Ciao a tutti,

segnalo è un articolo che abbiamo scritto io e Piero Bocchiaro sul carcere, in cui abbiamo provato a mettere assieme narrativa e saggistica: la storia di due normali giornate di lavoro di un agente, si alternano alla lettura e al tentativo di spiegazione delle dinamiche che caratterizzano l’istituzione carceraria e le istituzioni totali, in generale.

Siccome è stato pubblicato su Nazione Indiana, metto il link:

Le ore d’aria

Spero interessi

Alessandro Busi

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L’altro giorno vedevo in streaming un’intervista di Corrado Augias a Beppino Englaro, che risaliva ai primi di ottobre di quest’anno. Mi piacerebbe riuscire a scrivere qualcosa a riguardo, ma faccio proprio fatica. Per questo, riporto la puntuale e interessantissima analisi proposta dal ricercatore in psicologia Piero Bocchiaro[1] sul sito agoravox.it (http://www.agoravox.it/attualita/societa/article/in-ter-per-culturando-attorno-al-11065#_ftn1), che riesce a sviscerare i punti centrali della questione, arrivando ad una conclusione che definirei necessaria.

 

Quando l’etica manca di benevolenza

di Piero Bocchiaro

“Ogni vita merita di essere vissuta”, “la vita è sacra”, ma anche “tutte le vite umane hanno lo stesso valore”: sono voci di sottofondo in Italia, espressioni così abusate da poter essere incluse tra gli assiomi della nostra cultura — quella di uno stato laico, ricordiamolo. La forza di simili proposizioni è rivelata dai numeri di quanti (molti) nei dibattiti si schierano istintivamente dalla parte della vita, in una difesa a oltranza sostenuta spesso da cliché e pensieri tradizionali. E’ successo di recente con la vicenda Englaro. La storia, spettacolarizzata per amore della notizia o per necessità di ostentare un opinione, è quella, drammatica, di una donna in stato vegetativo permanente; la storia di un corpo, in verità, alimentato e idratato artificialmente da un sondino naso-gastrico. Nessuna coscienza di sé né alcuna reazione a stimoli visivi, uditivi, tattili; nessuna possibilità di interazione col mondo esterno. Diciassette anni di assenza e buio. Di Eluana erano rimasti i segnali elettrici delle sue cellule cerebrali.

Per giungere a riflessioni attente bisogna allora partire da questo scenario anziché da quello astratto di una giovane donna cui si vuole spezzare la vita. L’analisi ruota attorno a un corpo che la medicina può condurre alla vecchiaia o spegnere all’istante. I difensori della vita-a-tutti-i-costi non hanno dubbi: la vita ha un valore intrinseco e merita di essere vissuta; toglierla, dunque, è sempre un male. Com’è evidente, qui manca la separazione tra corpo ed essere umano nonché un riferimento ai possibili vantaggi per l’individuo che si trova in una simile condizione. Mi chiedo quanto questa battaglia, di certo nobile in apparenza, non appaghi simbolicamente un desiderio nascosto di immortalità, o non aiuti a gestire una altrimenti intollerabile consapevolezza della fine. La morte annullata, insomma, innominabile nella società “moderna” per via di un legame viscerale alle cose della vita. Passione di essere, inquietudine di non essere abbastanza, scrive Philippe Ariès. Mi chiedo inoltre in che misura queste persone siano disposte a battersi per tutelare il diritto alla vita di qualsiasi essere vivente. Perché la vita è anche quella che si conclude nei laboratori, quella di animali innocenti che muoiono (a milioni, ogni anno) dopo aver subito sofferenze acute, prolungate e ingiustificate[2]. Se dovessero rinunciare a difendere la vita nelle sue molteplici forme, queste persone mostrerebbero un inammissibile atteggiamento antropocentrico, infondato da un punto di vista logico e insieme morale. Parafrasato: poiché non sei della mia specie, è irrilevante che tu possa soffrire e morire in modo anche atroce.

I sostenitori della sacralità della vita boicottano, dunque, clamorosamente, alcune domande fondamentali: è degna la vita di una persona in stato vegetativo permanente? qual è il suo senso? quali sono gli interessi del paziente? in sintesi, c’è una qualità in questa vita? Sorvolare su temi simili comporta il rischio di ritrovarsi presto o tardi con una scienza medica in grado di regalare esistenze sì eterne, ma che coincidono con l’atto di respirare. La vita è invece tale — sintomatico il fatto che bisogna sottolinearlo — laddove permetta di relazionarsi a un livello mentale, emotivo, fisico con gli altri, di scegliere, creare, progettare, di provare gioia e dolore. Pensare la vita in questi termini vuol dire entrare in possesso di un criterio che aiuta a orientarsi in circostanze delicate, anche se, beninteso, non è mai facile decidere di far morire un paziente— si pensi soprattutto ai casi di bambini o di giovani come Eluana, ma anche ai sentimenti dei familiari e al tempo di cui questi potrebbero aver bisogno per metabolizzare l’idea. Ma è il criterio più umano dinanzi a una irreversibilità dello stato vegetativo; lo è sia per il paziente, poiché la prosecuzione delle cure non avrebbe per lui alcun beneficio, sia per chi, in attesa di trapianto, potrebbe sperare in una vita migliore.

Quale morte, allora? In una sequenza naturale, è questa la domanda con cui bisogna confrontarsi. La morte può giungere molto lenta qualora si dovesse optare per una pratica di omissione. Una morte straziante se si pensa alla disidratazione o all’inevitabile sopraggiungere di una qualsiasi malattia non curata. Per evitare giorni di agonia, si potrebbe allora decidere di spingere il processo e aiutare la persona a morire in maniera dignitosa. La scelta va fatta ancora una volta avendo come priorità gli interessi del paziente anziché l’ossequio a volti seri e voci gravi lì a rappresentare un modello di benevolenza quantomeno discutibile. Qualora avesse la capacità per farlo, infatti, è davvero difficile immaginare quali ragioni potrebbero indurre una persona in stato vegetativo a desiderare una settimana ancora su un letto.

E’ il momento di depositare la vecchia etica. E’ il momento di aprire a un tempo nuovo e comprendere che, anziché attaccarsi in maniera grottesca a una vita ormai assente, sarebbe opportuno ricordarsi di viverla quando c’è ancora la possibilità di farlo.


[1] (Palermo, 1972) è research fellow presso il dipartimento di Psicologia della Vrije Universiteit di Amsterdam. Autore di articoli scientifici e del volume Introduzione alla psicologia sociale (con S. Boca e C. Scaffidi Abbate, Bologna 2003), ha insegnato all’Università di Palermo e trascorso periodi di formazione e ricerca alla Stanford University. Ha pubblicato ‘Psicologia del male’, Laterza 2009.

[2] I più informati sapranno che la sperimentazione animale è una metodologia grossolana e obsoleta (soprattutto se confrontata ai metodi alternativi oggi disponibili) che dà spesso luogo a risultati privi di scientificità.

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