Non chiamateci Indignati: We Occupy Our Future.
13 ottobre 2011
Non chiamateci indignati:
We Occupy Our Future.
In questi giorni, la pigrizia del giornalismo italiano ha portato a nominare le manifestazioni che culmineranno in quella del 15 ottobre con l’etichetta di Indignati. Parlo di pigrizia perché, chiaramente, non c’è stato un tentativo di capire la protesta, ma solo quello di inserirla in una categoria già conosciuta, già analizzata, già stemperata dall’ansia sociale che può generare un movimento dalle linee ignote. In questo senso, quindi, chiamarci indignati è utile per depotenziare il movimento rispetto alla sua portata rivoluzionaria, oltre che limitarlo ad un sentimento che ha una duplice caratteristica: l’indignazione è su qualcosa di specifico (Es. sulle spese del viaggio a Madrid del Papa) non sul sistema nel suo complesso, in alternativa, l’indignazione generalizzata porta solo alla lamentela, non all’azione.
Quindi, qual’è l’alternativa?
L’alternativa è la consapevolezza. Personalmente, vedo questo nuovo movimento poliedrico e non programmatico-chiuso, come quello più consapevole che ricordi. È come se fino ad oggi ci fossimo sì indignati per specifiche questioni, senza arrivare alla comprensione globale che, ogni legge, ogni provvedimento, ogni carica della polizia, non erano altro che sintomi di una stessa condizione generale. È come se fino ad oggi la massima di Debord, l’economia ha trasformato il mondo nel mondo dell’economia, non ci fosse mai stata illuminata. Ad oggi, invece, su scala globale, siamo arrivati a questa consapevolezza generale che ci ha permesso di svegliarci sia dal sogno ottimistico, sia dall’indignazione chirurgica, per arrivare a saper sezionare il sistema senza perderne il complesso, saper arrivare alle ultime conseguenze di un gesto e di un contratto, a saper capire i processi di costruzione del sistema nel quale siamo inseriti. Capisco quindi che questo possa spaventare e quindi capisco che sia più comodo relegarci ad un sentimento meno minaccioso per il sistema stesso, ma non può starmi bene.
Allora, come dovrebbero chiamarci?
Io credo che tutto dovrebbe iniziare da una sola parola Occupy. Questo termine, infatti, è indicativo di quella consapevolezza di cui parlavo prima, rappresentata proprio dal fatto che, globalmente, siamo andati oltre rispetto alla protesta sotto il ministero, ma siamo arrivati al cuore che gli pompa il sangue, al cervello economico che ne governa le sinapsi decisionali: Wall Street, Piazza Affari, Banca d’Italia…
Oltre a questo, riesce a sottolineare il valore globale della protesta, che vede impegnata tutta una generazione – non definita cronologicamente, ma dalle condizioni lavorative e di vita che vanno a colpirla – che ha scelto e scegliere giorno per giorno, senza linee dettate dall’alto, di partecipare.
E oltre a questo ancora, Occupy dà l’idea, appunto, dell’occupare, del prendere spazio, non solo fisico come può avvenire simbolicamente nel momento della marcia, ma soprattutto economico, di vita, decisionale. Occupare il proprio spazio esistenziale e sociale, quello spazio che – chiunque sia precario può capire – viene a mancare quando si sente una non rappresentanza, quando si sente di non esistere per chi governa e genera la realtà sociale.
Per questo, io dico, non chiamateci indignati, perché siamo molto di più, siamo occupanti: We Occupy Our Future!
Alessandro Busi
#OccupyWallStreet
4 ottobre 2011
In questo w-e, mi sono appassionato a quanto accadeva a New York, alla manifestazione del movimento eterogeneo # OccupyWallStreet. Ho letto vari articoli, soprattutto di stampa statunitense, ché in Italia mi pareva che le informazioni fossero piuttosto massive, tipo che su Repubblica.it li chiamano Indignados americani, come dire che non hanno nemmeno fatto lo sforzo di trovare una categoria cognitiva apposita per il movimento americano, ma usano sempre lo stesso calderone, solo territorializzandolo. Per giunta, questo, chiaramente, attiva un doppio processo: da un lato sembra che in tutto il mondo ci sia un movimento unitario, dall’altro fra un po’ la gente, di fronte a qualunque manifestazione di giovani, inizierà a reagire dicendo ma sì sono i soliti indignados. Vabe, comunque non sono qui per analizzare le strategie di mantenimento del potere e dello status quo di Repubblica, ma per parlare di #OccupyWallStreet. Come dicevo, ho letto molto di stampa statunitense, e ho trovato due articoli molto interessanti che, quindi, ho scelto di tradurre e riproporre qui: il primo è un articolo di Natasha Lennard per il NY Times in cui racconta della sua partecipazione alla manifestazione di Sabato e del suo arresto; il secondo è una brevissima analisi di Chomsky di quelle che sono le ragioni per cui non si può che patteggiare per OccupyWallStreet.
Raccontando la marcia, a piedi e in manette.
#OccupyWallStreet Mi hanno lasciata andare. Dopo ore su un bus della polizia. Molte persone ancora ammanettate sui bus. Nell’attesa di uno spazio per noi nei distretti di polizia.
NatashaLennard
C’è stata una speculazione considerevole riguardo a come la marcia sul ponte di Brooklyn di sabato abbia percorso il ponte stesso bloccando due corsie di traffico – per arrivare all’arresto di 700 persone.
Come reporter che ha dato copertura a questa marcia condotta dai manifestanti di Occupy Wall Street, ero nella posizione di osservare da vicino quanto accadeva sul ponte e come iniziarono gli arresti. Ma come uno degli arrestati, ero anche ben posizionata per descrivere cosa accadde dopo, quantomeno per alcuni dei detenuti.
La marcia iniziò alle tre di pomeriggio, con più o meno 2000 persone stipate allo Zucconi Park, che dal 17 settembre viene usato come campo base di Occupy Wall street. Quanto i manifestanti si avvicinarono al ponte, io ero vicina alla testa del gruppo sulla strada, e mandavo fiumi di aggiornamenti via Twitter ai miei redattori al NY Times e ai colleghi.
Il web era pieno di puntuali avvertimenti su come gli ufficiali del dipartimento di polizia di New York avrebbero spinto i manifestanti in mezzo alla strada, come trappola per arrestarli; infatti, alcuni video sembrano mostrare gli ufficiali di polizia guidare i manifestanti nella parte “illegale” del ponte. Da quanto vedevo, comunque, due dozzine di persone decisero di scendere dal marciapiede verso la strada per l’entrata al ponte, al canto di “giù dai marciapiedi, in mezzo alle strade”.
Questo gruppo ottenne velocemente il supporto degli altri manifestanti, molti dei quali scavalcarono le barriere sul bordo del marciapiede per confluire in strada, prima che altre centinaia di persone alla fine occupassero le corsie generalmente utilizzate per il normale scorrimento del traffico.
“Di chi è il ponte? Nostro!, cantano i manifestanti mentre camminano sul ponte di Brooklyn. Due corsie occupate”, postai su Twitter in quel momento. I modi erano celebrativi e uno scontro con la polizia non era minimamente atteso.
Un denso cordone di polizia si era posizionato di fronte alla manifestazione, ma non appena i manifestanti erano passati sul ponte, sembrava che il nostro cammino verso Brooklyn non sarebbe stato impedito. Solo pochi metri prima che i manifestanti potessero raggiungere il primo famoso arco gotico, però, il cordone di polizia si fermò. A questo punto, anche se ero solo poche file indietro rispetto alla testa del corteo, non riuscivo a sentire gli ordini della polizia. La folla venne schiacciata. Alcune persone provarono a sedersi a terra, ma non c’era spazio; alcuni provarono a tornare indietro verso l’entrata del ponte, ma, da quanto capii, era chiuso dal un altro cordone. La manifestazione era stata chiusa da una rete arancione. A pochi passi da me, vidi due bambini, non più grandi di 8 anni, stringersi alla madre.
Gli arresti iniziali sembravano casuali e aggressivi. Un manipolo di giovani delle prime linee vennero afferrati da poliziotti in magli bianca.
Un giovane fu trascinato per terra. In quel momento, pensai che un arresto di massa sarebbe stato impossibile. In 15 minuti, però, altri poliziotti con magliette blu arrivarono, portando grandi quantità di manette di plastica.
Scrissi su Twitter le parole di una manifestante che mi stava vicina: Non possono arrestarci tutti, giusto?
In risposta, ricevetti numerose risposte da persone che avevano visto camionette della polizia e autobus di città usati dalla polizia, tutti allineati dall’altra parte del ponte. Potevano arrestarci tutti, e lo fecero.
Una per una, le persone erano sistematicamente portate via, ammanettare e allineate lungo il punte, dietro il cordone di polizia, come se la nebbia che c’era nell’aria fosse diventata una pioggia fredda. Io e altri arrestati venimmo ammassati su un bus.
Nel nostro gruppo – soprattutto composto da ventenni – c’erano studenti del college da Weslayn, persone dalla California che avevano dormito allo Zuccotti Park, giovani disoccupati e alcune persone che stavano sedute silenziosamente e non raccontavano le loro storie personali. I poliziotti con la maglietta blu, ognuno dei quali controllava quattro o cinque arrestati, stavano in piedi, ci guardavano e parlavano poco.
Sembrava ci fosse confusione nella polizia su cosa fare con noi. Il nostro bus fu reindirizzato tre volte, fra i distretti Lower Manhattan e Midtown, nel tenetativo di trovare spazio per trattenerci e processarci. Un mio amico, che era stato portato in una camionetta, mi ha raccontato che la sua corte venne da Crown Heights, Brooklyn, fino a One Police Plaza (a Downtown Manhattan, NdT). Non venne processato prima delle tre di mattina.
Ammanettate e lamentandosi che gli serviva un bagno, molte persone sul mio bus cantavano canzoni (un po’ troppe canzoni dei Beatles) per passare il tempo e tenere alto il morale. Fummo tenuti sul bus per più o meno tre ore, prima di essere portati nel distretto di Midtown North, fra la cinquantaquattresima e la nona strada.
In quanto freelance, non avevo un pass ufficiale per la stampa. Fui comunque abbastanza fortunata ad essere la prima processata fra quelli sul mio bus, per la sola accusa di disturbo della quiete pubblica, che non sfociò in nessuna misura cautelare grazie ai miei redattori che contattarono il quartier generale della polizia per assicurarsi di un mio veloce rilascio.
Noam Chomsky dichiara la sua solidarietà a #occupywallstreet
Di Noam Chomsky
Chiunque abbia gli occhi aperti sa che il gangsterismo di Wall Street – e delle istituzioni finanziarie in genere – ha causato gravi danni alle persone degli Stati Uniti (e del mondo). E dovrebbe anche sapere che ciò accade in maniera sempre maggiore da più di trent’anni, da quando il loro potere nell’economia è radicalmente aumentato assieme al loro potere politico. Ciò ha messo in moto un circolo vizioso che ha concentrato ricchezza e potere politico in una piccola parte della popolazione, l’1%, mentre il resto man mano è diventato quello che abitualmente viene chiamato precario – cerca di sopravvivere in un’esistenza precaria. Loro fanno queste attività criminose nella quasi completa impunità – non solo troppo grandi per fallire, ma anche troppo grandi per essere imprigionati.
Le coraggiose e rispettabili proteste in corso a Wall Street dovrebbero servire per portare all’attenzione pubblica questa calamità, e per indurre le forze politiche a superare questo stato di cose e ricostruire la società in un modo più salutare.
Trad. di
Alessandro Busi
