La realtà delle carceri: quando non c’è il diritto del domani.

L’ultima volta che sono entrato in carcere, qui a Padova, è stato un paio di settimane fa. Era un giovedì. Sono andato in redazione di Ristretti Orizzonti e, dopo i saluti generali – quasi tutti mi hanno detto che mi vedevano bene. Che sia ingrassato? Mah, mi sa di sì – mi hanno raccontato che uno della redazione era stato trasferito in nottata, ovviamente senza nessuna spiegazione sul perché ciò sia stato fatto. Si ipotizza per questioni religiose, ma è più radio-carcere che altro. Oltre a questo, che è normale amministrazione[1], mi raccontano che in mattinata sono state portate in magazzino 120 brande, il che, detto in termini comuni, significa 120 nuovi posti letto, ovvero toccare il tetto di 900 detenuti in una struttura con una capienza regolamentare da 350 posti.

Che a quel punto fai mille e fai cifra tonda, mi fa uno, sorridendo amaramente.

Allora gli chiedo dove diamine pensano di metterla tutta sta gente e un altro mi fa, terza branda, mi dice, hanno già messo la terza branda in tre sezioni, adesso la mettono in altre due sezioni e mezza, ma vedrai che arriva dappertutto.

Per spiegare bene, devo dire che le celle nel carcere di Padova sarebbero da uno in quanto di nove metri quadrati l’una e, secondo le leggi vigenti, ci dovrebbero essere 8 mq per detenuto, ma in due, dicono, ce la si cava. Ora: immaginate cosa può voler dire vivere in tre in 9 metri quadrati? Che poi non è solo quello, ovviamente, perché le docce, per esempio, sono sempre lo stesso numero, non è che aumentano in base al numero di detenuti. Che poi, a voler proprio fare le “scarpe alle pulci”, non è nemmeno solo quello, perché il grosso problema sta nel personale. Così come non si moltiplicano le docce, infatti, non si moltiplicano nemmeno gli educatori/educatrici, ma nemmeno i magistrati di sorveglianza. Per chi non lo sapesse, il magistrato di sorveglianza è il magistrato che segue in esecuzione della pena il detenuto e che, sulla base delle relazioni fatte da educatori/educatrici, psicologi, psichiatri e sulla base dei propri incontri con il detenuto e su altri aspetti più tecnici (Es. tempistica), decide se concedere, e sottolineo concedere, o meno le misure alternative al detenuto. Ora è chiaro che, se ci sono 2 magistrati che seguono 100 detenuti, li possono seguire in un certo modo, se ne seguono 900, beh, non c’è bisogno di aggiungere altro.

Spiego con un esempio che si capisce meglio: a metà settembre, allo sportello giuridico che teniamo in carcere, arriva un ragazzo nigeriano che per prima cosa mi chiede se parlo l’inglese.

Non benissimo, ma ci proviamo, gli rispondo, poi, in realtà, lui parlava un buonissimo italiano e non c’è stato bisogno, anche perché, come spesso accade, i detenuti stranieri hanno imparato più che bene il burocratese del carcere e della giustizia penale del nostro paese, quindi c’è una lingua in comune.

Passato il primo momento, mi spiega il suo problema. Mi dice che ad agosto c’era stata una megarissa fra nord-africani e sud-africani con una sessantina di coinvolti, quindi con una sessantina di rapporti scritti e inviati al magistrato. Ovviamente, lui mi dice che è innocente, ma io rimango sempre sulle questioni tecniche, dato che, come mi ha detto un detenuto uno dei primi giorni di sportello i detenuti sono tutti innocenti e le puttane lo fanno tutte per i figli. Ovviamente, gli spiego che, a prescindere da tutto, vero-falso, giusto-sbagliato che sia, il magistrato che deve decidere sui suoi giorni di liberazione anticipata, soprattutto in questa situazione di sovraffollamento, non può questionare sui rapporti che il detenuto stesso ha controfirmato. Lui mi risponde che gli agenti non gli avevano spiegato nulla, ma che gli avevano solo detto firma qui. Chiaramente ci credo, ma ormai il latte era versato e rimane poco da fare. A quel punto, mi tira fuori un altro plico di fogli e mi chiede di fare i conti per vedere quando sarebbe potuto uscire. Gli faccio questi conti, mentre lui mi racconta in maniera più approfondita la vicenda della rissa. Mi dice che i tunisini chiamano i sud-africani negro di merda e mi dice anche che tutto è partito per dei cd rubati. Stavolta inizio veramente a credergli. Lui penso lo capisca e mi dice che sarebbe disposto a fare altri due anni di carcere se dai filmati venisse fuori che lui era veramente coinvolto in quella rissa. Mi dice anche che l’ha detto anche agli agenti di guardare le immagini, ma loro sembra abbiano preferito colpire tutti quelli della sezione, indiscriminatamente.

Robe da carcere, penso, normale amministrazione.

Gli spiego di nuovo che per tutto questo non c’è nulla da fare, se non provare a mettere una buona parola con il magistrato, ma nulla più. Stavolta lui annuisce, ma non è infastidito, sembra gli basti sapere che gli credo.

Alla fine del racconto, quindi, gli faccio vedere i conti.

Senza quel rapporto, gli dico, senza quel rapporto saresti uscito il 16 settembre, ma con questo slitti di 45 giorni, ovvero vai a fine ottobre.

Lui ci rimane male e mi dice che, ok, va bene che non possa uscire, ma perché il magistrato non gli ha mandato nemmeno la risposta negativa?

Ecco, su questo punto, fermerei la storia e riprenderei l’analisi da dove l’avevo lasciata, ovvero, la situazione in carcere.

Quello che si diceva prima, era che il sovraffollamento porta ad una situazione di vita assolutamente disumana, antigienica, completamente contraria a tutto ciò che di rieducativo la situazione intramuraria possa avere e svilente quello che è, sia il lavoro dell’educatore, sia quello del magistrato che, dato l’altissimo numero di detenuti, non possono svolgere il proprio lavoro come vorrebbero.

Da questa storia, però, si vede un’altra cosa: l’allungarsi dei tempi burocratici non fa altro che buttare benzina sul fuoco.

Sono sempre di più, ormai, i detenuti che mi capita di incontrare che, magari, dovrebbero essere fuori da una settimana, ma ai quali non è ancora arrivata la risposta del magistrato. Positiva o negativa che sia, non è ancora arrivata, così rimangono in questo limbo murato, dove forse potrebbero essere messi fuori da un minuto con l’altro, oppure potrebbero trovarsi a dover fare altri quarantacinque giorni in cella. In questo modo, quindi, viene completamente ignorato e cancellato il loro diritto, non di avere i giorni, che, a differenza di quanto si sente alla tv sono un beneficio e non un diritto, ma di sapere del proprio futuro più prossimo. Il loro diritto inalienabile di poter fare il conto alla rovescia, come quelli dei film, quelli che fanno le stanghette sul muro e poi le sbarrano. Chiaramente, questa situazione di ristrettezze fisiche e incertezza di vita, non può che fare altro che alimentare la pressione dentro il carcere, fino, prima o poi, a farla scoppiare. Magari per un motivo da nulla. Magari per due cd.

Alessandro Busi


[1] È normale amministrazione che i detenuti vegano presi e spostati senza ragione né preavviso, soprattutto quelli stranieri che, non avendo generalmente una famiglia rispetto alla quale possono fare richiesta di avvicinamento, sono utilizzabili come pedine, trottole carcerarie, soprattutto quando c’è uno stato di sovraffollamento delle carceri.

Con fatto che è il primo di settembre, ovvero una sorta di inizio anno, il comunicato stampa fatto dalla rivista fatta nel carcere di Padova “Ristretti Orizzonti”.

COMUNICATO STAMPA di “Ristretti Orizzonti”:

64.000 in carcere e le misure alternative con il contagocce

Settembre è iniziato con l’ennesimo “record” negativo per le carceri italiane: i detenuti sono oramai 64.000. L’aumento dall’inizio del 2007 è stato di 25.000 persone (si veda il grafico qui sotto), molte di più dei posti che dovrebbero essere creati dal “piano carceri”, che dovrebbe essere discusso in Consiglio dei Ministri entro la metà del mese.

Un “piano” che dovrebbe portare alla creazione di 17.000 nuovi posti detentivi, con una spesa di circa un miliardo e mezzo di euro. Ma i soldi a disposizione, a conti fatti, sono soltanto 320 milioni (200 arrivano dal F.A.S. e 120 dalla Cassa delle ammende), per il resto il Governo conta di ottenere l’aiuto dei privati (Confindustria?) e dell’Unione Europea, ma da entrambi finora non sono arrivate parole chiare… piuttosto dei “vedremo” e “se ne parlerà”.

Entro il 2012, comunque, il Governo conta di avere portato a termine il “piano straordinario di edilizia penitenziaria”… affidandosi alla speranza che i cantieri funzionino come orologi svizzeri e che i detenuti, nel frattempo, non siano diventati 90 o 100mila!

Naturalmente nessuno ha pensato che, oltre a costruire nuove celle, si porrà il problema del mantenimento e della sorveglianza dei 20-30 mila detenuti in più “ospitati” nelle galere. Per chi non lo sapesse, il costo medio giornaliero di un detenuto si aggira sui 150 euro, per cui è facile calcolare quanto costerà questo ampliamento del sistema penitenziario: ogni anno servirà un altro miliardo e mezzo di euro, per il funzionamento “a regime”… e almeno 10.000 agenti in più, oltre che a centinaia e centinaia di nuovi impiegati, educatori, dirigenti, etc.

Per la disastrata economia italiana, insomma, un bel “salasso” di cui non ci sarebbe bisogno.

Perché una diversa soluzione sarebbe possibile e in molti – almeno a parole – concordano: le “misure alternative” alla detenzione sono più efficaci in termini di riduzione della recidiva, costano di meno, consentono alle persone condannate di fare qualcosa di utile per la società e le vittime dei reati, e così via…

Purtroppo queste rimangono mere dichiarazioni di intenti, perché alla prova dei numeri ci accorgiamo (grafico sotto) che dopo l’indulto del 2006 le misure alternative sono state concesse con il “contagocce”: in 3 anni i detenuti sono passati da 37.000 a 64.000 (aumentando di ben 27.000), mentre i condannati a pene extra-carcerarie sono rimasti intorno ai 10.000, nel bilancio tra le misure “esaurite” e quelle che sono iniziate.

La folle campagna securitaria – imposta dalla politica per ragioni che hanno poco a che vedere con la repressione della criminalità – sta dispiegando appieno i suoi effetti sul sistema giudiziario e penitenziario, ma domani presenterà “il conto” dei costi economici e sociali, e sarà un conto molto molto salato.

Alla fine la domanda da porsi è una: a che punto vogliamo arrivare?

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