Voglio fare il poliziotto

27 ottobre 2009

Questo è un racconto-riflessione che è stato pubblicato sul sito di di informazione libera Dominio Pubblico

Voglio fare il poliziotto

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, da grande voglio fare il poliziotto, avere una bella macchina, sposarmi e avere tre figli: due maschi e una femmina, ma anche se vengono due femmine e un maschio, va bene uguale. Per moglie, poi, mi piacerebbe che fosse Michela Lovere, la mia compagna di classe, che mi piace fin dal primo giorno di prima media. Mi ricordo bene che, quando sono entrato in classe al primo giorno dell’anno nella nuova scuola, ho subito pensato che lei era la più bella di tutte le altre, soprattutto della Zanzi, che è bruttissima, c’ha l’apparecchio ai denti e le puzza sempre l’alito, alla Zanzi. A Michela, invece no. A Michela non le puzza mai l’alito. Figuriamoci, lei è perfetta. Profuma, si veste elegante, è brava con lo studio e va bene anche a ginnastica. Penso che se avessi una sua figurina, la attaccherei nel diario vicino a quella di Ronaldinho che, anche se adesso è in crisi, rimane il mio calciatore preferito. L’altro giorno, pensavo a come potrebbe essere la nostra vita, mia e di Michela intendo, allora mi sono immaginato che potremmo andare in vacanza nei Caraibi con i nostri figli e che saremo tutti e due belli, ma lei di più. Lei è bellissima. Almeno per me, e anche per quel gran buffone di Luca Sturzi, che tutte le ragazze dicono che è figo, ma a me, invece, mi pare solo stupido e pure brutto. Adesso, lui sta con Michela, stanno assieme proprio, ma ho saputo da Marco, il mio amico, che gliel’ha detto Claudia, la sua ragazza, che poi è anche migliore amica di Michela, che Michela vuole lasciarlo Luca, perché dice che non si riesce a parlarci assieme. Io ci spero un sacco. Aspetto e spero.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, voglio sposarmi con Michela Lovere, avere tre figli, una bella macchina e fare il poliziotto. Voglio essere quello che quando la gente mi vede per strada pensa, per fortuna che c’è lui. Voglio avere tutte le sere qualcosa da raccontare a Michela, così lei poi mi abbraccia e mi bacia e dice, per fortuna che ci sei tu, e poi usciamo tutti assieme a mangiare la pizza, e le patatine fritte, anche. Sì, saliamo nella nostra bella macchina, magari una Alfa, e andiamo nella pizzeria Il pirata, che è quella dove fanno la pizza migliore, secondo me.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Sì, voglio avere tre figli con Michela Lovere, che sarà mia moglie, avere una bella macchina e fare il poliziotto. Io voglio essere uno di quei poliziotti come quello che ho visto nel documentario di ieri sera di mio fratello. Quello che nessuno lo capisce tranne i giudici, quelli giusti. Io voglio essere come lui, come quello che quando lo intervistano lo attaccano tutti, ma poi lui lo sa che ha fatto bene, come quello del telefilm. A me, quel signore, m’è proprio piaciuto, perché è uno che, secondo me, arriva a casa e sua moglie lo abbraccia e gli dice, ho visto la trasmissione, perché lui è spesso alla televisione, ho visto la trasmissione, ti hanno attaccato tutti, ma io lo so che hai ragione. Gli dice così e poi lo bacia e poi lo abbracciano anche i suoi figli.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Da grande voglio fare il poliziotto come quello che ho visto ieri sera nel documentario di mio fratello. Che all’inizio ci capivo poco, poi Luigi, mio fratello più grande, me l’ha spiegato. Praticamente era un documentario lungo su una dimostrazione che c’era stata qualche tempo fa a Genova, dove era morto un ragazzo. Una zecca, diceva mio fratello. Allora poi, mi ha spiegato, che poi c’erano anche le immagini, che quel ragazzo era un delinquente che voleva uccidere quel poliziotto al quale io vorrei tanto somigliare da grande, perché era un ragazzo che vorrebbe che tutti fanno quello che vogliono e si picchiano per strada e bruciano i cassonetti, così poi c’è tutta l’immondizia in giro. Mio fratello mi ha anche spiegato che, quel ragazzo che è stato ucciso per legittima difesa da quel poliziotto che altrimenti sarebbe stato ucciso lui dall’estintore che il ragazzo aveva in mano e che voleva lanciare per uccidere il poliziotto che poi gli ha sparato per primo e menomale che altrimenti lo ammazzava e pensa come avrebbe pianto la moglie e pure i bambini che non avrebbero potuto difenderlo dopo le trasmissioni perché sarebbe morto, quel ragazzo lì è uno che i suoi genitori c’hanno a casa il Mercedes classe 1000 e che, allora, se ne frega delle macchine degli altri e le brucia per divertimento. Io, nel sentire così, ho subito pensato alla mia Alfa che avrò da grande, quella che mi servirà per portare in pizzeria Michela e i nostri figli, e ho capito che il poliziotto aveva proprio fatto bene ad ammazzarlo quella zecca. Così ho pensato: ha fatto bene ad ammazzarlo quella zecca, infame e comunista.

Io mi chiamo Andrea Marchi, ho dodici anni e da grande voglio fare il poliziotto. Voglio fare il poliziotto per eliminare tutte le zecche, che quelle danno fastidio pure ai cani, figuriamoci alle persone. Voglio fare il poliziotto perché quando c’avrò la mia famiglia con Michela Lovere, non voglio che arrivi uno di quelli che i genitori c’hanno il Mercedes e mi spacca la mia macchina, e allora poi non posso andare in pizzeria con mia moglie e i miei bambini. Voglio fare il poliziotto perché è vero che tutti alla tv dicono contro quello che ha ucciso il ragazzo-zecca alla manifestazione di Genova, però, mi ha spiegato mio fratello Luigi, poi nessuno ha potuto fare niente contro quel poliziotto, né contro gli altri che hanno pestato le altre zecche, perché, in fin dei conti, dice mio fratello, i giornalisti-zecca possono parlare finché vogliono, tanto i più forti siamo sempre noi.

Alessandro Busi


I sogni bisogna ingannarli

13 febbraio 2009


I sogni bisogna ingannarli

I sogni, per poterli realizzare, bisogna ingannarli. Prenderli di petto e poi girargli attorno. Forse potrà sembrare un po’ pessimista, ma è così: i sogni non si realizzano mai, ma si modellano e si aggiustano.

Queste considerazioni, Marco arrivò a farle all’età di quarantacinque anni, davanti alla telecamera di una trasmissione tv.

Dopo che era uscito il suo ultimo romanzo di grandissimo successo, nel quale raccontava la storia di un ragazzo e del padre che si riavvicinano blabla, aveva partecipato a varie interviste. Ovviamente, in ognuna di queste interviste, una domanda era d’obbligo:

Qual’era il suo sogno da bambino?

Allo stesso modo, la risposta di Marco era sempre la stessa:

Beh, a me è sempre piaciuto molto scrivere e, dopo aver letto i libri di Jules Verne, ho sempre sognato di fare lo scrittore.

L’aveva ripetuto talmente tante volte che, mentre diceva questa formula, le parole perdevano di senso.

Quel giorno era alla terza intervista e il giornalista gli aveva appena posto la domanda standard.

Per qualche strano motivo, però, il meccanismo si inceppò e a Marco venne in mente quanto, da ragazzo, aveva sognato di diventare un batterista di successo. Gli venne in mente quando ascoltava, incantato, le rullate di Matt Cameron e quando aveva comprato le sue prime bacchette.

Pensò che quella che raccontava del sogno di fare lo scrittore era una teoria che aveva inventato a posteriori, perché stava bene nel personaggio che si era costruito.

Corrucciò la fronte e poi rispose:

Beh, a me è sempre piaciuto molto scrivere e, dopo aver letto i libri di Jules Verne, ho sempre sognato di fare lo scrittore.

Aggirò il suo sogno e lo ingannò.

Alessandro Busi

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