Racconto su Scrittori Precari: Bruci la città #1
19 dicembre 2011
Questa è la prima parte di un racconto che è pubblicato anche sul blog del collettivo Scrittori Precari. La seconda e ultima parte la pubblicheremo mecoledì. Stay tuned.
Bruci la città #1
Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida, che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.
A volte, per esempio, a volte vado in giro in bici per delle strade che hanno dei paletti grigi per delimitare il marciapiedi, e inizio a pensare a cosa succederebbe se, mentre una macchina mi sorpassa, cadessi su uno di quelli. Mi immagino che picchio la tempia destra sull’angolo fra la plastica dura che fa da tappo al paletto cavo e il ferro mal levigato. Mi immagino che la bici vola via in mezzo alla strada e viene schiacciata da un’auto che sopraggiunge e che fa il rumore stridulo dei freni che bloccano le ruote. Mi immagino che chiudo gli occhi e cado a terra, grattandomi d’asfalto le braccia e le gambe. Mi immagino che con lo sterno vado a sbattere contro il paletto successivo e che si sentirebbe il rumore di ossa rotte, se non fosse per quello di ferraglia della bici schiacciata dalla macchina che assorda tutto il resto. Mi immagino che picchio la testa anche contro l’angolo del marciapiedi e che mi si rompono i denti. Mi immagino gli incisivi coperti dal sangue che presto si raggruma. Mi immagino un’inquadratura dall’alto, che si allontana sempre più dalla prospettiva del protagonista, che poi sarei io, fino a far diventare quel corpo morto come un puntino sulla strada grigia.
Io, a Natale, anzi, prima di Natale, tipo a settembre, spesso penso: oggi vado a comprare i regali di Natale, così poi quando c’è tutta la ressa in giro, io me ne sto a casa. Poi succede che dico, vabe, dai, vado domani, tanto ne manca di tempo, e così arrivo irrimediabilmente alla settimana di fuoco dell’assalto agli acquisti che ancora non ho comprato nulla. Che ad essere sincero, io piuttosto farei come mia nonna, darei la bustina con i soldi a tutti, che almeno non dovrei immergermi nella folla acquirente, ma come fai? Non si può. Per fare la bustina devi avere una certa età e un certo rapporto con la persona a cui la dai, mica puoi dare ad un collega a cui fai un regalo da quattro euro, una bustina con dentro i due dobloni.
Così mi tocca uscire. Mi infilo nei negozi. Rifiuto tutte le offerte di acquisti solidali, per beneficenza, per il paradiso, per il bambin Gesù e chissà cos’altro. Mi incuneo sotto le ascelle dei ragazzi alti e sguscio come un’anguilla fra i maniglioni antipanico dell’amore delle ragazze grasse e glitterate. Studio accurati piani d’azione prima di uscire, o entrare in un negozio. Non lascio mai nulla al caso. Salto le automobili che potrebbero investirmi, pur di non camminare sul marciapiedi, e, come fossero liane nella giungla, sfrutto i cavi elettrici e del telefono per spostarmi da un posto all’altro. Faccio parkour, mi infilo nei tombini, entro nei tubi dove i cassieri spediscono i soldi della giornata, percorro le vie di aerazione, mi faccio telematico e mi trasmetto via wifi, divento bit, divento profumo di pandoro caldo col gelato, mi trasformo in canzone natalizia, divento scontrino, divento pos, divento carta da regalo, divento respiro e sospiro per un regalo desiderato che non arriverà, divento aspettativa, divento delusione anticipata, divento amore e divento odio, mi materializzo nelle luminarie natalizie e mi smaterializzo nella rifrazione della luce, divento albero per riposarmi e guanti per scaldarmi, divento il vischio che orna vetrine dei negozi e il palloncino a forma di babbo natale che vola via dalle mani disattente di un bambino. Divento tutto ciò che rappresenta il Natale, perché come dicevano gli indiani – a dire il vero non so se lo dicevano gli indiani, ma spesso si dice così – se non puoi vincerli, fatteli amici. Così, io, per farmi amico il Natale, divento lui stesso.
Divento, poi, a me piace raccontarla così, perché un po’ fa figo, ma mica è vero che divento il Natale. I ragazzi alti mi bloccano la visuale e le ragazze grasse e glitterate non mi fanno arrivare a prendere i prodotti che vorrei. Quando cammino per strada sto sul marciapiedi, che chi va piano, va sano e va lontano e non si fa investire, e quando trovo le coppie che si tengono per mano o a braccetto, non provo nemmeno a superarle, ma mi metto dietro, rassegnato al mio destino e consapevole che non mi lasceranno mai un varco.
L’altro giorno, per esempio, ero in mezzo alla ressa davanti ad un negozio di chincaglierie di terracotta e legno dalle forme arrotondate, e volevo entrare. Mentre stavo tranquillo in coda, ero spinto da dietro da un ragazzo con un forte mix di sudore e profumo, verso i capelli ricci e, posso dire a ragion veduta, insapori, della ragazza di fronte, quando una signora non tanto alta con indosso una pelliccia marrone con striature di varia tonalità, mi sfrecciò vicino come una saetta, sfiorandomi il braccio. Poco dopo, mi sentii spinto nel costato da una borsa di carta spigolosa. Mi voltai. Un uomo alto un metro e sessanta, o giù di lì, paffuto, calvo e rosso paonazzo in volto, procedeva, chiedendo scusa come fosse un mantra, con cinque sacchetti tenuti con le braccia alte sopra la testa, così da riuscire a sgusciare fra le persone. Mentre mi stava accanto, provai a guardare dalla sua prospettiva: in linea d’aria, il suo sguardo teneva sotto puntatore la donna-saetta di prima. In poco tempo, anche lui si dileguò nella folla, finché riconobbi la busta marrone di Louis Vuitton fermarsi davanti alla porta di un negozio di vestiti. Sempre assaporando e masticando come fossero una chewingum, i capelli della mia dirimpettaia di coda, pensai che quella coppia era una vera macchina da guerra del Natale, completamente coordinata nei movimenti e con i ruoli pianificati fino al millimetro. Io non ci riuscirò mai, mi dissi, e continuai a masticare.
Alessandro Busi
Racconto su Scrittori Precari: Uomini e Donne.
4 febbraio 2011
Questo è un racconto che è stato pubblicato sul sito del collettivo Scrittori Precari.
Uomini e Donne
Sabina le accarezza i capelli e fissa la tv.
L’anziano signore nello schermo sta seduto su una poltrona rossa con i braccioli a forma di leone dorato. Ha grandi orecchie e i radi capelli brillantinati tirati tutti indietro. Parla con un accento del sud difficile da definire. Fra il siculo e il romano. Probabilmente era emigrato da giovane. Magari subito dopo il militare. Tiene in mano un foglio con una serie di scritte e, con tono solenne, le legge.
Io non la voglio che si droghi, dice, e voglio che sia desiderosa e vogliosa.
Di fronte a lui, sedute su poltrone di plastica trasparente, ci sono altre signore della sua stessa fascia d’età. Una indossa un abito rosso con un lungo boa di piume che le tocca terra. Un’altra, con le mani sulle orecchie, viene spesso inquadrata, mentre finge di non ascoltare l’appello dell’uomo. Un’altra ancora, dalla lunga permanente bionda, annuisce alle parole lette, con sguardo intenso rivolto verso la telecamera.
Io voglio che abbia un’età massima di settant’anni, dice, e che mi porti un certificato di buona salute e, se possibile, che faccia un check up assieme a me.
D’un tratto, interviene, o meglio irrompe, un’altra signora magra e con i capelli corti, che tutti chiamano Rosetta e che sta seduta accanto ad un’imitazione casereccia di una Marylin sotto vuoto. Con gesti plateali, chiede al lettore se sua moglie fosse morta di noia, scoppiando poi a ridere e producendo un’ilarità generale nel pubblico.
L’uomo, stordito per la domanda inattesa, le dice di no. Le risponde che è morta di vecchiaia, che una mattina non si è più svegliata.
Non si è più svegliata per non avere più rotture di palle così!, gli risponde la signora, urlando e facendo il gesto con le mani. Anche stavolta, tutto il pubblico scoppia a ridere e la conduttrice fa uno sguardo di richiamo bonario, come quelli che si vedono nei vecchi telefilm, quando il bambino fa una marachella in chiusura di puntata.
Sabina le accarezza i capelli e fissa la tv. Accanto a lei, sdraiata sul divano, dorme la sua bambina di quattro anni. Le immagini sullo schermo sono quelle della puntata di Uomini e Donne Over che ha registrato nel pomeriggio.
Quella stessa sera, poche ore prima, ad un ragazzo con cui usciva da un paio di mesi, aveva confessato questa abitudine.
Io mi registro le puntate e alla sera le riguardo con mia figlia, sai che risate che ci facciamo con Martina?, gli aveva detto.
Lui aveva spalancato gli occhi e le aveva chiesto se non pensasse che fosse diseducativo per la bambina vedere quelle cose.
Vedere quelle scene di violenza verbale e di vacuità di pensiero, oltre che di pochezza grammaticale e lessicale, aveva sentenziato.
Lei era scoppiata a ridergli in faccia e gli aveva risposto che forse aveva ragione, ma che con i suoi diktat morali da censore del nuovo millennio si sarebbe pulita il culo, così aveva presto la borsetta e, senza salutarlo, se ne era andata.
Mentre tornava a casa dei suoi genitori a riprendere Martina, durante il viaggio in macchina, aveva pensato rabbiosa come fosse possibile che, ancora oggi, gente che aveva anche studiato, si permettesse di mettersi sul pulpito per dire cosa guardare e cosa censurare.
Tutti preti mancati, cazzo, si era detta a mezza voce, prima di accendersi una sigaretta.
Che odio, si era ripetuta.
Alla rotonda, costeggiata da un grandissimo edificio verde e bianco, con le luci accese anche di notte e una scritta Brico rossa che svetta sul tetto, aveva svoltato a sinistra ed era passata accanto alla pubblicità del Cepu. Sul cartellone, era raffigurata la faccia sorridente di un calciatore con accanto una scritta gialla, Se ci sono riuscito io!
Sabina aveva seguito con lo sguardo quegli occhi stampati e, dal nulla, era scoppiata a piangere. Aveva accostato l’auto in mezzo alla fermata dei bus e poggiato la fronte sul volante. I pensieri le giravano a vortice, mentre fuori il vento faceva muovere i rami e le foglie morte cadute a terra.
Io non ce la faccio, pensava, io non ce la faccio più.
Pensava che, a ventotto anni, avrebbe voluto andare all’estero a fare il dottorato in psicologia, come il suo ex ragazzo, non stare a casa a crescere una bambina, lavorando part time in un centro commerciale. Pensava che tutti vogliono insegnarle a vivere e lei non ne può più. Pensava che, in fin dei conti, a lei Uomini e Donne aveva sempre fatto cagare, ma essendo l’unico modo per far addormentare sua figlia, l’avrebbe guardato anche cento volte in una sera.
Ripreso fiato, si era asciugata gli occhi e le guance dalle lacrime, si era soffiata il naso e, dopo aver controllato nello specchietto di non aver sbavato il trucco, era ripartita.
Mamma, sei triste?, le aveva chiesto poco dopo Martina in macchina.
No, Marti, figurati, e tu ti sei divertita dai nonni?, le aveva risposto Sabina, guardandola dallo specchietto retrovisore.
Ogni volta che arrivano a casa, Martina va subito a lavarsi i denti e a mettersi il pigiama, mentre Sabina manda all’inizio la videocassetta.
La bambina si stende sul divano coprendosi con una coperta blu di pail. Quando la madre torna dal bagno, accende la tv e schiaccia il tasto play sul videoregistratore. Si siede e si copre anche lei assieme alla figlia.
Oggi ci sono i vecchi, fa notare Martina.
Sabina annuisce senza parlare, ma prendendole i piedi nelle mani per scaldarglieli, e la fa ridere.
Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata, un uomo di ottantaquattro anni si posiziona al centro dello studio, e inizia a leggere una lista di caratteristiche che dovrebbe avere la sua amata.
Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata, Martina si addormenta di sasso, poggiando la testa sulla gamba destra di sua mamma. Sabina continua ad accarezzarle i capelli, fissando la tv.
Alessandro Busi
Racconto su Scrittori Precari: Le sfortune degli altri.
6 luglio 2010
Questo è un racconto che parla di suicidio, di cappi e dell’eliminazione dell’Italia dai mondiali. è stato pubblicato sul sito del collettivo romano Scrittori Precari.
Le sfortune degli altri.
Mario era seduto sul divano. Aveva in mano una birra in lattina e guardava la partita dell’Italia contro la Slovacchia. Accanto a lui, sul cuscino ricamato a punto croce da sua madre, c’erano un cappio fatto con una corda spessa e dei pezzi di cotone imbevuti di sangue e di alcool. Alcune gocce dello stesso sangue avevano macchiato il centrotavola della cucina, ma Mario aveva pensato che questo sarebbe stato un particolare poco rilevante, dopo il suo suicidio.
Alle quindici punto quaranta esatte era in piedi, davanti al lavandino del bagno, al lavandino del bagno sporco di dentifricio color verde mare, e fissava la propria immagine riflessa.
Nella mano sinistra stringeva forte un rasoio usa e getta blu, un bilama della Gillette, che aveva comprato in offerta al supermercato.
Nella mano destra non stringeva nulla, ma aveva comunque le dita chiuse in pugno. I tendini del polso si vedevano come ponti che deformavano la pelle chiara, mentre la cassa toracica si gonfiava e si sgonfiava a gran velocità.
Con un movimento deciso, il gomito sinistro si chiuse e la mano avvicinò le due lame del rasoio verso il polso destro. Con un altro movimento altrettanto deciso, il braccio scese verso il basso e sulla carne comparvero due strisce rosse di sangue.
Cazzo che male, pensò Mario, e poi non dovevo fare così, dovevo fare per il lungo!
Sullo specchio apparve un’espressione sofferente, con i denti stretti e gli occhi stroppicciati.
Porca puttana che male, iniziò ad imprecare.
Intanto, gocciolando per tutto il bagno, pensò che il tentativo di suicidio numero uno poteva dichiararsi fallito e, presi cotone e alcool, andò a sedersi in cucina per medicarsi.
I primi cinque minuti della partita se li era persi per annodare il cappio come si deve.
Guardava il foglio delle istruzioni che aveva stampato da un sito di SelfBondage, dove, nella sezione Tecniche di self bondage, appunto, era spiegato sia come fare un cappio che non si stringe, sia uno che si stringe, perché, come era scritto, che Bondager saremmo se non avessimo il pieno controllo delle corde?
Dopo vari tentativi, Mario si trovò tra le mani un nodo scorrevole perfetto e se ne compiacque. Provò a muoverlo lungo la corda per un paio di volte e vide che funzionava.
Bravo, pensò, potrei fare il cappista se non mi dovessi ammazzare.
Con un mezzo sorriso triste sulle labbra, poggiò la sua creazione sul divano, accanto a lui, prese la birra che stava sul tavolino di cristallo e la aprì.
Alla fine della partita mi ammazzo, si disse, mentre deglutiva il primo sorso, ah bella fresca.
Poi si mise comodo ed alzò il volume.
Era seduto in cucina e premeva forte il cotone contro le ferite.
Che cretino che sono stato, si ammoniva, l’avevo letto su un sacco di siti: per il lungo se ti vuoi suicidare, di traverso se vuoi fare finta, come i ragazzini tristi, magri e con il ciuffo di capelli che gli copre la faccia.
Senza lasciarsi perdere d’animo, però, aveva già attivato il piano due: l’impiccagione.
Dal cassetto del comodino in camera, aveva preso le istruzioni per fare un cappio con il nodo scorrevole e un altro foglio per lasciare le sue ultime parole. Con una penna bic nera scrisse di getto una lettera che spiegasse il suo gesto e, con un pezzo di scotch, se la attaccò alla maglietta.
Le poche frasi frammentate che aveva scritto, riassumevano bene, a suo parere, il disfacimento della sua vita:
mi ammazzo per colpa di Sabrina, la mia ex moglie, che mi ha lasciato da due mesi e voglio che si senta in colpa, troia.
Mi ammazzo per colpa di Luigi, il mio ex capo, che con la scusa che non produco e che il lavoro è diminuito, mi ha licenziato, bastardo.
Mi ammazzo per colpa di Marchionne, che non ordina più le marmitte da Luigi, ma le fa fare in Polonia, porco borghese.
Poi mi ammazzo anche per colpa di tanti altri, perché tutti mi raccontano le loro sfortune e nessuno mi chiede mai delle mie, e allora mi sono stufato. Stavolta, però, non faccio i nomi, che bastano quelli di prima.
Invece voglio bene a mia mamma e a mio papà, che sono morti, e anche al mio cane Laika, che è morta anche lei da un mese e la ritroverò in cielo. Addio.
Mario Rossi
Finito il primo tempo, l’Italia perdeva uno a zero grazie ad un gol ridicolo. Mario pensava che era meglio se quei giocatori fossero andati a lavorare, come quelli della Nuova Zelanda, però, poi, pensò anche che c’è talmente poco lavoro in Italia, che manca appena di trovarsi Cannavaro e company alle agenzie interinali.
No, no, meglio che stiano lì a fare i fenomeni, si disse, aprendo la seconda birra.
La sensazione di fresco che gli scendeva dentro la gola, gli fece rilassare le spalle e socchiudere gli occhi. La testa la lasciò indietro, sullo schienale, aprendo leggermente la bocca per inspirare.
Questa situazione di trance lo cullò fino all’inizio del secondo tempo, e ancora oltre, fino al secondo gol della Slovacchia. Al settantatreesimo minuto e poi ancora all’ottantottesimo, momento del terzo gol, Mario sentì una sensazione che non gli capitava da tempo: gli venne da ridere. La voce incupita dei commentatori e le espressioni torve dei tifosi inquadrati, compresa quella di un centurione con le ciglia glitterate, gli misero un particolare buon umore, che tentò subito di sopire ripetendosi come un mantra, che, nella sua vita, non c’era proprio nulla da ridere.
Arrivato al novantesimo, però, capì che non poteva proprio più resistere. Vedere Quagliarella a terra che piangeva e il volto tutto rosso di Lippi, lo fecero tornare a sentire il piacere per la vita, lo fecero tornare a sentire che non solo lui stava male e di questo, non riusciva a smettere di godere. Quando arrivò lo stacco pubblicitario, si trovò steso a terra, con le lacrime agli occhi da tanto ridere che aveva fatto e con l’idea del suicidio più lontana che mai. Mentre scorrevano gli spot e lui fissava il soffitto con gli occhi spalancati e la mandibola indolenzita, ripensò ad una frase che gli aveva detto sua nonna riguardo al perché non sia una brutta cosa il pettegolezzo.
Vedi Mario, non è per deridere le sfortune degli altri, gli aveva detto, è per ricordarsi che alla fine, soffriamo un pochino tutti, prima o poi.
Alessandro Busi
Istruzioni per fondare una religione.
6 aprile 2010
Questo racconto dal titolo “Istruzioni per fondare una religione” è stato pubblicato venerdì 2 aprile sul sito del collettivo romano Scrittori Precari.
Istruzioni per fondare una religione
Benvenuti alla prima lezione di: “Istruzioni per fondare una religione”.
A scanso di equivoci, vi informo subito che non vi dirò nulla su come dovrà essere il vostro divino, questi sono solo affari vostri. A me non interessa se voi creerete un dio alto o basso, nero o bianco, senza gambe, senza braccia o con mille gambe e mille braccia. Non mi interessa nemmeno se vorrete fare una religione monoteista o politeista. Questi, a differenza di ciò sicuramente pensate, sono aspetti assolutamente secondari, futili.
L’uomo che parlava dal palco aveva una voce profonda e rassicurante e, mentre diceva le sue prime verità, passeggiava lentamente, facendo un tictoc di scarpe, che si propagava in tutto il palazzetto. La platea ascoltava attentamente e seguiva la scena con movimenti degli occhi pressoché uniformi: le retine erano incollate al predicatore. I taccuini erano aperti e le mani erano pronte ad appuntarvi i preziosi consigli per diventare capi religiosi.
Signori miei, come da programma, la prima cosa da sapere per poter fondare una religione, non sono questi aspetti, diciamo così, formali. Ciò che conta veramente è tutt’altro: Saper. Utilizzare. La. Paura! Ebbene sì, la paura, avete capito bene. Un buon capo religioso deve saper governare, gestire e dosare questo sentimento, che è il più forte che esista fra gli uomini.
Le mani degli ascoltatori procedevano veloci nell’appuntare ogni sillaba pronunciata dall’uomo sul palco. Molti sogghignavano sotto i nasi, al pensiero di poter apprendere come farsi seguire dalle folle, avendo pagato solo cinquanta euro di iscrizione.
Cosa credete, che sia l’amore a muovere il mondo? Credete ancora in questa menzogna? Bene, allora vediamo assieme un esempio.
Il predicatore puntò il telecomando verso il video-proiettore e fece partire la prima immagine. Il fascio di luce andò a scontrarsi col grande telo bianco e creò la raffigurazione: una folla di uomini, con torce e forconi alla mano, che guardano una donna dai lunghi capelli sciolti e l’abito nero, mentre viene bruciata sopra un rogo di legni secchi.
Bene signori qui cosa vedete? Dai, voglio sentire lo vostre voci.
Le mani si alzarono e, a turno, diedero varie risposte.
Il rogo delle streghe, rispose il primo.
L’inquisizione, rispose l’altro.
Benissimo, ma non è corretto, o meglio, non lo è del tutto. Vi spiego: voi vi siete fermati all’apparenza, ma, come sanno tutti gli studiosi di storia dell’arte, le immagini nascondono più significati e noi dobbiamo trovarli. Dobbiamo trovare quelli degli altri, per poi poter creare i nostri. Ora vi do la mia interpretazione, così cerchiamo di capire: la strega non è solo una donna strana, è una donna con dei poteri, una donna con il Potere, con la P maiuscola. Le streghe erano quelle donne che uscivano dagli schemi sociali dell’epoca e che, rifiutando i dogmi morali e religiosi, andavano a minarli.
A vedere la scena dall’esterno, poteva sembrare che l’oratore fosse come il pifferaio magico, con una massa di topi in giacca e cravatta incantati e pronti a seguirlo nel burrone.
I religiosi capirono che era pericoloso lasciar passare queste libertà, perciò fecero sì che la gente ne avesse paura. Ecco, quindi, che le streghe divennero cattive, lussuriose e malvagie, e furono rappresentate come il diavolo sulla terra. Ora capite cosa c’è in questo quadro? Riuscite a vedere nei forconi di quegli uomini, la paura di avere delle mogli che li abbandonano? Vedete nei bambini con le torce la paura di arrivare a casa e non trovare la mamma che li aspetta? Vedete tutto questo ora? Ditemi di sì, ditemi che vedete, nel rogo sotto la donna, il fuoco del potere religioso che, minacciato da nuove libertà, ha ben pensato di far leva sulla paura della gente per rafforzarsi!
Quest’ultima frase uscì gridata dalle fauci del predicatore e il fragoroso applauso non si fece attendere un istante. La folla era entusiasta e aveva percepito il messaggio alla perfezione. Ormai era chiaro, nella testa di tutti i presenti, che il potere si giocava nel timore di dio e che, per le loro future religioni, il divino avrebbe dovuto essere buono e vendicatore.
Benissimo, benissimo…mi sembrate belli caldi, perciò voglio lanciare ora un argomento che toccheremo anche in seguito, ma mi pare necessario introdurlo subito. Questo argomento potremmo dire che è una sorta di sottogruppo della categoria paura, ma merita un capitolo a parte per la sua importanza: la paura della morte.
Con un altro click del telecomando, apparve sul telo bianco alle spalle del predicatore, l’immagine della volta dipinta della Cappella Sistina.
Ebbene sì, è proprio questa la paura più forte dell’uomo. Noi non riusciamo ad accettare il nostro affaccendarci in vita per poi finire ad essere solo cibo per vermi, quindi dobbiamo attaccarci, come cozze allo scoglio, a chiunque ci dica che la morte non è la fine. A chiunque ci dica che poi si rinasce, si va in paradiso, si va con decine di vergini o qualunque altra cosa ci dia l’idea che non si finisce. È la paura del game over che ci muove.
L’oratore guardò l’orologio e vide che era ora di chiudere.
Bene, vedo che il tempo a nostra disposizione è volato e che è ora di lasciarci e di darci l’appuntamento a Venerdì. Prima, però, vi do un compito: in questi due giorni provate a testare ciò che ci siamo detti stasera. Andate dal vostro cane, picchiatelo e dategli il biscotto, senza una sequenza precisa. Vedrete che lui vi crederà buoni, ma avrà anche paura di voi, perciò vi seguirà più di prima.
I partecipanti annotarono diligentemente anche il compito a casa e, dopo i saluti, uscirono di corsa, frementi di testare le informazioni ricevute.
Alessandro Busi
