Call Center Revolution!

7 gennaio 2010

Call Center Revolution!

Buongiorno sono Mario come posso aiutarla?

La voce accomodante del ragazzo della compagnia telefonica riempì la cuffia della cornetta dell’altro.

Sì, salve…ehm…io sono Luca Salvatori, un vostro ex cliente…

Luca parlava in maniera un po’ distaccata, mentre, con una mano, cercava la sua ultima bolletta.

Volevo informarvi che, appunto, io non sono più vostro cliente da un bel po’…eppure mi è arrivata una lettera in cui volete farmi causa perché non vi ho dato 22 euro…c’è un errore, credo…

Cercava di stare calmo, mentre, con l’orecchio teso, sentiva altri operatori che chiudevano contratti su contratti, e avrebbe voluto gridare a tutti i malcapitati di non accettare nessuna offerta.

No, signor Salvatori, non c’è stato nessun errore. È solo che lei ha ufficialmente rubato 22 euro alla nostra azienda.

Senza nessun preavviso, la comunicazione si interruppe, tagliata con rabbia.

Luca, che aveva schiacciato la cornetta contro il telefono e la teneva premuta come a volerla soffocare, respirava a fatica.

Non ci posso credere!, pensava, Ha dato del ladro a me?!

Gli mancava solo il fumo che usciva dalle narici, per essere la rappresentazione perfetta della rabbia: occhi larghi e cattivi, bocca storta e denti in mostra. La mano destra sembrava stritolare il ricevitore, mentre le vene sul collo erano gonfie e pulsanti.

Non riusciva a sopportare due cose: in primis, che quel ragazzino del cazzo gli avesse dato del ladro, secondo, cosa ben più importante, che non potesse mai sfogarsi con nessuno.

E con chi te la prendi? Col poveraccio che sta al telefono?!, si diceva sconsolato.

Ma stavolta era diverso.

Stavolta, sicuro che la storia si sarebbe ripetuta come sempre, si era fatto prestare, da un amico investigatore privato, uno di quegli affari che intercettano il luogo dove sta quello che ti parla al telefono. Non solo, ma stavolta, aveva preparato la pistola sul comodino vicino alla porta, così che, non dovendola cercare, non avesse il tempo per i ripensamenti.

Scuotendo la testa e sogghignando, scrisse l’indirizzo su un foglio; si mise la pistola nella fondina e, uscito di casa, salì in macchina e partì.

Il navigatore satellitare, con la voce femminile perché quella maschile lo infastidiva, gli dava tutte le indicazione necessarie, mentre la musica, “Lazarus! Dig Lazarus!”, gli dava la carica giusta: Un bel bluesettone per ammazzare il padrone, pensava.

Tempo quattro minuti e si ritrovò sotto le finestre degli uffici dai quali era arrivata la telefonata.

Giusto per capirci, il piano di Luca era perfetto. Un po’ rude, ma perfetto.

Lui aveva pensato che il luogo da cui parte la telefonata deve essere per forza la stanza call-center della sede dell’azienda, quindi, come logica sociale vuole, basta salire all’ultimo piano di tale sede per trovarne il responsabile.

In tutti i film il capo è all’ultimo piano e, più uno fa carriera, più gli danno un ufficio grande e in alto. Si sa.

Inoltre, qui c’era l’aspetto più problematico della faccenda, lui si era convinto che, essendo i lavoratori tutta gente sfruttata, l’avrebbero appoggiato, lasciandogli compiere la sua rivoluzione: Call Center Revolution!

Scese dall’auto ed indossò i suoi Raiban neri a goccia. Si sentiva come il vendicatore della notte: figo e cattivo, ma buono dentro.

La porta scorrevole si aprì da sé e Luca entrò con fare sicuro e col passo deciso.

Nelle stanze al piano terra sentiva le voci di decine di telefonisti che si mescolavano disordinate.

Lo faccio anche per voi, pensò.

Senza indugi, salì le scale fino ad arrivare all’ultimo piano. Davanti a lui c’era una porta grigio chiaro, con la maniglia rossa di plastica.

Ci siamo, pensò.

Fece un respiro profondo e, impugnata la maniglia con la mano sudata, la abbassò ed entrò.

Era pronto ad urlare contro l’uomo che doveva esserci dall’altra parte, e, soprattutto, a scaricargli addosso il suo caricatore, quando, estratta la pistola e puntato con lo sguardo, ancora prima di pronunciare le prime parole, scoprì di essere il solo essere vivente in quell’ufficio.

Spiazzato.

Si avvicinò alla scrivania e lesse il foglio che vi stava poggiato:

Salve signor Salvatori,

noi sapevamo ciò che aveva intenzione di fare, ma deve sapere che ormai, come si dice, il potere è delocalizzato, quindi lei avrebbe ucciso uno qualunque dei nessuno che dirigono un piccolo call center. Ecco signor Luca, lei avrebbe ucciso un poveraccio qualsiasi, uno proprio nelle sue stesse condizioni. No, non ci ringrazi per averle impedito questo gesto assurdo, ma si sieda sulla poltrona ed attenda l’arrivo della polizia.

La classe dirigente

Ps: abbiamo controllato ed aveva ragione, lei non ci doveva 22 euro. Ci scusi per l’errore.

Luca si sedette incredulo e, impotente come sempre, rimase ad ascoltare il rumore delle sirene che si avvicinavano per portarlo via.

Alessandro Busi

Voglio fare il poliziotto

27 ottobre 2009

Questo è un racconto-riflessione che è stato pubblicato sul sito di di informazione libera Dominio Pubblico

Voglio fare il poliziotto

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, da grande voglio fare il poliziotto, avere una bella macchina, sposarmi e avere tre figli: due maschi e una femmina, ma anche se vengono due femmine e un maschio, va bene uguale. Per moglie, poi, mi piacerebbe che fosse Michela Lovere, la mia compagna di classe, che mi piace fin dal primo giorno di prima media. Mi ricordo bene che, quando sono entrato in classe al primo giorno dell’anno nella nuova scuola, ho subito pensato che lei era la più bella di tutte le altre, soprattutto della Zanzi, che è bruttissima, c’ha l’apparecchio ai denti e le puzza sempre l’alito, alla Zanzi. A Michela, invece no. A Michela non le puzza mai l’alito. Figuriamoci, lei è perfetta. Profuma, si veste elegante, è brava con lo studio e va bene anche a ginnastica. Penso che se avessi una sua figurina, la attaccherei nel diario vicino a quella di Ronaldinho che, anche se adesso è in crisi, rimane il mio calciatore preferito. L’altro giorno, pensavo a come potrebbe essere la nostra vita, mia e di Michela intendo, allora mi sono immaginato che potremmo andare in vacanza nei Caraibi con i nostri figli e che saremo tutti e due belli, ma lei di più. Lei è bellissima. Almeno per me, e anche per quel gran buffone di Luca Sturzi, che tutte le ragazze dicono che è figo, ma a me, invece, mi pare solo stupido e pure brutto. Adesso, lui sta con Michela, stanno assieme proprio, ma ho saputo da Marco, il mio amico, che gliel’ha detto Claudia, la sua ragazza, che poi è anche migliore amica di Michela, che Michela vuole lasciarlo Luca, perché dice che non si riesce a parlarci assieme. Io ci spero un sacco. Aspetto e spero.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, voglio sposarmi con Michela Lovere, avere tre figli, una bella macchina e fare il poliziotto. Voglio essere quello che quando la gente mi vede per strada pensa, per fortuna che c’è lui. Voglio avere tutte le sere qualcosa da raccontare a Michela, così lei poi mi abbraccia e mi bacia e dice, per fortuna che ci sei tu, e poi usciamo tutti assieme a mangiare la pizza, e le patatine fritte, anche. Sì, saliamo nella nostra bella macchina, magari una Alfa, e andiamo nella pizzeria Il pirata, che è quella dove fanno la pizza migliore, secondo me.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, voglio avere tre figli con Michela Lovere, che sarà mia moglie, avere una bella macchina e fare il poliziotto. Io voglio essere uno di quei poliziotti come quello che ho visto nel documentario di ieri sera di mio fratello. Quello che nessuno lo capisce tranne i giudici, quelli giusti. Io voglio essere come lui, come quello che quando lo intervistano lo attaccano tutti, ma poi lui lo sa che ha fatto bene, come quello del telefilm. A me, quel signore, m’è proprio piaciuto, perché è uno che, secondo me, arriva a casa e sua moglie lo abbraccia e gli dice, ho visto la trasmissione, perché lui è spesso alla televisione, ho visto la trasmissione, ti hanno attaccato tutti, ma io lo so che hai ragione. Gli dice così e poi lo bacia e poi lo abbracciano anche i suoi figli.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Da grande voglio fare il poliziotto come quello che ho visto ieri sera nel documentario di mio fratello. Che all’inizio ci capivo poco, poi Luigi, mio fratello più grande, me l’ha spiegato. Praticamente era un documentario lungo su una dimostrazione che c’era stata qualche tempo fa a Genova, dove era morto un ragazzo. Una zecca, diceva mio fratello. Allora poi, mi ha spiegato, che poi c’erano anche le immagini, che quel ragazzo era un delinquente che voleva uccidere quel poliziotto al quale io vorrei tanto somigliare da grande, perché era un ragazzo che vorrebbe che tutti fanno quello che vogliono e si picchiano per strada e bruciano i cassonetti, così poi c’è tutta l’immondizia in giro. Mio fratello mi ha anche spiegato che, quel ragazzo che è stato ucciso per legittima difesa da quel poliziotto che altrimenti sarebbe stato ucciso lui dall’estintore che il ragazzo aveva in mano e che voleva lanciare per uccidere il poliziotto che poi gli ha sparato per primo e menomale che altrimenti lo ammazzava e pensa come avrebbe pianto la moglie e pure i bambini che non avrebbero potuto difenderlo dopo le trasmissioni perché sarebbe morto, quel ragazzo lì è uno che i suoi genitori c’hanno a casa il Mercedes classe 1000 e che, allora, se ne frega delle macchine degli altri e le brucia per divertimento. Io, nel sentire così, ho subito pensato alla mia Alfa che avrò da grande, quella che mi servirà per portare in pizzeria Michela e i nostri figli, e ho capito che il poliziotto aveva proprio fatto bene ad ammazzarlo quella zecca. Così ho pensato: ha fatto bene ad ammazzarlo quella zecca, infame e comunista.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Voglio fare il poliziotto per eliminare tutte le zecche, che quelle danno fastidio pure ai cani, figuriamoci alle persone. Voglio fare il poliziotto perché quando c’avrò la mia famiglia con Michela Lovere, non voglio che arrivi uno di quelli che i genitori c’hanno il Mercedes e mi spacca la mia macchina, e allora poi non posso andare in pizzeria con mia moglie e i miei bambini. Voglio fare il poliziotto perché è vero che tutti alla tv dicono contro quello che ha ucciso il ragazzo-zecca alla manifestazione di Genova, però, mi ha spiegato mio fratello Luigi, poi nessuno ha potuto fare niente contro quel poliziotto, né contro gli altri che hanno pestato le altre zecche, perché, in fin dei conti, dice mio fratello, i giornalisti-zecca possono parlare finché vogliono, tanto i più forti siamo sempre noi.

Alessandro Busi


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