Linee guida per presentare a giornalisti e persone varie l’imminente riforma del lavoro:

Il giorno che l’italiano medio divenne Tiramolla.

By M.M. & E.F.1

 

  1. La riforma del lavoro facciamo finta che piace a tutti, non piace a tutti, ma mica si può stare ad aspettare anche lo zoppo se c’hai da correre, lo zoppo aspetterà il secondo turno, oppure ad un certo punto, si adegua, si compra uno di quei motorini a quattro ruote e va alla nostra velocità, che c’è uno del mio paese ce l’ha e corre anche bello forte, quello del mio paese con quel motorino lì. Comunque, a parte questo, la dichiarazione da far girare è che «nessuno oggi ha potere di veto», quindi anche se lo zoppo rompe il cazzo e si mette steso per terra e occupa tutta la carreggiata mettendo per il lungo le stampelle, tu lo salti e vai via veloce, poi, quando i giornalisti ti chiedono ma che fine ha fatto lo zoppo?, tu dici, boh, non so, si stava riposando, comunque siamo tutti rammaricati molto per il fatto che non è qui con noi a correre, lo zoppo.

  2. Altra cosa importante della riforma del lavoro è che nessuno l’ha voluta, ma tutti l’hanno voluta. Attenzione che è difficile, ma è cruciale. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare, non c’era altro modo…per il bene del Paese. Capito? Lo ripeto: Abbiamo fatto quello che dovevamo fare, non c’era altro modo…per il bene del Paese. Ok? Quindi, noi non abbiamo scelto di fare la riforma del lavoro, non avremmo voluto togliere l’articolo 18, ma la BCE e DioInTerra ce l’hanno imposto. Noi abbiamo fatto quello che era da fare per il bene del paese.

  3. “La flessibilità vale” deve essere lo slogan. Siccome i contratti precari rimarranno tali e quali, siccome costeranno quell’1,4% in più, che mica è un aumento della paga per chi lavora, no, è per un fondo speciale per il futuro futuroso futuribile sussidio di disoccupazione, quindi nessun datore di lavoro avrà problemi ad usarli, siccome i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, ricordarsi che la flessibilità vale, il precariato non esiste più, la parola precario è abolita e si usa flessibile. Se per esempio, da oggi, andate a vedere uno spettacolo di un funambolo, da oggi, il funambolo avrà un equilibrio flessibile. Inoltre, ricordarsi di chiedere a tutte le tv di mandare in onda le avventure di Tiramolla, dargli un gusto vintage – così piace anche ai precari 20-30 – e creare il gruppo su Facebook tiramolla il mio mito di vita: flessibile fino all’osso, flessibile a più non posso.

  4. “Noi vogliamo apprendistato come formazione professionale, e possibilmente la conferma”. Imparate tutti da Elsa Fornero che cosa vuol dire dire tutto per non dire nulla. Questo, che è stato il principio regolatore di questa riforma, deve essere il modo cardine per presentarla. Provate a pensare a questa frase. Cosa significa? Noi vogliamo l’apprendistato per quello che è sempre stato e poi boh, ma magari sì, in fin dei conti la speranza è l’ultima a morire. Altri esempi di frasi del genere che potete usare con i giornalisti sono Noi vogliamo la flessibilità e possibilmente anche la stabilità, oppure Noi vogliamo gli ammortizzatori sociali e possibilmente anche dei soldi per i lavoratori in difficoltà. Ok? Tutto chiaro?

  5. Qui attenti che è una roba grossa, importante, la questione dell’Articolo 18. Io vi ricordo solo che, anni fa, quel barba di Cofferati ha intasato Roma per un sabato intero per questo articolo qui. Noi per ora siamo sereni, ma non dobbiamo fare cazzate. Allora, il punto da presentare sull’Articolo 18 è questo: i licenziamenti discriminatori non si fanno, sono una brutta roba e se licenzi un negro perché è negro ti tiro uno scappellotto che ti faccio girare la testa quattro giorni, ok? Ma, ma, attenzione al ma. Ma, se licenzi il negro, non perché è negro – ci mancherebbe altro, tu hai anche adottato a distanza un bambino dell’Uganda dopo che tuo figlio t’ha fatto vedere un video di mezz’ora che si chiama Kony 2012 –, ma perché sei in un momento di difficoltà economica, allora tutto ok. L’importante qui è ricordarsi bene di dire che la crisi economica è finita. Ribadisco: La crisi economica è FINITA. Perché? Beh, è ovvio: se si scopre che c’è la crisi economica è normale che tutti i licenziamenti sono per ragioni economiche, no? Invece, se noi mettiamo la crisi sotto il tappeto, non diciamo nulla a nessuno, allora, sembra che siamo contro le discriminazioni, ma che se uno va male, va male. Ok? Occhio che qui ci giochiamo la possibilità di fare la biciclettata al centro di Roma al sabato pomeriggio, ragazzi, compatti e massicci.

Bene, questi sono i punti essenziali per presentare la riforma, poi c’è qualche altro aspetto base, tipo:

  • alziamo la disoccupazione, ma dopo sei mesi la abbassiamo senza specificare di quanto;

  • dire che si combatteranno le finte partite iva combattendo le finte partite iva, spiazza e funziona;

  • ci sarà la paternità obbligatoria, ma non specificare che se hai un contratto a chiamata e ti pagano a ore non avrai nulla di tutto ciò, dato, appunto, che ti pagano a ore;

  • dire che non ci saranno più gli stage gratuiti, ma evitare accuratamente di parlare dei tirocini, che se togliamo quelli alle Asl, per dire, ci vanno tutte in malora;

  • parlare del fondo di solidarietà per i licenziati degli anziani, ma non dire assolutamente che, visto l’innalzamento dell’età pensionistica, un cinquantacinquenne che viene licenziato non è a pochi anni dalla pensione, quindi, presumibilmente, non ne avrà diritto;

 

Ok, queste sono le linee guida per presentare a giornalisti e persone varie la riforma del lavoro che andiamo a fare. Mi raccomando, ultima cosa: se c’è qualcuno che si oppone, la linea deve sempre essere certo, teniamo molto alle sue ragioni, ma…e poi lì buttarci un qualche assoluto a caso, tipo, esempio: certo, teniamo molto alle sue ragioni, ma una rondine non fa primavera. Ok?

Bene: andate, parlate e convincete.

 

M.M. & E.F.

 

Ps: chi avesse voglia, ma senza obbligo, questa è l’immagine da usare per fare attacchinaggio

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1Informazioni e citazioni prese da http://www.corriere.it/economia/12_marzo_20/lavoro-incontro-parti-sociali_c405f79e-7254-11e1-a140-d2a8d972d17a.shtml

Alessandro Busi

Non chiamateci indignati:

We Occupy Our Future.

In questi giorni, la pigrizia del giornalismo italiano ha portato a nominare le manifestazioni che culmineranno in quella del 15 ottobre con l’etichetta di Indignati. Parlo di pigrizia perché, chiaramente, non c’è stato un tentativo di capire la protesta, ma solo quello di inserirla in una categoria già conosciuta, già analizzata, già stemperata dall’ansia sociale che può generare un movimento dalle linee ignote. In questo senso, quindi, chiamarci indignati è utile per depotenziare il movimento rispetto alla sua portata rivoluzionaria, oltre che limitarlo ad un sentimento che ha una duplice caratteristica: l’indignazione è su qualcosa di specifico (Es. sulle spese del viaggio a Madrid del Papa) non sul sistema nel suo complesso, in alternativa, l’indignazione generalizzata porta solo alla lamentela, non all’azione.

Quindi, qual’è l’alternativa?

L’alternativa è la consapevolezza. Personalmente, vedo questo nuovo movimento poliedrico e non programmatico-chiuso, come quello più consapevole che ricordi. È come se fino ad oggi ci fossimo sì indignati per specifiche questioni, senza arrivare alla comprensione globale che, ogni legge, ogni provvedimento, ogni carica della polizia, non erano altro che sintomi di una stessa condizione generale. È come se fino ad oggi la massima di Debord, l’economia ha trasformato il mondo nel mondo dell’economia, non ci fosse mai stata illuminata. Ad oggi, invece, su scala globale, siamo arrivati a questa consapevolezza generale che ci ha permesso di svegliarci sia dal sogno ottimistico, sia dall’indignazione chirurgica, per arrivare a saper sezionare il sistema senza perderne il complesso, saper arrivare alle ultime conseguenze di un gesto e di un contratto, a saper capire i processi di costruzione del sistema nel quale siamo inseriti. Capisco quindi che questo possa spaventare e quindi capisco che sia più comodo relegarci ad un sentimento meno minaccioso per il sistema stesso, ma non può starmi bene.

Allora, come dovrebbero chiamarci?

Io credo che tutto dovrebbe iniziare da una sola parola Occupy. Questo termine, infatti, è indicativo di quella consapevolezza di cui parlavo prima, rappresentata proprio dal fatto che, globalmente, siamo andati oltre rispetto alla protesta sotto il ministero, ma siamo arrivati al cuore che gli pompa il sangue, al cervello economico che ne governa le sinapsi decisionali: Wall Street, Piazza Affari, Banca d’Italia…

Oltre a questo, riesce a sottolineare il valore globale della protesta, che vede impegnata tutta una generazione – non definita cronologicamente, ma dalle condizioni lavorative e di vita che vanno a colpirla – che ha scelto e scegliere giorno per giorno, senza linee dettate dall’alto, di partecipare.

E oltre a questo ancora, Occupy dà l’idea, appunto, dell’occupare, del prendere spazio, non solo fisico come può avvenire simbolicamente nel momento della marcia, ma soprattutto economico, di vita, decisionale. Occupare il proprio spazio esistenziale e sociale, quello spazio che – chiunque sia precario può capire – viene a mancare quando si sente una non rappresentanza, quando si sente di non esistere per chi governa e genera la realtà sociale.

Per questo, io dico, non chiamateci indignati, perché siamo molto di più, siamo occupanti: We Occupy Our Future!

Alessandro Busi

Posto oggi un racconto Paziente anni zero, che è stato pubblicato sul numero natale-pasquale di Teflon: natale perché è quello del primo compleanno della rivista, pasquale perchè è il numero che ne segna la resurrezione in Tupolev. E qui ci trovate il sito di Tupolev e anche lo scaricaggio di Teflon 4.

Questa è la vignetta presente in Teflon 4. è un disegno di Daniel Cuello, il cui sito è qui: http://www.danielcuello.com/

 

Il paziente anni zero.

Mia madre, un giorno, mi ha chiesto se mi ricordavo di quando la mia cuginetta Anna, nel duemiladue, era andata in gita con gli scout, si era persa e poi era stata ritrovata dopo mezz’ora.

 

Il medico della clinica mi chiama paziente anni zero. Lui arriva alla mattina presto e fa il giro assieme agli specializzandi. Quando c’è uno specializzando nuovo dice, vedi, lui è Michele, il nostro paziente anni zero, e poi mi chiede di spiegare perché mi chiama così.

 

Mio padre, un giorno, mi ha chiesto se mi ricordavo che dal 2003 erano andati persi tutti i diritti dei lavoratori.

Ti ricordi il tuo contratto a chiamata, mi ha detto, ti ricordi che ti mettevano in turno e poi, se c’era poco da fare, ti rimandavano a casa, ti pagavano solo un’ora, e tu non potevi nemmeno protestare, perché era ed è legale così.

Gli ho risposto che non ricordavo nulla, poi, però, gli ho anche chiesto perché i sindacati non si muovessero contro queste cose e ho aggiunto che erano stati buoni solo a prendere in giro una generazione, la mia, a farci scendere in piazza per l’articolo 18 e, nel frattempo, avevano costruito un mondo del lavoro senza diritti, un mondo del lavoro dove i vecchi, gli ex rivoluzionari del ’68, stanno in vita mangiando i figli e negandogli il futuro.

Allora, mio padre mi ha guardato e mi ha detto che era contento di vedere che la voglia di rompere i coglioni non me l’ero dimenticata, e ci siamo messi a ridere.

 

Io, alla domanda del primario, rispondo che non ho memoria di quello che è successo dal primo gennaio del duemila, fino al trentuno dicembre duemilanove, un po’ come se la mia testa fosse l’unico computer colpito dal bug di fine millennio. Quando faccio questo paragone, spesso, lo specializzando nuovo ride. Poi, in genere, spiego anche che io ho perso la memoria quando avevo ventiquattro anni, dopo un incidente d’auto avvenuto il venticinque dicembre del duemilanove.

 

Il mio amico Luca, un giorno, mi ha chiesto se mi ricordavo delle nostre discussioni riguardo ai social network.

Ha sostenuto che io sentenziassi sempre, Chi dice che i social network sono cattivi è un bacchettone, e poi aggiungessi, perché, anche nella vita non-virtuale, ognuno si costruisce la propria identità scegliendo cosa fare, cosa dire, come muoversi, che ruolo impersonare.

Finita la mia imitazione, malfatta aggiungerei, mi ha dato anche un articolo sul tema che si chiama Facebook. Un dispositivo omologante e persuasivo1, che, a detta sua, mi sarebbe potuto interessare.

 

Io, in clinica, faccio solo esercizi per la memoria, perché quelli per la riabilitazione fisica li ho finiti dopo pochi mesi. Con la psicologa che mi segue, studiamo tutti i grandi eventi degli anni zero. Le Torri Gemelle, la guerra in Afghanistan, quella in Iraq, l’omicidio di Marco Biagi, il Pd, il Pdl, la morte di Arafat e anche l’ictus di Bossi.

 

La mia amica Giuliana, un giorno, mi ha chiesto se mi ricordavo di quell’anno che eravamo andati in vacanza a Barcellona e lei si era portata un libro che si chiama Guida all’addestramento degli uomini. Mi ha chiesto se mi ricordavo di quanto l’avessi presa in giro e che io avevo sostenuto di essere appartenente alla categoria di uomo Fatti-In-Là, che sarebbe un vero predatore; uno che lo puoi avvicinare solo se ti fingi ingenua e lo puoi addomesticare fingendoti ammaliata; uno che da mangiare vuole roba esotica che sia di moda e per il quale, esteticamente, devi sembrare una top model ventiquattro ore su ventiquattro.2

 

Poi, assieme allo studio, la psicologa chiede sempre ai miei amici e parenti, di raccontarmi storie, anche apparentemente insignificanti, degli anni di cui ho il vuoto.

Perché potrebbe essere, dice a tutti, che anche un semplice stimolo gli sia d’aiuto per sbloccarsi.

 

Il mio amico Andrea, un giorno, mi ha chiesto se mi ricordassi che dicevo sempre che quelli erano gli anni della pornografia democratica. Mi ha spiegato che nell’offerta, ogni tabù morale era sparito e che per questo, secondo lui, questa era stata l’espressione più totale del capitalismo, dove costruzione e soddisfazione del desiderio coincidevano.

Ovviamente, ha aggiunto, erano nati anche gruppi di moralizzatori che si erano inventati la dipendenza da cyber-pornografia, o pornodipendenza, ma, credimi, queste erano e sono tutte stronzate.

Quindi, prima di andarsene, mi ha dato un foglio con una serie di indirizzi web e, strizzandomi l’occhio, ha detto che mi avrebbero fatto tornare la memoria.

 

Alla fine di ogni giornata, spengo la tv e rileggo gli appunti che ho preso. Tento di ricostruire quello che si è sgretolato, ma non ci riesco. Non so perché, ma non riesco ad andare oltre a quell’unico tassello che si è salvato, l’unico ricordo che mi è rimasto: un pomeriggio di Luglio, quando ero in vacanza con i miei genitori e, guardando la tv, le trasmissioni erano state interrotte per un annuncio speciale che diceva così, Genova, G8, la polizia ha assassinato un manifestante.

Alessandro Busi

1Facebook. Un dispositivo omologante e persuasivo è un saggio scritto da Maddalena Mapelli e pubblicato sul n. 347 della rivista Aut Aut “Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi”, luglio-settembre 2010. Online lo potete leggere anche a questo indirizzo: http://www.carmillaonline.com/archives/2010/11/003675.html#003675

2Nadège de Peganov, Guida all’addestramento degli uomini, 2006 Morellini Editore, Milano, pp: 43-49.

Questo racconto tratta di precariato, di università, di Pierluigi Celli e della sua lettera al figlio, e di fondi di caffè lasciati in tazzina a seccare. Questo racconto, poi, è stato pubblicato sul blog del collettivo Scrittori Precari.

Il trasloco

E adesso?, mi chiede, dove vai, cosa pensi di fare, adesso?

Io gli sto seduto di fronte e ascolto la sua voce profonda. Mi è sempre piaciuta anche da bambino la voce di mio padre. Una volta, mi ricordo, una volta era in camera mia la sera, che mi leggeva una storia per farmi dormire. Mi leggeva una storia, che raccontava di un ragazzino con i capelli ramati, che era arrivato sulla terra per scoprire come vivono gli umani, e poi si affezionava ad una ragazzina e decideva di vivere qui, e faceva alleare il mondo nostro con il mondo suo, e vissero tutti felici e contenti. Mi ricordo che stavo a letto e lo ascoltavo, e mentre lo ascoltavo sentivo la testa che mi vibrava sotto i bassi della sua voce, e mi piaceva e l’avrei ascoltato per ore. Adesso, invece, non lo guardo nemmeno negli occhi. Anche la sua voce mi sembra diversa. Non ha più quel modo fermo che ricordavo. Sembra come che quella tonalità bassa, nasconda qualcosa che non va: insicurezza, domande. Allora io non lo guardo e sto seduto, e mi scortico le dita con la bocca, mentre tengo gli occhi fissi sulle scarpe di mia madre che sta in piedi davanti alla finestra e non dice una parola.

Il giorno che vinsi la borsa di dottorato ero a casa della mia ragazza, di Marta, e fu proprio lei a dirmelo. Io ero in cucina che facevo il caffè, quando la sentii urlare come una pazza e ridere in maniera isterica.

Sarà uscito un nuovo video degli Eels, pensai, conoscendo il suo innamoramento per Mark Oliver Everett, invece mi sbagliavo.

Mi accorsi che mi sbagliavo, quando la vidi arrivare in cucina saltellando con il portatile in mano. Quando lasciò il portatile con la pagina dell’università aperta, e quando mi mise le braccia al collo e mi diede un lungo bacio a stampo sulle labbra.

Marco, adesso che pensi di fare, Marco?, mi dice mio padre, adesso che torni a casa, che pensi di fare?

Io continuo a fissare le scarpe verdi di mia madre, e guardo i suoi passi attorno per la stanza. Sul tavolo, le tazzine sporche di caffè hanno lo zucchero indurito dentro. Penso che le lascerò nel lavandino senza lavarle, tanto, mi dico, tanto poi chissenefrega. Mio padre continua a chiedermi cose sul mio futuro a cui non so rispondere. Forse potrei dirgli che cercherò un posto da commesso nel nuovo centro commerciale vicino a casa, magari nel Trony, dove gli può interessare la mia laurea e il mio mezzo dottorato in ingegneria informatica. Magari potrei dirgli anche che poi, se mi faranno un contratto che duri più di due mesi, cercherò casa da solo e andrò a vivere con Marta, ma non riesco a dirglielo. Non riesco a dirglielo, perché, come mi aveva detto una sera un mio amico che studiava psicologia, quando dici una cosa è come renderla vera, è come se la facessi materializzare, e allora se rispondessi a mio padre, sarebbe come farmi crollare il mondo addosso.

Il giorno che venne revocata la mia borsa di studio, per ragioni di ordine economico e nonostante apprezziamo il lavoro da Lei svolto in questi due anni, così recitava la lettera di comunicazione, il giorno che venne revocata la borsa di studio con cui venivo pagato, andai subito nell’ufficio del preside di facoltà, che mi accolse preparato. La segretaria mi fece entrare senza attese e lui era seduto dietro la scrivania e mi disse accomodati, facendo il segno con la mano. Mi disse anche che, prima di lasciarmi parlare, aveva bisogno di dirmi che era estremamente dispiaciuto per ciò che era accaduto e che non avrebbe mai voluto una simile situazione. Aggiunse che purtroppo è un periodo di crisi e che tutti avremmo dovuto fare dei grossi sacrifici, tirare la cinghia, disse, ma che purtroppo erano cose che non dipendevano da lui. Forse, aggiunse ancora,  forse ha proprio ragione il mio amico Pierluigi Celli, con cui eravamo a scuola assieme alle superiori, a dire che i giovani devono andare all’estero. Io lo lasciai parlare e, lì per lì, gli risposi che capivo, che era ovvio che non fosse colpa sua, ci mancherebbe, gli dissi, era solo che…poi non finii la frase, mi alzai, gli strinsi la mano e mi girai verso la porta. Nei cinque metri di tragitto verso l’uscita, pensai che quelle che aveva detto erano tutte cazzate, che lui aveva un potere decisionale e che, in fin dei conti, questo stato di cose, questo stato di cose dove i genitori negano il futuro dei figli, l’aveva deciso lui, non io. Mentre abbassavo la maniglia, pensai anche che quel Celli era proprio stronzo, perché è troppo comoda avere una posizione di potere e poi dire al figlio, vattene dall’Italia. Troppo comoda non assumersi mai le proprie responsabilità, all’interno di una situazione dove si comanda. Troppo comoda lavarsi la coscienza così, cazzo, pensai, mentre chiudevo la porta dietro le mie spalle.

Per riportare tutta la mia roba a casa abbiamo affittato un furgone. Mia madre è seduta in mezzo, fra mio padre che guida, e me, che guardo fuori dal finestrino. Dopo aver chiuso la porta di casa, caricato le ultime due valigie e consegnate le chiavi alla portinaia, che mi ha salutato dicendomi che le spiaceva tantissimo che me ne andassi, non ho più parlato. Dopo aver sorriso alla portinaia, non ho più detto una parola.

Una volta in autostrada, ho acceso la radio, che rompesse la monotonia del solo rumore del motore che si sentiva in macchina. Il dj parla delle settimane bianche prenotate per il mese di dicembre, per le vicine vacanze di Natale. A riguardo, intervista il direttore di un importante albergo di Cortina.

Devo dire che nonostante la crisi ci sono moltissime prenotazioni, dice con voce composta e accomodante, alla fine una settimana di lusso e svago non se la nega nessuno.

Mio padre continua a fissare la strada, come ipnotizzato. Scuote solo leggermente la testa, poi mi lancia un veloce sguardo e abbozza sulle labbra un sorriso amaro.

Alessandro Busi

Questo è un vecchio racconto sul natale, il precariato e i Babbi natale appesi sui balconi. All’epoca era stato pubblicato  sulla rivista telematica Il paradiso degli orchi

Esproprio proletario natalizio

1

Minchia che freddo…e per un gioco, poi…

Era attaccato alla ringhiera con una mano, nell’attesa che tutti se ne andassero.

Ma d’altra parte…se lui mi ha chiesto quello, devo cercare di averlo…

Sentiva l’aria che gli congelava le nocche delle dita, mentre la testa andava al figlio, Luca, che non aveva ancora l’età per capire, ma soprattutto per conoscere, il mondo di merda nel quale era nato.

Mario era appeso per una mano e con l’altra teneva il sacco di iuta riempito di polistirolo. Stava così da quasi due ore e si sentiva i crampi nello stomaco. Guardava il cenone natalizio della famiglia Roversi.

Dai che è fatta…manca  venti a mezzanotte…

Dalle finestre all’inglese vedeva la nonna che si metteva il cappotto aiutata dal nipote Andrea che, ad occhio e croce, aveva la stessa età del suo Luca. Antonio e Laura, mamma e papà del bambino e, rispettivamente figlio e nuora della nonna, stavano iniziando a sparecchiare la tavola imbandita.

Che cosa aspettate?!…

Come se avessero sentito i suoi pensieri, i Roversi, tutti pronti e agghindati al meglio, abbandonarono i propri compiti ed uscirono veloci e sorridenti, come atmosfera natalizia impone, per la messa di mezzanotte.

Mario vide il suv di Antonio allontanarsi lasciando dietro di sé la condensa dei gas di scarico.

2

“Mario, ma che hai?”

Giovanna era sua collega ormai da due anni, ovvero da quando era andato a lavorare nel call center Telecom della sua città. Entrambi si occupavano di questioni di carattere economico e lavoravano nelle due postazioni adiacenti.

“Ma niente…è che mi è arrivata la lettera per Babbo Natale da Luca…”

Deglutì amaro e sentì un sapore che nessuno gli aveva preannunciato quando gli raccontavano come sarebbe stato bello fare il padre. Nessuno gli aveva detto cosa poteva significare sentirsi un fallito, perché non si poteva permettere di fare un regalo al figlio. Nessuno gli aveva descritto le notti insonni, a rigirarsi il cervello su come potesse racimolare quei dannati duecento euro per prendere la Play Station a Luca.

“E va be…che sarà mai!…se ti serve qualcosa lo sai che puoi chiedere a me…”

Lui la guardò e la ringraziò con gli occhi, ma non disse nulla. Sapeva benissimo che anche lei faceva fatica ad arrivare a fine mese tra stipendio da fame, affitto e spese varie. La ringraziò con gli occhi, ma non disse nulla, perché non c’era nulla da dire e le parole non avrebbero fatto altro che aumentare la sua amarezza: un conto è pensarle le cose e un conto è dirle. Insomma, se lui avesse pronunciato una frase tipo Grazie Giovanna, ma spero di riuscire ad accontentare Luca con le mie forze, sarebbe stato come materializzare, con la potenza della voce, le paure che gli affollavano le notti.

Respirò profondamente, prese la cornetta e ripartì.

“Telecom buongiorno, sono Mario!”

3

Aspettò che, dell’auto, non si sentisse più nemmeno il rumore prima di staccarsi e saltare sul balcone di casa Roversi.

In primis, svuotò il sacco dal polistirolo lasciandolo volare via col vento: sembrava che nevicasse, come nei film di Natale, ma, come nei film, il tutto era assolutamente finto. Poi, come un vero Mc Giver, tirò fuori dalla tasca una forcina rubata ad Angela, la sua ragazza e, senza troppa fatica, aprì la portafinestra.

Ma che cazzo sto facendo?…

Mentre si accingeva a scassinare la serratura, il vetro scuro gli permise di specchiarsi a figura intera e di vedere uno spettacolo che lo fece rabbrividire: un uomo di trentacinque anni, cicciotello, con barba e costume da Babbo Natale, che si stava introducendo in una casa non sua per rubare un giocattolo ad un bambino.

Ma dove cazzo sono arrivato?…a che punto sono arrivato?…

La figura che vedeva nel vetro scuro, ad ogni pensiero che gli bruciava in testa, si ingobbiva visibilmente, come schiacciata da un senso di amarezza generalizzato e dalla consapevolezza istantanea di aver buttato la sua vita nel cesso e di aver tirato pure la catena.

Ormai è tardi per i ripensamenti…

Aprì la portafinestra ed entrò.

La casa era calda ed accogliente. Sul grande tavolo, coperto da una tovaglia natalizia con dei pini e dei babbi natale disegnati, c’erano le tazzine con i fondi di caffé ed i bicchierini che puzzavano di limoncello. Nell’angolo più lontano della stanza, l’albero di Natale con gli aghi ed il tronco di plastica,  si accendeva ad intermittenza e sotto, nell’attesa di un’imminente apertura, stagnavano i pacchetti regalo.

Mario pensò che Angela e Luca erano a casa senza cenone, senza albero e senza di lui. Pensò anche che il Natale era solo una merda per ricchi e che gli faceva schifo, e che era giusto che lui fosse lì a rubare la Play Station di quel bambinetto viziato, perché era solo un acconto che lui si riprendeva rispetto alle ingiustizie subite: esproprio proletario natalizio.

Dai Mario…non stare a pensare a cazzate, muoviti…

Arginate le congetture di giustizia sociale, si diresse verso l’albero.

4

“Vedrai che se glielo spieghi lui capisce…è un bambino intelligente…”

Giovanna aveva cercato di consolarlo durante la pausa caffé e gli aveva pure offerto un ciocappuccio per tirargli su il morale, ma non c’era stato modo.

“signor Ranza cosa le succede oggi?”

La voce profonda e forzatamente amichevole del capo si introdusse nel discorso.

[Corso di preparazione per futuri direttori di call center, lezione tre: cercate di creare un rapporto con i vostri dipendenti…parlate con loro nelle pause e fategli capire che  gli siete vicini…fatevi volere bene!]

“Ma niente…problemi natalizi…sa com’è?”

Mario cercò di tirare la bocca verso una smorfia simile ad un sorriso, ma le labbra gli risultavano pesanti come se ci fossero state due incudini appese agli angoli.

“Oh la capisco! Pensi che il mio Andrea mi ha chiesto la Play Station nuova…ma sa che costa più di duecento euro?…e poi adesso mi è pure toccato arrivare in ritardo al lavoro per prendere a mia moglie questo Babbo Natale, grandezza naturale, da attaccare al balcone…ma d’altra parte…Natale viene una volta all’anno!”

Il capo rise con le fauci larghe ed i denti bianchi ben visibili.

Mario lo guardava fisso e non capiva se era sincero, o se lo stava prendendo per il culo, ma non disse nulla. Annuì e buttò nel cestino il bicchiere di plastica marrone.

Anche il capo buttò il bicchiere e, con un augurio natalizio, congedò i due dipendenti, che lo salutarono a loro volta.

“Auguri a lei dottor Roversi”

5

Aveva aperto praticamente tutti i pacchetti, trovando una miriade di inutilità, fra le quali spiccavano: una cravatta rossa con delle piccole stelle comete ricamate sopra ed il libro di Bruno Vespa sulle abitudini culinarie della classe politica italiana.

Ma dove cazzo è ‘sta Play Station!

Era rimasto un solo pacchetto. Lo aprì ed eccola comparire in tutta la bellezza della sua confezione di cartone: la consolle più amata da grandi e piccini.

In uno slancio di affetto consumista, se la strinse al petto come se avesse avuto fra le braccia un bambino.

Finalmente…è fatta…

Fu proprio il sorriso di soddisfazione ad essere illuminato dalla luce azzurra che sembrava venire dal cielo.

Furono proprio i suoi occhi felici ad essere accecati da quel bagliore improvviso.

Furono proprio i suoi denti storti a cambiare colore e divenire, dal bianco gialliccio naturale, al blu polizia.

Cazzo la polizia!

Mario chinò il capo e si guardò dal collo in giù. Vide una specie i flaccido Buddha vestito come un buffone, che teneva in mano il dono natalizio di un bambino.

Si sentì una merda.

La porta di sotto fu abbattuta dai calci degli anfibi di Stato.

Non riusciva nemmeno ad immaginare come avrebbe fatto a spiegarsi in questura: sì, ho finto di essere Babbo Natale e poi mi sono introdotto per rubare un giocattolo per mio figlio…Nessuno gli avrebbe creduto. E cosa avrebbe detto ad Angela? E a Luca?

Gli scarponi che correvano su per le scale erano un rumore fortissimo e ripetitivo.

I poliziotti lo presero senza che lui opponesse alcuna resistenza. Aveva il capo chino in segno di resa: resa alla polizia e resa alla vita.

Non c’era più nulla da fare.

Non c’era mai stato nulla da fare: tutto questo era stato solo uno stupido gioco, un niente costruito dalla sua fantasia disperata, nel tentativo di mantenere una certa dignità davanti ai suoi familiari, ma non era possibile.

Quando uscì dalla porta, ammanettato e tenuto stretto per il braccio destro, c’era la famiglia Roversi al completo, Antonio compreso, che lo guardò e scosse il capo.

Mario non ebbe la forza di incrociare lo sguardo del suo datore di lavoro, ma, seguitando a fissarsi i piedi, salì sulla volante e fu portato via.

Alessandro Busi

Io, quando vedo un ex sessantottino


Io, quando vedo un ex sessantottino, o giù di lì, scappo. Sì, corro a gambe levate e me ne vado. Mi chiudo in casa e respiro forte, contento per il mancato pericolo. Sì, quando vedo uno di quelli del ventennio, quindicennio, 68-83, quelli degli ideali, quelli del libretto rosso, quelli della Lotta che deve essere Continua, quelli che nelle sigle dei gruppi, più simili a codici fiscali che a nomi di associazioni, doveva esserci quasi ad obbligo la parola proletari- da declinare poi in vari modi, ecco quelli lì, quando vedo uno quelli lì io scappo, corro, arrivo a casa, chiudo la porta a chiave e respiro, accovacciato sulle gambe, per riprendere fiato.

A dire il vero, però, non è proprio così. Non è così che va, non è così che faccio. Non è che tutte le volte che vedo uno che, dall’età, mi sembra uno di quelli, allora corro via. Siamo sinceri, se ogni volta che vedessi uno sui sessanta/cinquanta con indosso le Clark, una giacchettina di velluto a coste e, perché no, una bella sciarpina radical chic, dovessi correre, non smetterei mai. No, diciamo che ho un po’ esagerato.

Ripartiamo così.

Io, quando vedo un ex sessantottino, o post-sessantottino, uno di quelli del noi abbiamo fatto la rivoluzione, per capirci, dovrei scappare, correre via, arrivare a casa e sentirmi sicuro solo dopo aver chiuso a chiave la porta.

Che poi, però, non va bene nemmeno così, perché è troppo poco, ha poco senso. Vedo un signore con le Clark, che magari ha mantenuto il vizio del sigaro, che aveva iniziato a fumarlo in quegli anni per fare il Che Guevara de noartri, il Fidel Castro all’amatriciana, e scappo? Non gira, così. Non parte. Bisogna calcare un po’ la mano. Mettere un indicatore più forte

Allora riproviamo così.

Io, quando vedo un ex sessantottino, o post-sessantottino, uno di quelli che la rivoluzione l’hanno fatta solo loro e i giovani d’oggi non hanno più ideali perché non sanno chi era Renato Curcio – che io mi dico, in inciso, meglio sapere chi è adesso Renato Curcio, che è uno che fa un bel lavoro con la sua casa editrice, piuttosto che sapere chi era quando faceva il visionario socialista del tribunale proletario e emetteva sentenze come se piovesse, no? -, io quando vedo uno di quelli lo dovrei guardare, dovrei sputargli in faccia e scappare via veloce, senza dargli spiegazioni, tanto lui capirebbe, spero. Però se non capisce? Se pensa che sono matto? Se poi inizia ad andare in giro, alle cene con i suoi amici-ex-rivoluzione-solo-noi, a dire che i giovani d’oggi non hanno ideali, non hanno punti fermi, quindi sono diventati matti per tutte le ore che passano davanti al computer e alla tv? Ossignore, no. Non devo lasciarglielo fare, devo sistemare il tiro, così ancora non va.

Allora ripartiamo. Ancora, una volta. Stavolta, con una spiegazione, direi. Sì.

Io, quando vedo un ex sessantottino, un di quelli che l’Italia loro l’hanno cambiata perché non facevano come i giovani d’oggi che stanno tutto il giorno su Facebook, ma andavano in piazza e si incontravano per davvero, fisicamente, mica virtualmente, o telematicamente, che ormai questi giovani fanno anche all’amore via webcam, se ancora sanno cosa vuol dire fare l’amore, io quando vedo uno di quelli dovrei fermarlo e dirgli, ehi, mr Rivoluzione-solo-noi, mr il mondo lo cambiamo, sai cosa ti dico? Che invece che andare in piazza, potevi anche stare chiuso in casa a guardare i filmetti di Edwige Fenech e Lino Banfi e Alvaro Vitali, che ci facevi un piacere a tutti. Sì, caro il mio voi-giovani-dovreste-leggere-il-libretto-rosso – che poi, per inciso, io l’ho letto e credo sia una roba che, a confronto, il rosario ha più spunti di riflessione -, era meglio se stavate a casa, visti i risultati, visto che a forza di colpi siete riusciti a prendere quel potere che tanto anelavate e avete costruito una bella realtà fatta di precariato, disoccupazione, ragazze che non vengono assunte perché ragazze, per parlare solo del versante lavorativo, perché se volessimo metterci a discutere anche del giustizialismo, delle leggi contro i migranti…facciamo notte. Comunque, sì, caro mio, era meglio se non andavi in piazza, e anzi, era meglio se in piazza non ci portavi nemmeno me. Sì, era meglio se, quando avevi fatto quelle belle parate per l’articolo 18, e io avevo diciassette anni, mi dicevi, in uno slancio di sincerità, guarda, se vuoi venire, vieni, ma ricordati che scendi in piazza per me, non per un diritto generale, o per il tuo futuro, perché tu, nel futuro, avrai solo contratti a progetto, o di collaborazione, che IO ho ideato e immesso nel mondo del lavoro, quindi tu il diritto di sciopero te lo devi proprio scordare. Questo avresti dovuto dirmi, prima di farmi venire fino a Roma per un cazzo. Ecco, credo che gli direi tutto questo, o magari anche quelcos’altro, e poi gli sputerei in faccia e correrei via, fino a casa. In questo modo, almeno, non avrebbe niente da dire che non so le cose, o che non capisco i rapporti di potere, no? Io l’ho capito chi comanda. Io l’ho capito fin troppo bene chi è passato dalla parte del potere e chi viene schiacciato, ma forse…forse è proprio questo che…boh, anche in questa ultima versione…non so, c’è qualcosa che non va per il verso giusto, riguardo alla questione del potere.

Aspetta che riproviamo per l’ultima volta.

Io, quando incontro un ex sessantottino, uno di quelli della rivoluzione maoista anche in Italia perché no?, io lo saluto e gli dico Ciao, perché vuole che sul posto di lavoro siamo tutti amici e ci diamo del tu. Io lo guardo e gli dico anche come va? e, ogni tanto, lo ascolto che mi racconta di quando era ragazzo e lanciava i sanpietrini alla polizia e gli occhi gli si illuminano di ricordo. Poi, però, quando arriva il momento che parli io, io allora prendo coraggio, ma poi non gli dico mai niente sul fatto che mi ha assunto con un contratto schiavista per due mesi, che seicento euro al mese per sei ore al giorno di lavoro non sono una paga degna, che in questo modo lui mi tratta molto peggio di come gli operai, i proletari, venivano trattati quando lui scendeva in piazza. Io tutto questo non glielo dico, perché, anche se sono senza ideali, io una cosa l’ho capita, e questa cosa che ho capito sono i rapporti di potere. Per questo, quindi, ho capito che questo ex-trotskysta del viva la rivoluzione permanente, ora è il mio capo e che potrebbe cacciarmi da un momento all’altro,  anche senza ragione – altro che art.18 -, e dato che a fine mese l’affitto lo devo pagare e le bollette pure, e dato che la mia ragazza con cui convivo è nella mia stessa situazione, allora io ho capito soprattutto che non posso dire niente, non posso sputare e non posso correre, ma sto fermo e sorrido, come se tutto fosse ok.

Alessandro Busi

Trasformazioni sociali

Salve, sono Luca e questa è la mia storia: mio nonno è morto sul lavoro, mio padre è morto di lavoro e io…

Mio nonno, Alberto Alce, quando è morto, aveva cinquant’anni. Lavorava in cava da sempre e sapeva che sempre ci sarebbe stato. Era un uomo chiuso e nerboruto. Era uno che la mattina faceva la sosta all’osteria per farsi riempire il fiasco di vino da bere con il suo amico Mario durante la pausa pranzo, ma che nonostante ciò lavorava come un mulo per mantenere moglie e cinque figli.

Il giorno che è morto era un giorno d’Agosto. Il caldo torrido asciugava gli operai ed il sole, al picco del mezzogiorno, gli rendeva la pelle nera come il carbone, dandogli la tipica abbronzatura sporca da poveracci, diversa da quella lucida dei ricchi.

Comunque, il caldo stava facendo friggere il cervello a tutti e Alberto, che era davanti alla gru di Mario, gli urlava le direttive per riuscire a mettere il blocco di marmo esattamente sul rimorchio del camion.

“Avanti… un po’ più a destra… un po’ a sinistra… No!”

Il NO gli uscì dallo stomaco, raschiò la gola, fino a disperdersi nell’aria come l’ultimo ruggito del leone ferito.

Uno dei ganci di metallo, a causa del caldo, si era smollato fino a cedere, lasciando così scivolare il grosso blocco di marmo che schiacciò il corpo di mio nonno, dai piedi fino al collo. Nei due giorni di visione del morto che precedono il funerale, mio nonno non l’hanno esposto, perché il corpo gli si era distrutto e anche in faccia gli erano scoppiati tutti i capillari.

Anche mio padre non l’abbiamo messo in mostra, lui, però, è morto di morte lenta e dolorosa.

Lavorava alla Pirelli da ventinove anni, quando ha smesso. Lavorava in un reparto particolare, dove scioglievano e rimescolavano i vari tipi di gomme per fare i copertoni, e lo pagavano bene. Era il reparto dove pagavano meglio in tutta l’azienda, però, quasi nessuno di loro è arrivato alla pensione. Quando si soffiava il naso gli scendeva il muco nero e alla mattina  mia mamma era costretta a cambiare le lenzuola, perché lui aveva lasciato la sua sindone di polveri scure. Quando aveva smesso, era anche iscritto al sindacato e diceva che il sindacato era una cosa importantissima, perché:

se non vuoi fare la fine del topo come tuo nonno, bisogna lottare sempre

Con il suo lavoro, straordinari compresi, aveva fatto studiare i due figli, pagava agevolmente l’affitto, aveva portato qualche volta in vacanza tutta la famiglia ed era riuscito a permettersi gli elettrodomestici necessari: frigorifero e lavatrice.

Aveva tanti motivi per lavorare, ma un giorno dovette smettere. Mi ricordo ancora i singhiozzi profondi e acuti di mia madre, quando lui aveva pronunciato la parola del terrore: cancro. Cancro ai polmoni, come altri tre suoi colleghi nello stesso anno e come altri dieci l’anno seguente. Ce ne vollero una quarantina, più o meno, per far sì che il sindacato obbligasse l’azienda a far mettere almeno delle mascherine agli operai di quel reparto.

Come dicevo prima, anche il suo corpo non fu messo in mostra, infatti, nei due mesi che trascorsero tra la cessazione del lavoro e la cessazione della vita, il tumore, oltre a rodergli i polmoni, fino a fargli sputare sangue e carne nera, riuscì a sfigurarlo completamente.

Io i consigli di mio padre, quelli di iscrivermi al sindacato, non li ho seguiti, perché tanto ho tre lavori e tre contratti, ma in nessuno di questi è più contemplata la mia libertà di sciopero. Giusto per non tediarvi troppo vi descrivo, così, un po’ schematicamente, la mia giornata tipo.

Mi sveglio alle 07.30 e, dopo una veloce colazione, mi lancio al primo lavoro: telefonista in per una ditta che vende aspirapolveri. In pratica devo convincere delle casalinghe disinteressate a far andare da loro un nostro rappresentante per una dimostrazione gratuita. Vengo pagato con un fisso da ridere e una provvigione, ovvero un modo nuovo per chiamare il cottimo. A mezzogiorno finisco e passo dal Mc Donald’s, dove pranzo quotidianamente. Aspettate, non giudicatemi subito dicendo che sono un qualunquista e che le multinazionali sono da boicottare, anch’io sono Komunista kome voi. Il punto è che nella mia città, solo lì mi posso mangiare un panino che costi cinquanta centesimi. Bene, finito il pranzo, bruciori di stomaco annessi, mi reco al secondo lavoro: cassiere dall’una alle sette di sera in un piccolo Despar del centro. Vi dirò che qui mi rilasso abbastanza. Certo, non ho ancora capito perché mi abbiano detto che, per la mia assunzione, ha svolto un ruolo fondamentale la mia laurea in psicologia, comunque diciamo che qui non è male. Una volta finito, tempo mezz’ora, devo essere velocemente alla Pubbl., l’azienda pubblicitaria dove, dalle 19.30 alle 22.00 faccio sondaggi telefonici su vari prodotti, mentre dalle 22.30 alle 02.00 imbusto le pubblicità di alcune ditte.

Ecco, dalle 02.30 alle 07.30, poi, dormo.

Ovviamente, tutto ciò non lo faccio né per mantenere una famiglia, né per mettere da parte i soldi in previsione di farne una, dato che potrei essere licenziato da un giorno all’altro. Con i 750 euro che riesco a tirare su mensilmente pago affitto e bollette e, se ci sta, qualche birra il sabato.

Comunque ora è giunto il momento di salutarvi, perché il dottore dice che dopo il mezzo infarto che ho avuto l’altro giorno, non mi devo affaticare, altrimenti faccio la fine dei miei avi, solo con una ventina d’anni di anticipo.

Alessandro Busi

Terapia anti-bamboccioni

“L’economia è in crisi e ci servono persone forti”, diceva il pingue ministro inquadrato dalla telecamera, “ragazzi che non abbiano remore a staccarsi dalle famiglie ed inseguire i propri sogni”

Sotto il volto del ministro passavano scritte di spot pubblicitari di chatline erotiche, l’ultimo modo trovato per far fronte al calo degli ascolti dei telegiornali.

“Per questo abbiamo istituito dei centri di intervento che aiutino i nostri giovani, il nostro futuro, a vivere le proprie vite in maniera più autonoma e consapevole”

Marco era seduto davanti alla tv e seguiva il tg. Nel sentire quelle parole sgranò gli occhi.

Beh, potrei…

Pensò. Prese il computer e scrisse su un motore di ricerca la chiave aiuti per bamboccioni, seguita dal nome della sua città.

I link che gli si mostrarono indicavano che il primo incontro del gruppo si sarebbe tenuto quello stesso giovedì in una sala messa a disposizione nel palazzo del comune.

Quando Marco entrò nella stanza indicatagli dall’usciere, vi trovò una ventina persone sedute in cerchio.

“Prego accomodati”

Gli disse il terapeuta che conduceva il gruppo.

Marco si sedette in una delle sedie libere.

“Allora dicevamo che potremmo iniziare con il presentarci a vicenda”, riprese il terapeuta, “chi vuole cominciare?”

L’imbarazzo generale portò all’omertà e a scambi di reciproche veloci occhiate.

“Che ne dici di iniziare tu che sei arrivato per ultimo?”

Disse il conduttore, per sbloccare lo stallo.

Marco annuì e si alzò in piedi.

“Salve a tutti, io mi chiamo Marco Tosco e sono un bamboccione”

In realtà non sapeva se andava bene iniziare con quella formula, ma aveva sempre visto nei film che facevano così, quindi pensò che era giusta.

“Ora devo raccontare la mia storia?”

Chiese al terapeuta. Questo annuì e gli fece un cenno con la mano, come a dirgli di sentirsi libero di dire pure qualunque cosa volesse.

“Allora dicevo, io sono un bamboccione perché ho trentaquattro anni e vivo ancora a casa con i miei genitori”

Le gote di Marco erano rosse dall’imbarazzo, ma nessuno le vide, nascoste com’erano sotto la barba nera.

“Sinceramente c’ho provato tante volte a cercare casa, ma alla fine mi sono sempre arenato sullo scoglio economico. Nel senso che riuscire a pagare un affitto di cinquecento euro, quando ne guadagno settecento mi risulta difficile. So bene, però, che questa è solo una scusa che io adduco per evitare di staccarmi dal seno materno. Almeno così mi aveva spiegato una volta una mia amica che ha studiato psicologia”

Attorno a lui, tutti gli altri partecipanti annuivano, probabilmente avendo sentito una storia che ripercorreva perfettamente, o quasi, anche le loro vite. Il terapeuta, invece, lo guardava con uno sguardo fisso, ma gentile.

“E questo è quanto, credo”

Detto ciò, Marco si risedette.

Il conduttore prese spunto dall’importante contributo appena esposto, per parlare del legame morboso madre-figlio che, a suo parere, stava alla base del fenomeno del bamboccionismo.

Nel frattempo, fuori di lì, la speculazione edilizia faceva lievitare gli affitti delle case, più della pancia di una donna incinta, ma ciò era assolutamente irrilevante nelle quattro mura bianche che delimitavano la stanza dell’incontro.

“Qui si discute di persone, non di economia”, avrebbe risposto il terapeuta ad una possibile obiezione a riguardo.

Alessandro Busi

Diritto di sciopero

Da piccolo avevo una maestra comunista. I genitori di un mio amico, una volta, li sentii che dicevano che era una brava maestra, anche se era comunista.

La mia maestra comunista, un anno, il giorno dell’otto di marzo, ci raccontò la storia di come era nata la festa della donna. Ci disse che tutto risaliva all’otto marzo del 1909, quando in una fabbrica di New York morirono centoquarantotto donne che erano state rinchiuse dal padrone, che non voleva lasciarle andare a casa. Ci disse anche che pensare alla festa della donna solo come la festa delle mimose era offensivo verso quelle donne e che, anzi, l’otto marzo avrebbe dovuto diventare una festa in cui difendere i propri diritti di lavoratori. Mi sembra ancora di sentirla, come se l’avessi qui di fianco.

“per difendere il diritto di sciopero”, ci disse, “che è un diritto inalienabile, che vuol dire che è un diritto che nessuno vi potrà mai togliere”

Quel giorno tornai a casa sovraeccitato. Quando mio padre arrivò dal lavoro, gli spiattellai tutto il discorso sui lavoratori e sui diritti inalienabili e lui annuì e mi disse che facevo bene a credere in quelle cose, ma non mi sembrò tanto euforico.

Per anni, questa idea dei del diritto di sciopero mi accompagnò come una gemella siamese. Quando mi dilettavo a fare il giovane compagno, alla scuola superiore, mettevo in dubbio tutto, ma questa cosa no: il diritto di sciopero è inalienabile.

Una volta, quando una professoressa ci aveva raccomandato di non scioperare il sabato seguente che avrebbe fatto un compito in classe, io mi alzai ed urlai che lei non poteva permettersi di farci quella violenza.

“Il diritto di sciopero è inalienabile!”, le gridai contro, “lei lo sa cosa vuol dire inalienabile?!”

A fine anno ottenni un otto in condotta e il debito nella sua materia, ma sapevo che avevo ragione e non sarei tornato indietro di un passo.

Questa convinzione sorresse letteralmente la mia vita per anni, quindi, non sto a dire la delusione e lo spaesamento, quando scoprii che la mia maestra comunista non era altro che una bugiarda incallita.

Tutto accadde quando trovai il mio primo lavoro. Era un lavoro da commesso in una grande libreria della mia città.

La direttrice mi chiamò dopo due mesi che avevo lasciato il curriculm e mi disse che cercavano una persona urgentemente. Quando andai a colloquio, mi fece leggere il contratto, nel quale si diceva che avrei lavorato da loro per tre mesi e che l’azienda aveva la facoltà di interrompere il rapporto lavorativo in qualunque momento e per qualunque motivo. Data la mia necessità di soldi, firmai senza sollevare questioni, ma una volta a casa rilessi più volte quelle righe.

Parlandone con Marta, la mia ragazza, lei mi fece notare che quella dicitura sul licenziamento era la negazione del diritto di sciopero. Io le risposi che non era possibile quello che diceva, perché il diritto di sciopero è inalienabile, allora, per farmi capire, mi ipotizzò una possibile situazione.

“Facciamo che un giorno c’è sciopero”, mi disse, “e facciamo che su trenta dipendenti scioperate in dieci, ok?”

Io feci di sì con la testa e rimasi all’ascolto.

“Bene, facciamo anche che, nel cassetto dei curricula, ci sono una cinquantina di domande”

Annuii nuovamente, ma stavolta con la paura di sentire dove potesse andare a finire il suo ragionamento.

“Allora dimmi, cosa dovrebbe trattenere l’azienda dal licenziare gli scioperanti e chiamare dieci dei pretendenti?”

Non seppi rispondere. Rimasi zitto e con la bocca socchiusa.

“Vedi Marco”, mi disse, “hanno tolto il diritto di sciopero”

Non potei controbattere nulla. Continuai a balbettare accenni di reazione per mezz’ora e poi, con grande rammarico, dovetti ammettere che aveva ragione.

Sono quasi sicuro che la scogliosi, che da vecchio mi porterà ad avere la gobba, abbia iniziato a manifestarsi in quel preciso momento.

Per qualche giorno, non feci altro che interrogarmi su cosa mi fosse rimasto da credere. E la risposta era sempre la stessa: niente.

In quel periodo lessi un sacco di libri sull’argomento e scoprii che c’erano fior, fior di studiosi e luminari che dicevano che l’idea del diritto di sciopero era una cosa passata, esattamente come gli Eskimo e i pantaloni a zampa, ma che magari, un giorno, potrebbe pure tornare.

Il passare del tempo, però, medica le cose, così, piano, piano, mi adattai a questa nuova situazione.

Al lavoro mi rinnovarono il contratto due volte e alla terza mi licenziarono. Mi fecero stare a casa un mese e poi mi riassunsero.

Ormai sono tre anni che vado avanti così e, a pensarci bene, dopo un po’ ci si abitua.

Anzi, a pensarci bene, bene, a me questa situazione piace proprio.

L’altro giorno, per esempio, ero nel mio mese di ferie coatte, finito oggi, e leggevo sul giornale del decreto del governo sugli scioperi e, in particolare, sull’introduzione dello sciopero virtuale. Con questa dicitura, spiegava il giornalista, si intende uno sciopero al quale il lavoratore dichiara di aderire, anche se poi va regolarmente al lavoro, e dalla sua busta paga gli vengono decurtati i soldi della giornata in cui, virtualmente appunto, non si è presentato. Un esponente del governo, prontamente intervistato, diceva che in questo modo si tutelano i cittadini che devono viaggiare, per esempio, in autobus. Nelle pagine seguenti, invece, un rappresentante del sindacato della CGIL diceva che questo decreto era un vero e proprio attentato al diritto di sciopero che, come tutti sanno, è un diritto inalienabile. Diceva anche che non si può accettare tutto questo e che è dovere morale di tutti i cittadini di scendere in piazza e far sentire il proprio dissenso.

Io pensai che quel signore che parlava di diritto inalienabile era un bugiardo come la mia maestra comunista.  Pensai anche che io il diritto di scioperare non l’avevo mai avuto, se si escludono gli anni delle scuole superiori, e che, grazie a ciò, a me, questo decreto legge non toccava proprio.

“Come fanno a togliermi un diritto che non ho?”

Ragionai tra me e me.

Da un certo punto di vista mi ritenni abbastanza fortunato.

“almeno non mi faccio più venire il sangue amaro per nulla”, mi dissi, poi, stufo di questo discutere sul niente, passai a leggere le pagine di cultura.

Alessandro Busi

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