumeno partiva da alcuni presupposti che voleva andare ad osservare. Innanzitutto, sosteneva che una minoranza, per poter cambiare, o comunque scalfire l’opinione compatta della maggioranza deve essere coerente, sia nel tempo (coerenza diacronica) sia all’interno del proprio gruppo nello stesso momento (coerenza sincronica). Inoltre, i membri della minoranza devono avere il coraggio di esporsi in maniera plateale, dimostrarsi forti e convinti verso la posizione che stanno sostenendo, devono far capire in ogni momento che la pressione della maggioranza non modifica la loro convinzione, quindi devono farsi vedere autonomi e indipendenti.

Su questa base, Moscovici strutturò il suo esperimento sui colori. Anche lui, come Asch, infatti scelse di studiare il fenomeno del cambio d’opinione, utilizzando un compito percettivo: i soggetti dovevano dire di che colore fossero le trentasei diapositive che vedevano, le quali erano assolutamente blu3. Prima di iniziare, fece due operazioni preliminari: formò i gruppi, composti da sei persone di cui due erano suoi complici; sottopose tutti i partecipanti al test per il daltonismo, dal quale risultò che nessuno dei presenti era daltonico, e comunicò a tutti questo risultato, cosicché questa ipotesi non potesse diventare un modo per screditare l’opinione della minoranza. Nello svolgimento dell’esperimento i complici avevano il compito, in maniera compatta e sempre coerente, di dire, fin dalla prima visione, per tutta la serie di prove, che le diapositive non erano assolutamente blu, ma verdi. Lo stesso esperimento venne svolto anche modificando la coerenza diacronica della minoranza, quindi facendo sì che i complici riferissero di vedere la diapositiva talvolta blu, talvolta verde.

Bene, dopo varie prove, Moscovici rilevò che nella prima situazione c’era uno spostamento d’opinione della maggioranza dell’8,42%, il quale spostamento nel secondo caso4, così come nella situazione di controllo, non si verificava. Si vede quindi, che i presupposti teorici sui quali si fondava l’esperimento erano corretti: una forte coerenza d’opinione di pochi, rende questa opinione credibile anche per i molti contrari.

Se ciò ci permette di sottolineare l’importanza dell’aspetto comportamentale, è giusto ricordare, però, che altri studi hanno messo in evidenza come sia rilevante anche il carattere personale della maggioranza, ovvero, quali sono le persone che la compongono. In particolare, si è visto che l’opinione della minoranza acquisisce forza quando i suoi componenti fanno comunque parte di un gruppo comune con la maggioranza (Es. entrambi i gruppi sono della stessa nazionalità) e quando è guidata da un leader carismatico5.

I vari studi su questo argomento ci permettono quindi di vedere come un cambiamento d’opinione che parta dalla minoranza dipende da aspetti comportamentali (Es. coerenza), da aspetti attribuzionali (chi è la minoranza) e da aspetti motivazionali (quanto impegno viene messo nel sostenere la propria posizione).

Allora, adesso, se torniamo sull’isola di Lost ci è possibile capire quanto accaduto. John Locke, sicuramente il personaggio più mistico della serie, funziona da irremovibile leader carismatico, e la sua posizione è sostenuta con convinzione e coerenza anche da Hurley, che ricorda come Charlie fosse morto per comunicare a tutti loro che i presunti salvatori non erano chi avevano detto di essere. Inoltre, entrambi i gruppi, sia chi voleva andarsene, sia chi voleva restare, facevano parte dello stesso gruppo sovraordinato, i naufraghi, e avevano condiviso esperienze difficili, che li avevano uniti. In questo modo, è quindi possibile spiegare in che modo la convinzione generale, secondo la quale era importante solo riuscire a comunicare con questi salvatori, si sia scalfita, fino a far decidere ad alcuni di smettere, o quantomeno interrompere, la ricerca di una fuga da un posto che è la morte6.

Alessandro Busi

1 Un riassunto della puntata lo trovate qui: http://it.lostpedia.wikia.com/wiki/L%27inizio_della_fine

2 http://www.facebook.com/#!/notes/psicologia-on-line/gli-esperimenti-classici-della-psicologia-sociale-a-cura-di-piero-bocchiaro/355274334443

3 Nei gruppi di controllo, dove non c’erano complici a formare una minoranza, tutti i soggetti sostenevano che le diapositive erano blu.

4 In questo caso di risposte alternate della minoranza, l’effetto fu dell’1,25%.

5 A. Zamperini, I. Testoni, Psicologia sociale, 2002, Einaudi Torino, pp. 244-251; S. Moscovici, Psicologia delle minoranze attive, 1981, Bollati Boringheri Torino.

6 Il titolo della quinta puntata della quinta serie si intitola: Questo posto è la morte.

Lost therapy #2

18 febbraio 2010

Ecco la seconda e ultima puntata di Lost therapy, iniziata qui: Lost Therapy #1

Lost therapy #2

Nei giorni successivi non potevo smettere di pensare a quello che avevo letto. Ero matto, ero indiscutibilmente un matto, non come quelli che parlano da soli e si sbavano addosso, ma ero comunque matto.

La pizza del martedì la mangiai quasi senza accorgermi del suo sapore intenso e non scambiai neanche una battuta con Salvatore: rimasi tutto il tempo a fissare il vuoto.

Mi sa che anche Salvatore adesso è convinto che sono matto, pensavo, o magari lo è sempre stato.

In ufficio, poi, giravo come uno zombie. Il caffè delle undici lo saltai sia martedì, che mercoledì, che giovedì. Non andai nemmeno al bagno dopo la pausa pranzo. Era come se il mio corpo si fosse rallentato. Era come se tutte le mie forze fossero impiegate per accettare la mia pazzia. Che poi, io mi dicevo, ma se fino a ieri a fare queste cose stavo bene, cosa cambia oggi? Eppure non c’era proprio niente da fare, ieri ero sano e oggi non più, e tanto bastava. Leggere che la gente con le mie abitudini viene inserita nella categoria dei matti, per me fu come un fulmine. Io che pensavo che le mie fisse fossero tipiche di una persona particolarmente equilibrata, ora mi trovavo a pensare che gli altri, invece, mi avevano sempre visto come uno squinternato.

Fu terribile.

Furono i due giorni più terribili della mia vita, in assoluto. E a dirla tutta, mi viene da pensare che, per fortuna furono solo due giorni, altrimenti sarei diventato matto per davvero.

Per fortuna che proprio una delle mie abitudini mi salvò dalla pazzia: la puntata di Lost in streaming del giovedì sera.

Io che non la volevo nemmeno vedere, mi andò proprio bene.

Non puoi smettere di fare tutte le tue cose, mi dissi, devi pur continuare a vivere.

Pensai che, ok tutto, ma un po’ di ordine nella vita ci vuole, quindi mi sforzai, mi sdraiai nel letto e iniziai a vedere la quinta puntata della quinta serie: Questo posto è la morte.

All’inizio la guardavo senza troppa attenzione. Seguivo la trama a sprazzi, anche se era avvincente. Tutto questo fattore dei salti temporali iniziati dopo che Ben aveva girato una gigantesca ruota dentata di pietra sottoterra, era interessante. I personaggi sull’isola saltavano da un anno all’altro, da un giorno all’altro, perché, come aveva spiegato Daniel Faraday, lo scienziato del gruppo, il tempo era diventato come un vinile graffiato, che salta continuamente. Lui, però, aveva anche spiegato che il pericolo di questa cosa stava nel fatto che il cervello non è abituato, quindi è come se fossero ischemie continue, che solo chi ha una costante, un punto di riferimento stabile fuori dall’isola, nella sua vita precedente, può evitare. Proprio mentre spiegava queste cose al suo gruppo, a Charlotte – ragazza della quale Daniel era innamorato – iniziò a sanguinare il naso, e, nel giro di due o tre salti temporali, morì.

A dire il vero mi spiacque proprio per la brutta fine di Charlotte. A pensarci, era un personaggio con tutte le carte in regola: era antropologa, parlava il coreano, era finita sull’isola per scoprire le sue origini. Insomma, aveva il suo da dire, eppure.

Eppure, devo anche dire che la sua morte mi fu utile come poche. Proprio tutta la teoria sull’importanza delle costanti, infatti, mi aveva fatto rivedere da un’ottica diversa la questione della mia vita ordinata e dell’ossessione. Avevo pensato che io, se fossi stato sull’isola, non sarei mai morto, perché la mia vita è una costante unica: la pizza del martedì, il tramezzino del lunedì, l’insalatona del venerdì.

Io non avrei avuto nemmeno un accenno di ischemia, pensai, mi avrebbero salvato Salvatore, Sara, Luca, e anche il toast della domenica.

Allora, mi convinsi anche che non è che ci sia una verità assoluta su queste cose, e pensai che quel Glenn O. Gabbard e i suoi amici dovevano essere più cauti a dare del matto alla gente, perché dipende tutto dalle situazioni. Pensai che ognuno deve solo cercare di vivere come crede la propria vita, senza stare a farsi troppe seghe se sia matto o meno, perché matto è chi si sente tale. Capii che il problema non stava in come mi comportavo, ma nella categoria nella quale venivo inserito, nell’etichetta che mi trovavo appiccicato in fronte.

Lost sì che mi ha salvato dal diventare pazzo, pensai, mentre mi lavavo i denti.

Poi, molto più leggero dei giorni precedenti, mi sdraiai a letto e mi addormentai, già pregustandomi l’insalatona di Marisa del venerdì.

Alessandro Busi

Lost Therapy #1

16 febbraio 2010

Il riferimento alla serie Lost non poteva che impormi di “serializzare” anche il racconto, quindi l’ho diviso in due puntate.

Lost therapy #1

Io tutti i martedì vado a mangiare la pizza da Salvatore. In realtà Salvatore è solo il pizzaiolo, la pizzeria è di tale Giuliano, un tizio con un suv nero che passa solo alla sera a ritirare il guadagno. Dentro, però, ci lavorano Salvatore e Abdul, il ragazzo maghrebino che impasta e pulisce i tre tavolini che ci sono.

Un martedì, Salvatore, mentre aspettavo che si cuocesse la mia pizza ai carciofi del martedì, mi ha detto sottovoce che Abdul è bravo anche se è maghrebino.

È un bravo toso, mi ha detto, anche se sè grèbbo

Io ho sorriso a sentirlo parlare quel mezzo dialetto stiracchiato. Lui tenta sempre di buttare qualche parola in dialetto, ma gli stona proprio in bocca, si sente che non gli appartiene.

Si vede, gli ho risposto, ma in realtà pensavo che anche lui è un brav’uomo anche se è terrone. Certo, la mano sul fuoco non la metterei nemmeno per lui, perché si sa che quelli lì sono gente che proprio tende ad essere falsa, però, così, come impressione del martedì, diciamo che è buona. Sicuramente molto meglio di Luca, il ragazzo di Spizzico del giovedì, o anche di quella di Sara, la ragazza del tè della domenica, che non sorridono mai. Mi sa, a giudicare dai due giorni che li vedo, che sono depressi. D’altra parte i sintomi ci sono: umore depresso per la maggior parte del giorno, marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività, insonnia, rallentamento psicomotorio, affaticabilità. Insomma, mi sa che Sara e Luca non marcano mica tanto bene, stando a quello che so. Che poi, personalmente, non ne so molto di queste cose, però un po’ me le ero studiate tempo fa. Mi ero preso un manuale di tale Glenn O. Gabbard, che dal titolo era come un manuale diagnostico, ma più dinamico e avevo pensato sarebbe stato più veloce, più avvincente. Solo dentro ho scoperto che per dinamico intendevano una branca della psicologia, ma ormai, avevo speso un sacco di soldi e me lo sono letto.

L’avevo preso dopo che mi aveva lasciato Marta. Era un lunedì, mi ricordo perché alle 12 e trentacinque ero andato a mangiare i tramezzini del lunedì da Carlotta e piangevo talmente tanto che a stento riuscivo a masticare quello maionese-pollo-curry.

L’avevo preso, il manuale, non il tramezzino, perché lei mi aveva detto che non ne poteva più di me e di tutte le mie manie, di tutte le mie rigidità.

Io non ce la faccio più di non poter mangiare la pizza al lunedì perché bisogna mangiarla al martedì, aveva detto, non ce la faccio.

Poi era scoppiata a piangere e aveva anche aggiunto che dovevo farmi curare, che ero un ossessivo del cazzo e che non era proprio più possibile. Alla fine, aveva preso la sua borsetta e se ne era andata.

Io ero rimasto senza parole. Cosa avrei dovuto risponderle? Cosa avrei dovuto dirle? Cambierò mangeremo la pizza anche alla domenica? No, non sarei riuscito. Come si fa a mangiare la pizza alla domenica, quando il pranzo sta alla carne e la cena ai toast? Come? Mi chiedo, eppure pare che lei volesse proprio quello, infatti se ne andò.

Quanto ci rimasi male. Quel giorno non andai al lavoro e la sera non mangiai nemmeno una fetta di affettato del lunedì, nemmeno una. Mi sentivo come un nodo all’esofago che non mi faceva passare niente. Era come se quella valvola che alterna cibo e aria, quella che non fa andare il mangiare e il bere nei polmoni, si fosse bloccata a ostruire il buco del cibo.

Per tutto il pomeriggio camminai senza meta, fino alle sette di sera, quando entrai in libreria e, preso dalla curiosità di capire qualcosa di quella questione dell’ossessione, comprai il manuale diagnostico di Glenn O. Gabbard, Psichiatria psicodinamica.

Psicodinamica sarà una cosa veloce, avevo pensato, una cosa frizzante.

Appena uscito presi subito l’autobus per tornare a casa e, una volta arrivato, nonostante fosse ora di cena, mi misi sul divano e iniziai a leggere.

Secondo l’autore, le attività ripetitive che fanno gli ossessivi-complulsivi come me, sarebbero legate all’angoscia, sarebbero fatte proprio apposta per alleviarla. Addirittura, in un pezzo citato, un tale Nemiah dice che il paziente con una nevrosi ossessivo compulsiva si ritira dalla posizione edipica e regredisce lungo la via dello sviluppo psicosessuale alla fase anale.

Finito di leggere queste poche righe, posai subito il libro e mi raggomitolai su me stesso. In tv trasmettevano una puntata del telefilm Rex, ma io non la seguivo. L’unica cosa a cui riuscivo a pensare era che, cazzo, ero matto.

Alessandro Busi

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