Ecco la seconda parte di Bruci la città, pubblicata anche questa sul blog del collettivo Scrittori Precari. La prima parte la trovate qui

e qui. Buona lettura e ricordate: mancano solo 365 giorni alla fine del mondo.

Bruci la città #2

Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida, che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.

Una volta, per esempio, qualche anno fa stavo assieme ad una ragazza che era proprio carina. Spesso pensavo che era una ragazza carina, fatta bene esteticamente e non male nemmeno di testa. Un giorno, però, mentre prendevamo una cioccolata calda in un bar, mi venne in mente un modo di dire che si usa dalle mie parti, che sta a significare che c’è un’età in cui le ragazze sono belline, ma poi si sformano. C’è un’età in cui le ragazze hanno la bellezza dell’asino, si dice, che finché regge, regge, ma poi si sgretola e allora si capisce se la ragazza è veramente bella, oppure no. Ricordo che mentre mi pulivo i baffi dalla cioccolata, rimasi un paio di secondi a fissarla e non era più come era sempre stata. La vidi improvvisamente deforme, picassiana. I suoi occhi si tramutarono in quelli tristi e incavati dei Sussex Spaniel, così come i suoi capelli mossi, che mi erano sempre sembrati così belli, ora erano tali e quali ai peli che hanno quei cani sulle orecchie. Le sue guance arrotondate le vidi scendere sotto il peso della forza di gravità e degli anni, e i suoi fianchi si gonfiarono come un palloncino riempito d’elio. Il seno lo vidi crollare e implodere e, nel momento in cui mi sorrise, mi parve che la distanza fra un dente e l’altro fosse incolmabile. Finita la cioccolata, mentre la riaccompagnavo a casa, le dissi con tono grave, RagazzaCheEriCarina, dobbiamo parlare. Lei, che aveva capito l’antifona, iniziò subito a piangere e la vidi ancora di più deformarsi, ma non le dissi questo. Le raccontai che avevo bisogno di stare da solo, di pensare a me stesso, di sperimentare la solitudine per entrare in contatto con la vera essenza dell’essere umano. Lei mi guardò male e mi chiese con tono scocciato se avessi un’altra, se l’avessi tradita. Le assicurai di no, ma non mi credette e, da quel giorno, non ci vedemmo più.

 /

Quest’anno per Natale, ho fatto una pianificazione che mi pare abbastanza buona. Calendario alla mano, ho definito i momenti della giornata e della settimana in cui è possibile uscire di casa per fare compere e quelli in cui è meglio evitare. Siccome non lavoro a tempo pieno e siccome, anche grazie alla crisi, i negozi in questo periodo sono aperti sette giorni su sette per ventiquattr’ore al giorno, ho potuto scegliere i momenti migliori in cui agire. Nella fattispecie, ho deciso che la mia operazione acquisti natalizi prenderà vita nei giorni di lunedì e martedì, privilegiando le mattine, più che i pomeriggi.

Per questo, stamattina, sto seduto ai tavolini esterni di un bar proprio in mezzo alla via delle boutique. Aspetto il mio caffè e vedo passare una coppia di anziani distinti con un cane magrissimo e slanciato, con il pelo grigio, e l’espressione aristocratica, che indossa un maglioncino blu con una M bianca. Nonostante lui, o lei, tiri il guinzaglio, i due padroni si fermano a guardare una vetrina nella quale ci sono delle borse appese con dei fili da pesca. Nei cartellini di quella vetrina, avevo visto prima, i prezzi delle borse vanno dai millesettecento euro, ai tremila euro. La donna entra, mentre il compagno rimane ad aspettare fuori con il cane. Entrambi stanno fermi immobili, in una postura simile, e guardano la porta che si richiude.

Proprio in questo momento, vedo due lucine rosse, piccolissime, comparire sulle teste del cane e dell’uomo, che non se ne accorgono e, prima che possa dirglielo, le loro teste vengono trapassate da qualcosa che non capisco. Uno schizzo di sangue inizia a uscire dai fori sulle loro tempie, mentre i corpi si accasciano a terra come sacchi vuoti. Come in un’azione terroristico-pirotecnica preparata, vedo tutte le vetrine che esplodono contemporaneamente e i vetri che inondano i pochi passanti. Le persone ferite iniziano a urlare e a tamponarsi con i regali che hanno nei sacchetti. Una donna si tampona la fronte con le prime pagine del nuovissimo libro di Bruno Vespa. Un ragazzo prende una fila di luci per albero di natale e se la lega all’altezza del bicipite destro, a mo di laccio emostatico, per interrompere l’emorragia. Nel frattempo, tutti gli oggetti e gli allestimenti dentro le vetrine iniziano a bruciare, senza che nessuno gli faccia nulla. L’odore acre della plastica e della carta e del legno si fa sempre più forte, assieme al fumo che esce da tutti i negozi della via. I commessi scappano fuori a respirare e tossiscono piegati sulle ginocchia, quasi soffocando e sputando nero. Alcuni, nel tentativo di salvare i prodotti, hanno gli abiti mezzi bruciati e si lamentano per le ustioni. Le fiamme si fanno sempre più grandi e inizia a far caldo. Mentre mescolo lo zucchero di canna che ho messo nel mio caffè espresso macchiato latte caldo, sento il rumore dei primi crolli strutturali. I soffitti cadono su loro stessi. I rumori di vetri rotti e di lamiere schiacciate si mescolano nelle orecchie. Penso che si sta distruggendo tutto. Tutto il Natale sta andando in fumo. In mezzo alla via, l’albero grande pieno di palle rosse, brucia come un falò a forma di pino dal quale scoppiano, in piccoli coriandoli taglienti, gli addobbi di vetro non temprato. Penso che non rimarrà più nulla, se non gente ferita, qualche vittima, persone senza lavoro e locali distrutti. Penso che sarà una perdita immensa per tutte le aziende e che alla tv daranno notizie allarmanti. Penso che intervisteranno persone che piangeranno e parleranno con espressione incredula e basita. Penso che senza i regali, alla fine dei pranzi natalizi si creeranno dei momenti di imbarazzo e di silenzio, che culmineranno nella sensazione di stare vivendo un Natale rovinato. Penso che il fumo nero che mi inonda inizia a bruciarmi la gola e a farmi piangere gli occhi. Li chiudo. Metto una mano a coprire la tazzina, per far sì che il caffè non venga contaminato dal sapore acre del bruciato. Inspiro due volte, profondamente, e sento l’aria fredda di dicembre che mi entra nei polmoni.

 /

Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida, che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.

Dopo il terzo respiro, apro gli occhi. L’uomo anziano e il suo cane aristocratico sono ancora in piedi ad aspettare la donna che fa compere nella boutique. L’albero di Natale continua ad illuminare di bianco la foschia umida della mattina. Una commessa pulisce con il Glassex e la carta da giornale la vetrina del negozio dove lavora.

Scuoto la testa e penso che dovrei smettere di immaginarmi le cose in questo modo. Bevo il caffè tutto d’un sorso e mi alzo. Controllo sulla lista il primo acquisto che devo fare. È un disco di Tiziano Ferro, per mia cugina di quindici anni.

Sarà contentissima quando le darò questo regalo, penso, prima di sistemarmi per bene la sciarpa, onde evitare di ammalarmi.

Alessandro Busi

Questa è la prima parte di un racconto che è pubblicato anche sul blog del collettivo Scrittori Precari. La seconda e ultima parte la pubblicheremo mecoledì. Stay tuned.

Bruci la città #1

Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida, che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.

A volte, per esempio, a volte vado in giro in bici per delle strade che hanno dei paletti grigi per delimitare il marciapiedi, e inizio a pensare a cosa succederebbe se, mentre una macchina mi sorpassa, cadessi su uno di quelli. Mi immagino che picchio la tempia destra sull’angolo fra la plastica dura che fa da tappo al paletto cavo e il ferro mal levigato. Mi immagino che la bici vola via in mezzo alla strada e viene schiacciata da un’auto che sopraggiunge e che fa il rumore stridulo dei freni che bloccano le ruote. Mi immagino che chiudo gli occhi e cado a terra, grattandomi d’asfalto le braccia e le gambe. Mi immagino che con lo sterno vado a sbattere contro il paletto successivo e che si sentirebbe il rumore di ossa rotte, se non fosse per quello di ferraglia della bici schiacciata dalla macchina che assorda tutto il resto. Mi immagino che picchio la testa anche contro l’angolo del marciapiedi e che mi si rompono i denti. Mi immagino gli incisivi coperti dal sangue che presto si raggruma. Mi immagino un’inquadratura dall’alto, che si allontana sempre più dalla prospettiva del protagonista, che poi sarei io, fino a far diventare quel corpo morto come un puntino sulla strada grigia.

Io, a Natale, anzi, prima di Natale, tipo a settembre, spesso penso: oggi vado a comprare i regali di Natale, così poi quando c’è tutta la ressa in giro, io me ne sto a casa. Poi succede che dico, vabe, dai, vado domani, tanto ne manca di tempo, e così arrivo irrimediabilmente alla settimana di fuoco dell’assalto agli acquisti che ancora non ho comprato nulla. Che ad essere sincero, io piuttosto farei come mia nonna, darei la bustina con i soldi a tutti, che almeno non dovrei immergermi nella folla acquirente, ma come fai? Non si può. Per fare la bustina devi avere una certa età e un certo rapporto con la persona a cui la dai, mica puoi dare ad un collega a cui fai un regalo da quattro euro, una bustina con dentro i due dobloni.

Così mi tocca uscire. Mi infilo nei negozi. Rifiuto tutte le offerte di acquisti solidali, per beneficenza, per il paradiso, per il bambin Gesù e chissà cos’altro. Mi incuneo sotto le ascelle dei ragazzi alti e sguscio come un’anguilla fra i maniglioni antipanico dell’amore delle ragazze grasse e glitterate. Studio accurati piani d’azione prima di uscire, o entrare in un negozio. Non lascio mai nulla al caso. Salto le automobili che potrebbero investirmi, pur di non camminare sul marciapiedi, e, come fossero liane nella giungla, sfrutto i cavi elettrici e del telefono per spostarmi da un posto all’altro. Faccio parkour, mi infilo nei tombini, entro nei tubi dove i cassieri spediscono i soldi della giornata, percorro le vie di aerazione, mi faccio telematico e mi trasmetto via wifi, divento bit, divento profumo di pandoro caldo col gelato, mi trasformo in canzone natalizia, divento scontrino, divento pos, divento carta da regalo, divento respiro e sospiro per un regalo desiderato che non arriverà, divento aspettativa, divento delusione anticipata, divento amore e divento odio, mi materializzo nelle luminarie natalizie e mi smaterializzo nella rifrazione della luce, divento albero per riposarmi e guanti per scaldarmi, divento il vischio che orna vetrine dei negozi e il palloncino a forma di babbo natale che vola via dalle mani disattente di un bambino. Divento tutto ciò che rappresenta il Natale, perché come dicevano gli indiani – a dire il vero non so se lo dicevano gli indiani, ma spesso si dice così – se non puoi vincerli, fatteli amici. Così, io, per farmi amico il Natale, divento lui stesso.

Divento, poi, a me piace raccontarla così, perché un po’ fa figo, ma mica è vero che divento il Natale. I ragazzi alti mi bloccano la visuale e le ragazze grasse e glitterate non mi fanno arrivare a prendere i prodotti che vorrei. Quando cammino per strada sto sul marciapiedi, che chi va piano, va sano e va lontano e non si fa investire, e quando trovo le coppie che si tengono per mano o a braccetto, non provo nemmeno a superarle, ma mi metto dietro, rassegnato al mio destino e consapevole che non mi lasceranno mai un varco.

L’altro giorno, per esempio, ero in mezzo alla ressa davanti ad un negozio di chincaglierie di terracotta e legno dalle forme arrotondate, e volevo entrare. Mentre stavo tranquillo in coda, ero spinto da dietro da un ragazzo con un forte mix di sudore e profumo, verso i capelli ricci e, posso dire a ragion veduta, insapori, della ragazza di fronte, quando una signora non tanto alta con indosso una pelliccia marrone con striature di varia tonalità, mi sfrecciò vicino come una saetta, sfiorandomi il braccio. Poco dopo, mi sentii spinto nel costato da una borsa di carta spigolosa. Mi voltai. Un uomo alto un metro e sessanta, o giù di lì, paffuto, calvo e rosso paonazzo in volto, procedeva, chiedendo scusa come fosse un mantra, con cinque sacchetti tenuti con le braccia alte sopra la testa, così da riuscire a sgusciare fra le persone. Mentre mi stava accanto, provai a guardare dalla sua prospettiva: in linea d’aria, il suo sguardo teneva sotto puntatore la donna-saetta di prima. In poco tempo, anche lui si dileguò nella folla, finché riconobbi la busta marrone di Louis Vuitton fermarsi davanti alla porta di un negozio di vestiti. Sempre assaporando e masticando come fossero una chewingum, i capelli della mia dirimpettaia di coda, pensai che quella coppia era una vera macchina da guerra del Natale, completamente coordinata nei movimenti e con i ruoli pianificati fino al millimetro. Io non ci riuscirò mai, mi dissi, e continuai a masticare.

Alessandro Busi

Ci sono delle cose che si devono fare.

Damiano controlla l’ora sullo schermo. Mancano quindici minuti alle sedici.

Mario, suo vicino di scrivania, indossa un cappello rosso con un batuffolo di cotone sulla punta. Mario è sempre stato natalizio e in ufficio, fin dai primi tempi, è sempre stato quello che alla vigilia portava panettone e spumante per tutti. Poi, nel pomeriggio, il suo rito si concludeva con la vestizione di un cappello da Babbo Natale e di un sorriso accennato e costante. Ciò che più amava Mario era poi salutare tutti i colleghi augurando loro le migliori feste di sempre, augurando loro di godersi le rispettive famiglie, il calore dei propri affetti e l’amore che solo i momenti vicino al camino acceso, con i propri cari tutti attorno, sanno dare.

Damiano, dopo quindici anni di discorsi di vigilia di Mario, aveva iniziato a prenderli un po’ sottogamba, ma lo emozionavano comunque.

Incrocia il suo sguardo e gli sorride.

È proprio un brav’uomo , pensa.

Riprende il mouse e va sulla x in alto a destra del suo Excell. Pensa che può chiudere, che può crogiolarsi qualche minuto, prima di uscire. Mancano sette minuti alle sedici.

Apre la sua casella mail, damianoroversi_1955@libero.it, e trova sedici messaggi non letti.

A dire il vero , avrebbe detto se gli fosse stato chiesto, a dire il vero io non la uso mai la mail, la uso solo per vedere i messaggi che mi mandano i colleghi e le offerte di Infostrada, ma non è che sono un ragazzino che usa la posta elettronica, non ci capisco neanche tanto, a dire il vero.

Sua sorella Lorella aveva mandato un messaggio di auguri a tutta la sua rubrica. Conteneva un allegato in cui, in una stanza con un camino, la sua faccia sul corpo di Babbo Natale e la faccia della sua bambina sul corpo di tutti i folletti, ballavano scanzonate sul ritmo di Jingle Bell Rock.

Damiano fa fatica a trattenersi dallo scoppiare a ridere e pensa che sarebbe stato bello se sua sorella avesse trovato un uomo con cui vivere e magari risposarsi. Pensa che ha proprio voglia di vederla domani a pranzo, lei e la sua nipotina Sabrina, e che il suo proposito per l’anno nuovo sarà di vederle più spesso, che lui è la loro famiglia e deve stargli vicino.

Controlla l’ora sullo schermo. Mancano due minuti alle sedici. Mario ride mentre invia ai suoi figli su Facebook un video di una renna ubriaca che canta Silent Night. Ride tanto che ha le lacrime agli occhi e, solo a guardarlo, anche a Damiano viene da ridere. Voltandosi a destra, vede che nell’ufficio a fianco, separato da tramezze trasparenti e zigrinate, hanno già indossato tutti il cappotto.

Inizio a vestirmi anch’io, va, pensa.

Si alza e prende dall’attaccapanni il suo montgomery verde scuro. Dopo averlo indossato, allaccia uno ad uno i bottoni fatti a forma di zanna d’elefante in miniatura. Si risiede e spegne il pc. Allo scoccare esatto delle sedici, il rumore delle poltrone in tutto l’edificio rimbomba, assieme alle voci festanti degli impiegati, che si salutano come all’ultimo giorno di scuola. Tutti carichi di aspettative verso il periodo che ha da venire: ognuno con la propria storia, la propria immaginazione in testa, e con la convinzione che, quest’anno, si avvicinerà davvero a quello che ha sempre sognato.

Damiano e Mario si salutano con un abbraccio virile e, prima di vedere il collega uscire, Mario fa suonare il campanellino che ha attaccato al berretto. Damiano si gira e gli sorride, lo indica con l’indice destro e uscendo scuote il capo in maniera bonaria, come a dire, che matto quel Mario.

 #

Alla vigilia, col fatto che nessuno fa gli straordinari, c’è sempre la coda per uscire dal parcheggio, ma nessuno suona, nessuno fa gestacci, tutti stanno chiusi nei rispettivi abitacoli a fare le loro cose. Chi ascolta la radio, chi la musica, chi parla al cellulare, chi tamburella sul volante.

Damiano regola l’aria calda al massimo e si soffia nelle mani messe a cono per scaldarle dal volante freddo. Prende dal cruscotto il live dei Nomadi Nomadi & Omnia Symphony Orchestra live 2007 e mette il secondo disco, l’ultimo pezzo. Io vagabondo inizia a risuonare nell’abitacolo, mentre l’auto procede a passo d’uomo. Dietro di lui, dallo specchietto retrovisore, vede una donna che sa lavorare all’ufficio risorse umane che muove le labbra. Dalla sua visuale non riesce a vedere l’auricolare, ma presume l’abbia indosso. Non sa di cosa parli.

Magari sta progettando un omicidio, pensa, che stupidate che mi vengono in mente alle volte!, si ammonisce e torna a prestare attenzione alle parole della canzone.

Il deserto mi sembrava la città, muove le labbra come pronunciasse i versi del pezzo, ma non emette nessun suono.

Dal nulla irrompe il rumore mono-tonale della suoneria del suo cellulare. È la melodia di The final countdown. Gliel’aveva messa suo figlio, Luigi, al suo scorso compleanno, quando gli avevano regalato quel cellulare. Agitandosi e senza togliersi la cintura di sicurezza, prova a recuperare il telefono dalla tasca. Sposta il cappotto. Si inarca sulla destra, dove sente vibrargli la coscia. Affonda la mano nella tasca profonda. Vede che le auto davanti a lui iniziano a muoversi e si muove a sua volta. Prende il telefono e se lo rigira sulla mano, mentre questo continua a suonare. L’auto davanti si ferma. Damiano vede che sullo schermo lampeggia la scritta Rita cell, sua moglie, e frena bruscamente all’ultimo secondo. Con un gesto della mano si scusa con l’autista davanti che probabilmente non si è accorto di nulla. In volto è paonazzo e con la mano con la quale tiene il cellulare fa un gesto di scusa anche alla signora dietro di lui. Abbassa il volume della musica.

Ciao Rita, dice tradendo il suo accento veneto, dimmi, che quasi mi facevi fare un incidente.

Rita, con accento napoletano e tono preoccupato, gli chiede se vada tutto bene. Damiano, ripartendo e tenendo il telefono fra l’orecchio e la spalla, le dice che è tutto apposto, di non preoccuparsi.

Cosa volevi? Dimmi, riprende con tono più calmo.

Damià, risponde Rita, riesci a passare a prendere un pupazzo per il bambino della Gianna, che vengono anche loro a cena stasera?

Damiano le dice che non avrebbe nessuna voglia di vedere Gianna, che parla sempre un sacco, che avrebbe preferito passare un po’ di tempo solo con lei e Luigi, che Luigi lo vedono poco da quando va all’università. Lei controbatte che anche lei avrebbe preferito, ma che le dispiaceva lasciarla a casa da sola.

Lo sai che da quando Antonio l’ha lasciata…

Ma sì, dai, va bene, accondiscende, con la sensazione che ci sono delle cose che si devono fare nella vita, mi fermo al giocacenter sulla strada.

Rita lo saluta ringraziandolo e riattacca.

Damiano poggia il telefono nel portaoggetti e fa ripartire Io vagabondo dall’inizio. Alza il volume e svolta a destra.

 #

All’ingresso del negozio, il taglia-aria gli scompiglia i pochi capelli bianchi che gli circondano la pelata centrale. Con la mano destra se li sistema e procede avanti, lasciandosi dietro la porta scorrevole che si chiude automaticamente.

Si addentra nella prima corsia. Gli scaffali sono quasi vuoti. Pochi giocattoli spuntano solitari dalle mensole. Mentre va verso il fondo, dove c’è il cartello con la scritta peluches, incrocia un signore più giovane e più alto di lui.

Se qualcuno gliel’avesse chiesto, lui avrebbe risposto che non ci vuole tanto ad essere più alto di lui, che è alto un metro e sessantacinque. Se qualcuno gliel’avesse chiesto, lui avrebbe risposto che non si fa fatica ad essere più magri di lui, dato che pesa ottanta chili. Se qualcuno gliel’avesse chiesto, lui avrebbe risposto che, nonostante questo, lui non è un brutto uomo, che i suoi lineamenti sono rimasti quelli di quand’era giovane.

L’uomo ha tutti i capelli castani in testa e indossa un cappotto grigio. Cammina veloce verso le casse, facendo echeggiare i tacchi delle sue scarpe di pelle. Sottobraccio ha una scatola grande de L’Allegro chirurgo.

Damiano rimane qualche istante a fissarlo e quasi si ferma immobile. Lo segue con lo sguardo e si ritrova come investito dai ricordi di quando era lui a correre a comprare gli ultimi regali per Luigi. Ripensa alle volte in cui non aveva trovato quello che gli aveva promesso e alla sua preoccupazione per la delusione che gli avrebbe dato. Ripensa a come avrebbe voluto evitare in ogni modo che suo figlio dovesse incontrare troppo presto la sensazione di sfiducia verso gli altri, ma ripensa a come si era dovuto adeguare all’inevitabilità degli eventi.

Perché non sono venuto prima? Cazzo, si diceva quelle volte, poi, alla mattina di Natale, sperava sempre di non scorgere l’inarcatura bassa della delusione negli occhi di Luigi. Ogni sorriso, quelle volte, gli sembrava valesse ancora più del solito.

È sempre stato un bravo ragazzo, si dice, interrompendo i ricordi, non avrei mai detto che girasse ancora L’allegro chirurgo.

Con un mezzo sorriso, chiude tra sé il proprio momento nostalgia e torna a camminare a passo spedito verso i peluches.

 #

Accanto a lui c’è un ragazzo che prende un panda alto un metro e se ne va.

Damiano inizia a guardare fra i pupazzi cosa potrebbe piacere al figlio di Gianna, controllando di non spendere troppo. Esclude quelli rosa e quelli che stanno sopra i venti euro.

Però che palle anche questi qui, si dice, vabe in fin dei conti è pur sempre Natale.

Soppesa se sia meglio una renna piccola, o un’alce un po’ più grande e dall’espressione simpatica.

È che mi scoccia dover dividere anche stasera.

Scelta la renna, valuta anche un cane bassotto ingrassato.

È che ci sono sempre delle cose da fare, delle cose che si devono fare, ma che palle, però.

Trova un altro cane che pensa essere ispirato al personaggio di un cartone animato, viola e scomposto nella fattura, caricaturale.

Ma ti immagini cosa avrei potuto fare se non avessi sempre dovuto fare? Chissà cosa avrei potuto fare?, inizia a chiedersi, che vita avrei potuto vivere?

Fra le mani tiene il cane viola e un pupazzo di un ragazzino con con la testa a forma di pallone da rugby. Li guarda, ma non li osserva. Fissa il cane negli occhi. Pensa che nella sua vita avrebbe potuto fare il musicista, avrebbe potuto vivere chissà dove, avrebbe potuto vivere altre vite. Negli occhi neri del cane osserva il suo volto deformato. Si vede grasso, si vede calvo, si vede pieno di rughe che non aveva mai notato. Stringendo forte i due peluches fra le mani tozze, sente che le lacrime iniziano a uscirgli dagli occhi. Sente le labbra che gli si sformano nel pianto, ma non emette suoni, lascia che tutto gli scorra addosso.

Perché ho fatto queste scelte? Quali ho lasciato? Ma era quello che dovevo fare, pensa, era quello che dovevo fare.

Senza riflettere oltre, posa il pupazzo a forma di ragazzino sullo scaffale e prende dalla tasca un fazzoletto di tela. Si asciuga gli occhi e si soffia il naso.

Che stupido che sono, si dice, quante stupidate.

Con la testa bassa arriva alla cassa, dove paga senza guardare in faccia il cassiere, vergognandosi per i possibili segni di pianto che potrebbe lasciar trapelare.

Esce dal negozio e, stringendo a sé il cappotto per il freddo, attraversa quasi di corsa il parcheggio vuoto illuminato dalle luci a giorno delle insegne. Sale in macchina e la mette in moto. Prima di abbassare il freno a mano, rimane a fissare le vetrine del negozio. Chiude gli occhi. Inspira. Abbassa il freno a mano e riparte verso casa.

Alessandro Busi

Questo è un vecchio racconto sul natale, il precariato e i Babbi natale appesi sui balconi. All’epoca era stato pubblicato  sulla rivista telematica Il paradiso degli orchi

Esproprio proletario natalizio

1

Minchia che freddo…e per un gioco, poi…

Era attaccato alla ringhiera con una mano, nell’attesa che tutti se ne andassero.

Ma d’altra parte…se lui mi ha chiesto quello, devo cercare di averlo…

Sentiva l’aria che gli congelava le nocche delle dita, mentre la testa andava al figlio, Luca, che non aveva ancora l’età per capire, ma soprattutto per conoscere, il mondo di merda nel quale era nato.

Mario era appeso per una mano e con l’altra teneva il sacco di iuta riempito di polistirolo. Stava così da quasi due ore e si sentiva i crampi nello stomaco. Guardava il cenone natalizio della famiglia Roversi.

Dai che è fatta…manca  venti a mezzanotte…

Dalle finestre all’inglese vedeva la nonna che si metteva il cappotto aiutata dal nipote Andrea che, ad occhio e croce, aveva la stessa età del suo Luca. Antonio e Laura, mamma e papà del bambino e, rispettivamente figlio e nuora della nonna, stavano iniziando a sparecchiare la tavola imbandita.

Che cosa aspettate?!…

Come se avessero sentito i suoi pensieri, i Roversi, tutti pronti e agghindati al meglio, abbandonarono i propri compiti ed uscirono veloci e sorridenti, come atmosfera natalizia impone, per la messa di mezzanotte.

Mario vide il suv di Antonio allontanarsi lasciando dietro di sé la condensa dei gas di scarico.

2

“Mario, ma che hai?”

Giovanna era sua collega ormai da due anni, ovvero da quando era andato a lavorare nel call center Telecom della sua città. Entrambi si occupavano di questioni di carattere economico e lavoravano nelle due postazioni adiacenti.

“Ma niente…è che mi è arrivata la lettera per Babbo Natale da Luca…”

Deglutì amaro e sentì un sapore che nessuno gli aveva preannunciato quando gli raccontavano come sarebbe stato bello fare il padre. Nessuno gli aveva detto cosa poteva significare sentirsi un fallito, perché non si poteva permettere di fare un regalo al figlio. Nessuno gli aveva descritto le notti insonni, a rigirarsi il cervello su come potesse racimolare quei dannati duecento euro per prendere la Play Station a Luca.

“E va be…che sarà mai!…se ti serve qualcosa lo sai che puoi chiedere a me…”

Lui la guardò e la ringraziò con gli occhi, ma non disse nulla. Sapeva benissimo che anche lei faceva fatica ad arrivare a fine mese tra stipendio da fame, affitto e spese varie. La ringraziò con gli occhi, ma non disse nulla, perché non c’era nulla da dire e le parole non avrebbero fatto altro che aumentare la sua amarezza: un conto è pensarle le cose e un conto è dirle. Insomma, se lui avesse pronunciato una frase tipo Grazie Giovanna, ma spero di riuscire ad accontentare Luca con le mie forze, sarebbe stato come materializzare, con la potenza della voce, le paure che gli affollavano le notti.

Respirò profondamente, prese la cornetta e ripartì.

“Telecom buongiorno, sono Mario!”

3

Aspettò che, dell’auto, non si sentisse più nemmeno il rumore prima di staccarsi e saltare sul balcone di casa Roversi.

In primis, svuotò il sacco dal polistirolo lasciandolo volare via col vento: sembrava che nevicasse, come nei film di Natale, ma, come nei film, il tutto era assolutamente finto. Poi, come un vero Mc Giver, tirò fuori dalla tasca una forcina rubata ad Angela, la sua ragazza e, senza troppa fatica, aprì la portafinestra.

Ma che cazzo sto facendo?…

Mentre si accingeva a scassinare la serratura, il vetro scuro gli permise di specchiarsi a figura intera e di vedere uno spettacolo che lo fece rabbrividire: un uomo di trentacinque anni, cicciotello, con barba e costume da Babbo Natale, che si stava introducendo in una casa non sua per rubare un giocattolo ad un bambino.

Ma dove cazzo sono arrivato?…a che punto sono arrivato?…

La figura che vedeva nel vetro scuro, ad ogni pensiero che gli bruciava in testa, si ingobbiva visibilmente, come schiacciata da un senso di amarezza generalizzato e dalla consapevolezza istantanea di aver buttato la sua vita nel cesso e di aver tirato pure la catena.

Ormai è tardi per i ripensamenti…

Aprì la portafinestra ed entrò.

La casa era calda ed accogliente. Sul grande tavolo, coperto da una tovaglia natalizia con dei pini e dei babbi natale disegnati, c’erano le tazzine con i fondi di caffé ed i bicchierini che puzzavano di limoncello. Nell’angolo più lontano della stanza, l’albero di Natale con gli aghi ed il tronco di plastica,  si accendeva ad intermittenza e sotto, nell’attesa di un’imminente apertura, stagnavano i pacchetti regalo.

Mario pensò che Angela e Luca erano a casa senza cenone, senza albero e senza di lui. Pensò anche che il Natale era solo una merda per ricchi e che gli faceva schifo, e che era giusto che lui fosse lì a rubare la Play Station di quel bambinetto viziato, perché era solo un acconto che lui si riprendeva rispetto alle ingiustizie subite: esproprio proletario natalizio.

Dai Mario…non stare a pensare a cazzate, muoviti…

Arginate le congetture di giustizia sociale, si diresse verso l’albero.

4

“Vedrai che se glielo spieghi lui capisce…è un bambino intelligente…”

Giovanna aveva cercato di consolarlo durante la pausa caffé e gli aveva pure offerto un ciocappuccio per tirargli su il morale, ma non c’era stato modo.

“signor Ranza cosa le succede oggi?”

La voce profonda e forzatamente amichevole del capo si introdusse nel discorso.

[Corso di preparazione per futuri direttori di call center, lezione tre: cercate di creare un rapporto con i vostri dipendenti…parlate con loro nelle pause e fategli capire che  gli siete vicini…fatevi volere bene!]

“Ma niente…problemi natalizi…sa com’è?”

Mario cercò di tirare la bocca verso una smorfia simile ad un sorriso, ma le labbra gli risultavano pesanti come se ci fossero state due incudini appese agli angoli.

“Oh la capisco! Pensi che il mio Andrea mi ha chiesto la Play Station nuova…ma sa che costa più di duecento euro?…e poi adesso mi è pure toccato arrivare in ritardo al lavoro per prendere a mia moglie questo Babbo Natale, grandezza naturale, da attaccare al balcone…ma d’altra parte…Natale viene una volta all’anno!”

Il capo rise con le fauci larghe ed i denti bianchi ben visibili.

Mario lo guardava fisso e non capiva se era sincero, o se lo stava prendendo per il culo, ma non disse nulla. Annuì e buttò nel cestino il bicchiere di plastica marrone.

Anche il capo buttò il bicchiere e, con un augurio natalizio, congedò i due dipendenti, che lo salutarono a loro volta.

“Auguri a lei dottor Roversi”

5

Aveva aperto praticamente tutti i pacchetti, trovando una miriade di inutilità, fra le quali spiccavano: una cravatta rossa con delle piccole stelle comete ricamate sopra ed il libro di Bruno Vespa sulle abitudini culinarie della classe politica italiana.

Ma dove cazzo è ‘sta Play Station!

Era rimasto un solo pacchetto. Lo aprì ed eccola comparire in tutta la bellezza della sua confezione di cartone: la consolle più amata da grandi e piccini.

In uno slancio di affetto consumista, se la strinse al petto come se avesse avuto fra le braccia un bambino.

Finalmente…è fatta…

Fu proprio il sorriso di soddisfazione ad essere illuminato dalla luce azzurra che sembrava venire dal cielo.

Furono proprio i suoi occhi felici ad essere accecati da quel bagliore improvviso.

Furono proprio i suoi denti storti a cambiare colore e divenire, dal bianco gialliccio naturale, al blu polizia.

Cazzo la polizia!

Mario chinò il capo e si guardò dal collo in giù. Vide una specie i flaccido Buddha vestito come un buffone, che teneva in mano il dono natalizio di un bambino.

Si sentì una merda.

La porta di sotto fu abbattuta dai calci degli anfibi di Stato.

Non riusciva nemmeno ad immaginare come avrebbe fatto a spiegarsi in questura: sì, ho finto di essere Babbo Natale e poi mi sono introdotto per rubare un giocattolo per mio figlio…Nessuno gli avrebbe creduto. E cosa avrebbe detto ad Angela? E a Luca?

Gli scarponi che correvano su per le scale erano un rumore fortissimo e ripetitivo.

I poliziotti lo presero senza che lui opponesse alcuna resistenza. Aveva il capo chino in segno di resa: resa alla polizia e resa alla vita.

Non c’era più nulla da fare.

Non c’era mai stato nulla da fare: tutto questo era stato solo uno stupido gioco, un niente costruito dalla sua fantasia disperata, nel tentativo di mantenere una certa dignità davanti ai suoi familiari, ma non era possibile.

Quando uscì dalla porta, ammanettato e tenuto stretto per il braccio destro, c’era la famiglia Roversi al completo, Antonio compreso, che lo guardò e scosse il capo.

Mario non ebbe la forza di incrociare lo sguardo del suo datore di lavoro, ma, seguitando a fissarsi i piedi, salì sulla volante e fu portato via.

Alessandro Busi

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.