L’attesa: narrativa, tesi di laurea e Leopardi.

Scrivere una tesi di laurea è  tutto un lavoro di tempi, un gioco contro il tempo. Anzi, diciamo meglio, scrivere una tesi di laurea è una danza con il tempo, un po’ come stare su un ottovolante inceppato. Lui va veloce, corre così forte che sembra non dover interrompere mai questa sua corsa, poi, improvvisamente, senza preavviso, tutto si ferma. Il seggiolino davanti al tuo si blocca ed il tuo di conseguenza e via, via tutti gli altri. Tu rimani lì, fermo ed inerme, e aspetti, senza poter fare più nulla, che l’uomo dell’ottovolante decida di far ripartire la macchina e ricominciare la corsa.

Ecco, fare una tesi di laurea è un po’ così: scrivi, scrivi di corsa, cercando di limitare i tempi, poi, trafelato ed elettrizzato, consegni tutto al relatore e aspetti. Nell’attesa rimani in quello stato di sospensione anaerobica, dove percepisci una certa libertà, che sai precaria più di ogni altra cosa. Lasci passare il tempo, restando seduto sul tuo seggiolino del calcinculo culturale, nell’attesa che il relatore faccia ripartire tutto il meccanismo.

È così fare una tesi di laurea. Un continuo susseguirsi di singhiozzi.

Essendo in questa situazione, ultimamente mi ritrovo a pensare a tante cose senza poterle fare. In pieno stile leopardiano, vivo nell’attesa della felicità. La settimana scorsa, per esempio, il lunedì ho portato il mio malloppo di fogli al relatore.

Mi chiami fra due giorni

Mi ha detto il mio relatore. Io penso che due giorni sono pochini per leggere tutta quella roba che ho scritto, ma poi penso anche che lui è docente, quindi sarà uno che sa bene come fare queste cose, quindi lo ringrazio e me ne vado.

Appena sono uscito dalla porta del suo studio, dopo aver fatto i miei quattro piani di ascensore ed essere uscito all’aria aperta, mi sono sentito particolarmente leggero. Quello stato di limbo mi ha tenuto in sospeso, ma anche alleggerito.

Oddio che bello

Ho pensato.

Adesso per un paio di giorni posso fare tutto

Mi sono detto, mentre tornavo a casa.

Mentre camminavo, pensavo a cosa potessi fare di bello in quei due giorni, così mi sono detto che avrei potuto, finalmente, dedicarmi alla narrativa.

Camminavo e mi sforzavo di pensare. Guardavo in faccia le persone e cercavo di farmi ispirare.

Mario aveva le rughe sotto gli occhi…

Oppure

Luca pedalava veloce per arrivare in tempo all’esame di anatomia, quando…

Ma nulla mi sembrava buono. Sono andato avanti fino a sera a scrivere incipit e cancellarli senza pietà.

La notte porta consiglio, ho pensato poi, ma anche il giorno dopo nulla. Colazione, pranzo, merenda, cena, niente da fare. Ho fatto gran manicaretti, ma nulla di narrativo. Anche mentre passavo l’aspirapolvere ho provato a pensare a qualcosa, tipo la storia una ipotetica casalinga che…ma niente da fare. Ennesimo incipit, ennesimo fallimento.

La mattina dopo, mentre tornavo a ricevimento dal mio relatore, non riuscivo a smettere di pensare alle storie che avrei potuto scrivere in quei due giorni e mi sarei mangiato le mani, ma ormai era andata così e basta.

Ovviamente, lui mi dà un sacco di correzioni e la macchina riparte. L’ottovolante ritrova la propria forza e il seggiolino ricomincia a girare. Come prima.

Io esco e torno verso casa velocemente, pensando che mi tocca un bel lavoro, da fare nel minore tempo possibile, pure. Ci penso e mi dico che non mi laureerò, ma poi penso che devo e continuo ad alternare momenti di convinzione e sconforto. Poi, poco prima di arrivare a casa. All’incrocio, vedo una donna a braccetto con la propria badante. Le guardo e ricontrollo la strada. Poi mi rigiro e ricontrollo.

Eccola!

Penso.

Eccola la storia perfetta.

Mentre sono in ascensore ripercorro tutta la vita della vecchia e mi sembra una grande storia, bellissima, interessante, avvincente. Ma ora l’ottovolante è ripartito e nulla può andare ad intralciare la sua corsa.

Penso che la felicità non è una cosa nostra, di noi persone, così ricomincio ad aspettare.

Ma la prossima volta sarà diverso

Mi dico, senza crederci troppo. E intanto entro in casa, in sul calar del sole, con in mano il mio fascio di fogli e correzioni.

Alessandro Busi

La storia si ripete

9 marzo 2009

Sono partito da un incipit proposto da un blog di un’amica (http://scritturacreativa.wordpress.com/), le prime righe sottolineate, e poi.

Il resto è quello che c’è.

La storia si ripete

Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano la Gazza Ladra di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando. Fui tentato di rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice dell’intensità drammatica. Alla fine decisi. Presi il telecomando e misi il mute allo stereo.

Da quando ho la mia splendida suoneria Soundgood, non esiste musica migliore.

La telecamera strinse sul volto di Luca, che con gli occhi chiusi ed un espressione forzatamente eterea, fingeva di ascoltare incantato la polifonica del suo cellulare, mentre con il piede destro teneva il tempo.

“Buona!”, gridò la voce roca del regista.

Quel segnale chiuse la parentesi delle riprese.

Luca rilassò i muscoli del volto e delle spalle, che si curvarono in avanti. Sospirò profondamente.

“Andata anche questa”, pensò.

Mentre era fermo a riprendere fiato, tutto intorno i tecnici avevano iniziato a raccogliere freneticamente i fili.

Con uno scatto si alzò dalla poltrona in finta pelle del set e si diresse verso i camerini. Una volta lì, si cambiò e si sciacquò dal viso quel poco di cerone che gli avevano messo.

“Avanti”

Disse, dopo aver sentito bussare.

Nella stanza entrò Mario, un uomo sulla sessantina, grasso e calvo. Indossava pantaloni di velluto marrone, un maglione verde ed un paio di scarpe da ginnastica.

“Ciao Luca”

Disse Mario.

Luca pensò che era vestito come un barbone per essere il responsabile alla produzione di quelle pubblicità, ma non disse nulla. Gli sorrise e lo salutò a sua volta.

“Allora Luca, sistemiamo i conti, che ne dici?”

Mario si sedette sul piccolo divano grigio ed aprì il registro delle ore.

“Certo”

Luca pensò che sicuramente gli avrebbe abbassato il compenso. Era sempre così. Loro si accordavano per cento e alla fine gli arrivava ottanta.

“Allora, se non sbaglio eravamo d’accordo per quattrocento in tutto, no?”

Mario parlava senza alzare gli occhi dai fogli.

“Mah, Mario, a dire il vero erano quattro e ottanta, ma va bene”

Gli rispose Luca.

Entrambi scoppiarono in una risata tesa.

Mario scrisse l’assegno e glielo diede.

Si strinsero la mano ed entrambi si augurarono di poter nuovamente collaborare un giorno, poi, dopo essere usciti dal camerino, ognuno andò per la propria strada.

Luca era in macchina e ascoltava l’ultimo disco dei Giant Sand. La commistione della voce profonda di Gelb, con quella di Isobel Campbell gli cullava la strada buia illuminata dai pochi lampioni funzionanti.

“Con quei quattrocento euro non mi rimane un cazzo”, pensava, “una volta che ho pagato l’affitto e fatto due spese, sono già belli che andati”.

Mise la freccia a destra e scalò di marcia.

“Per prima cosa, mi ordino una bella pizza, appena arrivo a casa”, si disse, facendo un espressione soddisfatta, prima di attraversare l’incrocio.

Una volta parcheggiato sotto casa, controllò due volte di aver chiuso l’auto e fece le scale del condominio di corsa. Il suo monolocale era al quarto piano e Luca sosteneva che percorrere quelle quattro rampe tutti i giorni, due volte al giorno, era meglio di andare in palestra, quindi, così fece.

Entrò in casa e il profumo della peperonata cucinata la sera prima occupava ancora l’aria.

Poggiò il cappotto su una sedia, prese il telefono ed ordinò una pizza quattro formaggi.

“Per le otto e mezza, va bene?”, gli chiese il signore dall’accento nordafricano all’altro capo del telefono.

“Certo”, gli rispose Luca e, dopo avergli ripetuto l’indirizzo, riattaccò.

Nell’attesa della sua cena, si fece una doccia calda che lo rilassò completamente.

“Ci voleva proprio”, pensò sospirando, mentre si asciugava i capelli.

Poi aprì una birra e si accomodò sul divano.

Al telegiornale raccontavano che in Italia saranno autorizzate le ronde, seppure non armate.

Luca, che nei suoi studi Dams aveva fatto anche qualche esame di storia, pensò a come spesso le cose, nella storia ritornino. Pensò che, proprio come di fronte ad uno Stato debole, era iniziato lo squadrismo che avrebbe poi portato al regime fascista, allo stesso modo oggi ecco che si ripresentano delle azioni violente auto organizzate contro le minoranze.

“Cambia solo il colore della camicia, ma è una differenza insignificante”, si disse scuotendo il capo.

Dopo un paio di minuti arrivò il ragazzo con la pizza.

Luca gli diede i suoi cinque euro e sessanta centesimi e lo ringraziò.

Inspirato profondamente il profumo sovrastante del gorgonzola, si risedette sul divano e divorò letteralmente la cena.

Durante la mangiata, vide altre notizie dal mondo, ma non vi diede tanto peso. Le lasciò scorrere.

Alla fine, poggiò il cartone per terra e prese in mano la birra.

Iniziò a fare zapping e, fra una trasmissione e l’altra, vide che su una rete privata stava iniziando un concerto operistico.

“Oh, finalmente qualcosa di interessante”, pensò.

Anche questa sua passione per l’opera derivava da un esame universitario.

Finì la birra e poggiò la bottiglia sul tavolo.

La Gazza Ladra di Rossini era al suo apice e l’orchestra filarmonica di Londra stava dando il meglio di sé.

In lontananza sentì che gli stava suonando il cellulare.

Fu tentato di rispondere.

Alessandro Busi

I sogni bisogna ingannarli

13 febbraio 2009


I sogni bisogna ingannarli

I sogni, per poterli realizzare, bisogna ingannarli. Prenderli di petto e poi girargli attorno. Forse potrà sembrare un po’ pessimista, ma è così: i sogni non si realizzano mai, ma si modellano e si aggiustano.

Queste considerazioni, Marco arrivò a farle all’età di quarantacinque anni, davanti alla telecamera di una trasmissione tv.

Dopo che era uscito il suo ultimo romanzo di grandissimo successo, nel quale raccontava la storia di un ragazzo e del padre che si riavvicinano blabla, aveva partecipato a varie interviste. Ovviamente, in ognuna di queste interviste, una domanda era d’obbligo:

Qual’era il suo sogno da bambino?

Allo stesso modo, la risposta di Marco era sempre la stessa:

Beh, a me è sempre piaciuto molto scrivere e, dopo aver letto i libri di Jules Verne, ho sempre sognato di fare lo scrittore.

L’aveva ripetuto talmente tante volte che, mentre diceva questa formula, le parole perdevano di senso.

Quel giorno era alla terza intervista e il giornalista gli aveva appena posto la domanda standard.

Per qualche strano motivo, però, il meccanismo si inceppò e a Marco venne in mente quanto, da ragazzo, aveva sognato di diventare un batterista di successo. Gli venne in mente quando ascoltava, incantato, le rullate di Matt Cameron e quando aveva comprato le sue prime bacchette.

Pensò che quella che raccontava del sogno di fare lo scrittore era una teoria che aveva inventato a posteriori, perché stava bene nel personaggio che si era costruito.

Corrucciò la fronte e poi rispose:

Beh, a me è sempre piaciuto molto scrivere e, dopo aver letto i libri di Jules Verne, ho sempre sognato di fare lo scrittore.

Aggirò il suo sogno e lo ingannò.

Alessandro Busi

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