Questo articolo nasce dall’invito a artecipare ad un blog collettivo che racconti, riflett, analizzi questo movimento di adesso, con la sua compattezza globale e le sue marcate differenze territoriali. Questo blog si chiama No Claps e il mio pezzo lo trovate qui, ma se navigate trovate anche altri sul 15 ottobre italiano, oltre che su altri temi di questo occupy_movement.
What happened in my #15ott:
uscire dai manicheismi per occupare il nostro futuro.
All’inizio sono con gli studenti da Padova. Arriviamo alla Sapienza, dove il drago ribelle rosso ci sfila sotto gli occhi, assieme ad altre persone travestite in vario modo. Su un cassonetto c’è incollata una stampa in cui si vede il faccione di Foucault e sotto una frase: il sapere non è fatto per comprendere, ma per prendere posizione. Il carro degli Occupanti del Teatro Valle è una cosa unica nel suo genere, un’unione di allegria e malinconia, come si confa alla piazza di quel giorno.
Dalla Sapienza arriviamo in migliaia e dopo la seconda ora fermi immobili in Piazza Repubblica sotto il sole, con un’amica decidiamo di spostarci e andiamo dietro il camion del Global Project. Passiamo davanti allo spezzone di corteo della Fiom, che con il loro servizio d’ordine sembrano una testuggine da De bello gallico. In via Cavour troviamo uno scenario ancora caldo di fuoco e i pompieri che hanno appena finito di spegnerlo. Le carcasse delle auto puzzano di acre, di un acre che ti fa male al naso e proseguiamo. Guardo la A cerchiata sulla vetrina sfondata di una banca e non posso certo dire di aver provato sdegno o fastidio, anzi: un simbolo è andato a coprirne un altro. La marcia prosegue tranquilla. I reparti celere ci guardano da lontano, ma non sembrano intenzionati ad intervenire. Al telefono scherzo con la mia ragazza del fatto che, acquisiti i feticci fotografici delle auto bruciate e delle vetrine sfondate, ora pare tutto tranquillo. Attacco il telefono e inizio a vedere il fumo nero in fondo a via Labicana.
Avranno dato fuoco a un’altra macchina, mi dice la mia amica.
A giudicare dalla quantità di fumo, hanno dato fuoco a un pullman, le rispondo con tono ironico. Ridiamo.
Continuiamo ad avanzare e, fra i manifestanti sale la tensione, tanto che alcuni, dal nulla, corrono indietro, ma si calmano subito, mentre molti genitori con i ragazzini abbandonano il corteo. Il servizio d’ordine del GP si schiera e proseguiamo. Sul palco salgono gli Assalti Frontali e la gente li segue in un rifacimento per l’occasione di Roma Meticcia. Facciamo cinquecento metri e alcuni iniziano a gridare via, via e tutti si spostano ai lati. Le sirene di una o due – non ricordo, ma mi pare due – volanti tagliano per il lungo il corteo, ad alta velocità e alcuni ragazzi gli lanciano sassi e bottiglie. Alzo gli occhi e abbasso subito la testa, perché vedo una pioggia di vetri che mi vola addosso. In quel momento vengo schiacciato da altri manifestanti contro una punto bianca, mentre in mezzo alla strada si alternano lacrimogeni e bombe carta e sassi e bottiglie. Sentendo schiacciate le gambe, salgo sul cofano della Punto e salto dall’altra parte. Il fuoco continua e l’aria diventa irrespirabile. Mi sollevo sopra il naso la sciarpa che avevo al collo e provo a divincolarmi. Prendo una piccola via laterale che pare tranquilla. Chiamo la mia amica e le dico di raggiungermi, ma, esattamente in quel momento, mi giro e vedo una persona che butta qualcosa sotto una macchina dalla quale inizia ad uscire del fumo. Me ne vado anche da lì e le dico di non raggiungermi. Ci ritroveremo solo al pullman per il ritorno.
Arrivato in una zona tranquilla, mi siedo su delle scale, mi pulisco gli occhi e provo a risentire il gruppo con cui ero arrivato, oltre che tenermi in contatto con l’amica che ho perso negli scontri. Raggiungo gli altri ancora in via Cavour e proseguo con loro, dove le notizie arrivano vaghe, come se si fosse in un altro corteo, un altro #15ott, un’altra Roma. Arrivato davanti al Colosseo, mi unisco ad altri per fare il cordone che devia la manifestazione verso il Circo Massimo. Penso a chi è di là. Penso che in questo modo li stiamo isolando, anche chi non aveva intenzione di condividere un modo così insurrezionale di manifestare. Penso che la polizia, nel tagliare a metà il corteo, esattamente dove stavo prima, ha deciso che quegli scontri sarebbero proseguiti, che quella sarebbe stata l’unica realtà concessa e rappresentabile di piazza San Giovanni. Penso che nello scontro di forze, la maggior parte dei manifestanti erano ritenuti come la famosa erba di quel detto: quando due elefanti litigano, chi ci rimette è l’erba.
Proseguiamo ancora un po’ e poi andiamo verso una delle poche fermate aperte e libere della metro e torniamo verso il pullman.
Nell’ultimo tweet che sono riuscito a fare dicevo di come ci fosse qualche macchina bruciata, qualche vetrina sfondata, ma ancora era tutto tranquillo.
Nell’ultima fotografia che sono riuscito a fare, si vede il fumo nero e bianco che oscura il cielo di fronte a me.
Ma cosa è rimasto di Roma, oltre a questo? Cosa è rimasto della manifestazione?
Certamente, quello che è rimasto, per molti, è una spaccatura, un accusarsi a vicenda. I pacifisti che pubblicano le fotografie degli scontri per aiutare gli arresti, alla stregua di chi scriveva prima di Roma Se ci accoppano dei compagni non paralizziamoci, non diamo in isterismi ma rispondiamo colpo su colpo (http://italy.indymedia.org/node/864), sono entrambe espressione di un modo di intendere i cortei in maniera fondamentalmente egoista ed egocentrica. Sono espressione di quel desiderio tipicamente italiano di poter fare la parte del prete che predica dal pulpito e può dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, come si lotta e come non si lotta. Entrambi, in modi diversi vogliono imporre, come capetti, la loro posizione come giusta, unica, vera.
Personalmente, vedo però anche molti che vogliono capire, vogliono poter comprendere quanto accaduto, senza porsi su altari di giustizia, bontà o rivoluzione, ma proponendo linguaggi nuovi, nuovi modi di intendere la protesta e il potere.
Nuovamente, quindi, mi si conferma che parte di questo movimento non è mosso da indignazione, sentimento tanto forte quanto altezzoso e deresponsabilizzante, ma da consapevolezza di ciò che gli succede attorno a livello sociale ed economico. Per questo, con la stessa lucidità con cui analizza i percorsi di potere che caratterizzano la nostra società al fine di poterli cambiare, prova e proverà a capire quanto accaduto, senza accontentarsi di complottismi del tipo erano i servizi segreti o erano i fascisti (possibili, ma non universalizzabili), né di liquidarli come violenti, o barbari. D’altro canto, non arriverà nemmeno alla legittimazione della violenza fine a se stessa, ovvero quella violenza che ha messo a rischio prima di tutto i manifestanti, co-costruendo assieme alla polizia una situazione di braccio di ferro estremo, rispetto al quale non riesco ad intravedere un fine che vada oltre lo sfogo della rabbia individuale. Su questo punto, ci tengo a sottolineare che non ho scritto generando, ma co-costruendo, per sottolineare il carattere di scelta e non di causa-effetto delle azioni di polizia e manifestanti più violenti, per sottolineare che entrambe le parti, in quel pomeriggio, non mi pare avessero a cuore il benessere delle persone, ma solo i loro fini di dimostrazione di chi ce l’ha più lungo.
Dove arrivare, quindi?
Dove arrivare, a mio parere, è riuscire a costruire un movimento in cui si crei una compattezza d’azione che nasce dalla continua messa in discussione di se stessi, dal non sentirsi sulla posizione perfetta, ma essere capaci di negoziare continuamente. Sentirsi sempre scomodi, per non adagiarsi sullo scranno del giusto.
Arrivare ad acquisire un approccio sempre più pragmatista, in modo tale da non rigettare le pratiche a prescindere, ma saperle valutare in funzione dell’obiettivo che ci si pone, sempre con la capacità di portare avanti compattezza e pensiero, senza arrivare ad azzannarsi l’un l’altro, per i propri piccoli fini di potere di piazza.
Arrivare a mettere assieme umanità e politica, così da non dover più scegliere fra compagni morti e compagni arrestati, ma saper rispettare e far esprimere la rabbia di chi è fisicamente graffiato da questo sistema economico-sociale, non contro, ma assieme a chi vuole manifestare in maniera diversa.
Arrivare a saper ragionare in modo autoriflessivo per saper proporre un’alternativa a questo stato di cose, che non passa solo attraverso il rifiuto di un sistema economico, ma soprattutto passa attraverso il rifiuto di un modo di pensare manicheo e pieno di certezze assolute, che si rivelano poi sabbie mobili, a favore invece di un modo fatto di dubbi, discussioni e terze vie, in cui le persone sappiano prendersi cura delle scelte che fanno e abbiano la possibilità sentirle proprie, uscendo da quel vuoto pneumatico esistenziale che oggi ci caratterizza, così da raggiungere quello che per me è l’obiettivo ultimo di queste lotte: Occupare il nostro futuro!
Alessandro Busi
Non chiamateci Indignati: We Occupy Our Future.
13 ottobre 2011
Non chiamateci indignati:
We Occupy Our Future.
In questi giorni, la pigrizia del giornalismo italiano ha portato a nominare le manifestazioni che culmineranno in quella del 15 ottobre con l’etichetta di Indignati. Parlo di pigrizia perché, chiaramente, non c’è stato un tentativo di capire la protesta, ma solo quello di inserirla in una categoria già conosciuta, già analizzata, già stemperata dall’ansia sociale che può generare un movimento dalle linee ignote. In questo senso, quindi, chiamarci indignati è utile per depotenziare il movimento rispetto alla sua portata rivoluzionaria, oltre che limitarlo ad un sentimento che ha una duplice caratteristica: l’indignazione è su qualcosa di specifico (Es. sulle spese del viaggio a Madrid del Papa) non sul sistema nel suo complesso, in alternativa, l’indignazione generalizzata porta solo alla lamentela, non all’azione.
Quindi, qual’è l’alternativa?
L’alternativa è la consapevolezza. Personalmente, vedo questo nuovo movimento poliedrico e non programmatico-chiuso, come quello più consapevole che ricordi. È come se fino ad oggi ci fossimo sì indignati per specifiche questioni, senza arrivare alla comprensione globale che, ogni legge, ogni provvedimento, ogni carica della polizia, non erano altro che sintomi di una stessa condizione generale. È come se fino ad oggi la massima di Debord, l’economia ha trasformato il mondo nel mondo dell’economia, non ci fosse mai stata illuminata. Ad oggi, invece, su scala globale, siamo arrivati a questa consapevolezza generale che ci ha permesso di svegliarci sia dal sogno ottimistico, sia dall’indignazione chirurgica, per arrivare a saper sezionare il sistema senza perderne il complesso, saper arrivare alle ultime conseguenze di un gesto e di un contratto, a saper capire i processi di costruzione del sistema nel quale siamo inseriti. Capisco quindi che questo possa spaventare e quindi capisco che sia più comodo relegarci ad un sentimento meno minaccioso per il sistema stesso, ma non può starmi bene.
Allora, come dovrebbero chiamarci?
Io credo che tutto dovrebbe iniziare da una sola parola Occupy. Questo termine, infatti, è indicativo di quella consapevolezza di cui parlavo prima, rappresentata proprio dal fatto che, globalmente, siamo andati oltre rispetto alla protesta sotto il ministero, ma siamo arrivati al cuore che gli pompa il sangue, al cervello economico che ne governa le sinapsi decisionali: Wall Street, Piazza Affari, Banca d’Italia…
Oltre a questo, riesce a sottolineare il valore globale della protesta, che vede impegnata tutta una generazione – non definita cronologicamente, ma dalle condizioni lavorative e di vita che vanno a colpirla – che ha scelto e scegliere giorno per giorno, senza linee dettate dall’alto, di partecipare.
E oltre a questo ancora, Occupy dà l’idea, appunto, dell’occupare, del prendere spazio, non solo fisico come può avvenire simbolicamente nel momento della marcia, ma soprattutto economico, di vita, decisionale. Occupare il proprio spazio esistenziale e sociale, quello spazio che – chiunque sia precario può capire – viene a mancare quando si sente una non rappresentanza, quando si sente di non esistere per chi governa e genera la realtà sociale.
Per questo, io dico, non chiamateci indignati, perché siamo molto di più, siamo occupanti: We Occupy Our Future!
Alessandro Busi

