Trasformazioni sociali

Salve, sono Luca e questa è la mia storia: mio nonno è morto sul lavoro, mio padre è morto di lavoro e io…

Mio nonno, Alberto Alce, quando è morto, aveva cinquant’anni. Lavorava in cava da sempre e sapeva che sempre ci sarebbe stato. Era un uomo chiuso e nerboruto. Era uno che la mattina faceva la sosta all’osteria per farsi riempire il fiasco di vino da bere con il suo amico Mario durante la pausa pranzo, ma che nonostante ciò lavorava come un mulo per mantenere moglie e cinque figli.

Il giorno che è morto era un giorno d’Agosto. Il caldo torrido asciugava gli operai ed il sole, al picco del mezzogiorno, gli rendeva la pelle nera come il carbone, dandogli la tipica abbronzatura sporca da poveracci, diversa da quella lucida dei ricchi.

Comunque, il caldo stava facendo friggere il cervello a tutti e Alberto, che era davanti alla gru di Mario, gli urlava le direttive per riuscire a mettere il blocco di marmo esattamente sul rimorchio del camion.

“Avanti… un po’ più a destra… un po’ a sinistra… No!”

Il NO gli uscì dallo stomaco, raschiò la gola, fino a disperdersi nell’aria come l’ultimo ruggito del leone ferito.

Uno dei ganci di metallo, a causa del caldo, si era smollato fino a cedere, lasciando così scivolare il grosso blocco di marmo che schiacciò il corpo di mio nonno, dai piedi fino al collo. Nei due giorni di visione del morto che precedono il funerale, mio nonno non l’hanno esposto, perché il corpo gli si era distrutto e anche in faccia gli erano scoppiati tutti i capillari.

Anche mio padre non l’abbiamo messo in mostra, lui, però, è morto di morte lenta e dolorosa.

Lavorava alla Pirelli da ventinove anni, quando ha smesso. Lavorava in un reparto particolare, dove scioglievano e rimescolavano i vari tipi di gomme per fare i copertoni, e lo pagavano bene. Era il reparto dove pagavano meglio in tutta l’azienda, però, quasi nessuno di loro è arrivato alla pensione. Quando si soffiava il naso gli scendeva il muco nero e alla mattina  mia mamma era costretta a cambiare le lenzuola, perché lui aveva lasciato la sua sindone di polveri scure. Quando aveva smesso, era anche iscritto al sindacato e diceva che il sindacato era una cosa importantissima, perché:

se non vuoi fare la fine del topo come tuo nonno, bisogna lottare sempre

Con il suo lavoro, straordinari compresi, aveva fatto studiare i due figli, pagava agevolmente l’affitto, aveva portato qualche volta in vacanza tutta la famiglia ed era riuscito a permettersi gli elettrodomestici necessari: frigorifero e lavatrice.

Aveva tanti motivi per lavorare, ma un giorno dovette smettere. Mi ricordo ancora i singhiozzi profondi e acuti di mia madre, quando lui aveva pronunciato la parola del terrore: cancro. Cancro ai polmoni, come altri tre suoi colleghi nello stesso anno e come altri dieci l’anno seguente. Ce ne vollero una quarantina, più o meno, per far sì che il sindacato obbligasse l’azienda a far mettere almeno delle mascherine agli operai di quel reparto.

Come dicevo prima, anche il suo corpo non fu messo in mostra, infatti, nei due mesi che trascorsero tra la cessazione del lavoro e la cessazione della vita, il tumore, oltre a rodergli i polmoni, fino a fargli sputare sangue e carne nera, riuscì a sfigurarlo completamente.

Io i consigli di mio padre, quelli di iscrivermi al sindacato, non li ho seguiti, perché tanto ho tre lavori e tre contratti, ma in nessuno di questi è più contemplata la mia libertà di sciopero. Giusto per non tediarvi troppo vi descrivo, così, un po’ schematicamente, la mia giornata tipo.

Mi sveglio alle 07.30 e, dopo una veloce colazione, mi lancio al primo lavoro: telefonista in per una ditta che vende aspirapolveri. In pratica devo convincere delle casalinghe disinteressate a far andare da loro un nostro rappresentante per una dimostrazione gratuita. Vengo pagato con un fisso da ridere e una provvigione, ovvero un modo nuovo per chiamare il cottimo. A mezzogiorno finisco e passo dal Mc Donald’s, dove pranzo quotidianamente. Aspettate, non giudicatemi subito dicendo che sono un qualunquista e che le multinazionali sono da boicottare, anch’io sono Komunista kome voi. Il punto è che nella mia città, solo lì mi posso mangiare un panino che costi cinquanta centesimi. Bene, finito il pranzo, bruciori di stomaco annessi, mi reco al secondo lavoro: cassiere dall’una alle sette di sera in un piccolo Despar del centro. Vi dirò che qui mi rilasso abbastanza. Certo, non ho ancora capito perché mi abbiano detto che, per la mia assunzione, ha svolto un ruolo fondamentale la mia laurea in psicologia, comunque diciamo che qui non è male. Una volta finito, tempo mezz’ora, devo essere velocemente alla Pubbl., l’azienda pubblicitaria dove, dalle 19.30 alle 22.00 faccio sondaggi telefonici su vari prodotti, mentre dalle 22.30 alle 02.00 imbusto le pubblicità di alcune ditte.

Ecco, dalle 02.30 alle 07.30, poi, dormo.

Ovviamente, tutto ciò non lo faccio né per mantenere una famiglia, né per mettere da parte i soldi in previsione di farne una, dato che potrei essere licenziato da un giorno all’altro. Con i 750 euro che riesco a tirare su mensilmente pago affitto e bollette e, se ci sta, qualche birra il sabato.

Comunque ora è giunto il momento di salutarvi, perché il dottore dice che dopo il mezzo infarto che ho avuto l’altro giorno, non mi devo affaticare, altrimenti faccio la fine dei miei avi, solo con una ventina d’anni di anticipo.

Alessandro Busi

Intervista doppia

22 settembre 2009

Intervista doppia

Nome?

Luciana

Adina

Cognome?

Tocan

Salah

Quanti anni hai?

32

32

Da dove vieni?

Padova

Casablanca, in Marocco

Da quanti anni sei in Italia?

Da sempre

Da tre anni, siamo arrivati tre anni fa io e mio marito dal Marocco.

Che lavoro fai?

Casalinga, Luigi non voleva assolutamente che lavorassi, dice che dovevo stare con i bambini, diceva.

La badante, tengo una signora anziana che non può muoversi. Le do da mangiare, sistemo casa, faccio tutte le cose, insomma.

Tuo marito come si chiamava?

Luigi, Luigi Carino

Abdul Massoud

Quando vi siete conosciuti?

Ci siamo conosciuti dodici anni fa, quando lui era a Padova a fare il militare, poi ci siamo sposati sei anni fa.

Ci siamo conosciuti alle scuole superiori, lui era un anno sopra di me. Poi ci siamo sposati quattro anni fa, un anno prima di venire in Italia.

Che lavoro faceva tuo marito?

Luigi era sottufficiale maresciallo ordinario dell’esercito, da un paio d’anni e faceva le missioni all’estero.

Abdul era ingegnere, ma in Italia faceva il muratore. Lui usciva la mattina e sempre mi diceva, speriamo bene, e poi andava nella piazza dove passano a prenderli e andava nei cantieri qui intorno.

Perché tuo marito faceva quel lavoro?

Per tanti motivi. Un po’ per i soldi, un po’ perché da dove veniva lui, l’esercito è l’unico lavoro, un po’ perché amava la sua nazione, si sentiva italiano ed era fiero di esserlo.

Come perché? Per mangiare e perché, se sei clandestino, non ti danno un lavoro migliore. Se sei clandestino sei come uno schiavo, non hai diritti.

Come è morto tuo marito?

Luigi è morto in Afghanistan, durante la missione di pace. Era dentro nel furgone blindato, che quando lo sentivo mi diceva sempre che era il più sicuro del mondo, ed è esploso in un attentato.

Abdul è morto con la testa rotta caduto da un ponteggio, sono sicura. Loro lo facevano lavorare senza casco e niente. Poi quel giorno pioveva e era tardi, erano tante ore che lavorava. Però, ufficialmente, l’hanno trovato su un marciapiedi con la testa rotta, lasciato così, come un cane.

Come hai saputo della morte di tuo marito?

Io avevo visto che c’era stato un attentato e guardavo la tv. Mi sentivo come in un incubo. L’unica cosa che speravo era che non suonasse il telefono, quasi volevo staccarlo. Poi, dopo mezz’oretta, squilla e già sapevo, infatti, era il capo di stato maggiore che mi ha detto quello che doveva.

Ho visto che non tornava più a casa. Avevo sempre paura che potesse succedergli qualcosa e quella sera, alle nove, sono andata da Hamir, un altro ragazzo che lavorava spesso con lui e mi ha detto. Mi ha detto che era caduto dall’impalcatura e che il capo gli aveva ordinato di portarlo fuori dal cantiere. Poi hanno chiamato l’ambulanza che l’hanno portato via . Allora sono andata in ospedale, ancora non sapevo che era morto, ma era come che lo sapevo. In ospedale non volevano farmelo vedere perché non c’erano documenti che era mio marito, poi è stata un’infermiera che me lo ha detto.

Che tipo di trattamento hai avuto dopo la morte di tuo marito?

A lui e agli altri cinque soldati morti con lui, hanno fatto i funerali di Stato, come meritava. Devo dire che ho trovato molta solidarietà, sia dalle persone, sia dalle istituzioni. Molta.

In ospedale mi hanno interrogato, per sapere chi era mio marito e chi ero io. Poi hanno visto che eravamo clandestini e basta. Mi hanno detto che non poteva essere vero che era morto in cantiere, perché tutti gli operai avevano detto che non l’avevano mai visto prima. Io ho detto che non sapevo e basta, che non sapevo più niente.

Cosa speri per il tuo futuro?

Cosa vuole che speri? Spero che le promesse di sostegno diventino vere e che questa solidarietà non finisca. Spero solo questo, che la nazione per cui Luigi ha dato la vita, non si dimentichi di noi. Solo questo, perché, per il resto ho solo il mio dolore da vivere, che è immenso.

Non spero niente. Niente. So solo che verrò mandata via dall’Italia e non vedo l’ora, è stato l’errore più grande venire qui. Là stavamo male, ma qui eravamo bestie senza diritti. Non spero niente, tanta solitudine e dolore, ma di speranza proprio, zero.

Alessandro Busi

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