Il racconto che segue è stato pubblicato sul numero 3 della rivista Teflon. Potete scaricarla qui.
Lettera di spiegazione delle ragioni del mio suicidio.
Alcuni mesi fa, mi arrivò una mail da un indirizzo a me sconosciuto che recitava così:
Buongiorno signor Tosco,
chi le scrive è la segreteria della Segreta Associazione Delle Multinazionali Di Tutto Il Mondo, che rappresenta, in maniera oscura, ogni multinazionale della Terra.
Dopo l’ultimo incontro segreto, tenutosi in un luogo segreto ad un’ora segreta, tutti i nostri associati sono arrivati alla conclusione che bisogna trovare una soluzione definitiva al più grande problema che li assilla quotidianamente: i reclami. Lei probabilmente starà strabuzzando gli occhi, non si sarebbe immaginato che fosse questo il problema più annoso per industrie di quel calibro, eppure è così.
A fronte di un’attenta selezione, fatta in base a criteri segreti dei quali non posso fare parola, lei è stato scelto per questo compito.
Quindi:
Con la presente la Segreta Associazione Delle Multinazionali Di Tutto Il Mondo, le conferisce l’incarico di trovare una risposta universalmente valida a tutti i reclami, offrendole come ricompensa il suo peso, al momento della consegna della risposta, moltiplicato per quarantamila euro.
Cordiali saluti
S.A.D.M.D.T.I.M.
Ps: In caso di un suo rifiuto e/o di un suo fallimento, le rendiamo noto che la sua morte avverrà per avvelenamento di uno qualunque prodotto che lei toccherà, mangerà o berrà nella sua futura, ma non troppo, vita.
Nonostante sulle prime mi avesse lasciato dubbioso, dopo essermi pesato e aver fatto i miei conti con carta e penna, mandai una mail di risposta in cui spiegavo che ero lieto di accettare la proposta fattami. A tale mail, la segreta segreteria della S.A.D.M.D.T.I.M. rispose con un’altra mail molto più concisa della precedente, che riporto per intero:
Dopo aver risposto anche a questa mail, con un’altra faccina sorridente, ma i cui occhi erano fatti con un punto e virgola, così da dare l’idea di una strizzata di occhio, mi misi subito al lavoro.
Per prima cosa pensai che, non potendo leggere tutti i reclami del mondo, avrei dovuto tentare di capire la logica che è sottesa ad ogni reclamo, al concetto stesso di reclamo.
Cercando e ricercando, pensando e ripensando, la conclusione a cui arrivai, fu stata questa:
è convinzione comune che in un processo produttivo ottimale A porti a B, B a C e così via, fino all’ultimazione del prodotto. Il reclamo nasce dall’idea che ci sia stato qualcosa di sbagliato in questo processo produttivo, che ci sia stato un errore da parte di chi lo ha messo in atto. Questa idea, quindi, porta le persone a trovare un colpevole nel produttore disattento alle variabili incorse nella produzione, e le legittima a chiedere un rimborso per il fatto di non aver acquistato un prodotto costruito in maniera ottimale, ma in maniera indeterminata.
Proprio quest’ultima parola dei miei appunti, mi diede l’illusione, a pochi giorni da quando avevo ricevuto l’incarico, di averlo già risolto. Per qualche minuto saltai per la stanza cantando a squarciagola Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli.
La conclusione alla quale ero arrivato, infatti, mi parve perfetta e indiscutibile.
Se questa è la teoria su cui si basa il reclamo, questa teoria è anche facilmente destrutturabile tramite il Principio di indeterminatezza di Heisenberg, che nella sua massima “non è possibile conoscere simultaneamente la velocità e la posizione di una particella con certezza”, permette di affermare che non è possibile costruire legami deterministici fra gli eventi, ma solo correlazioni. Caduta l’idea di determinazione, quindi anche il reclamo perde di valore, perché l’assunto di partenza, ovvero che A causi B e via dicendo, non ha più alcun senso.
A questo punto, mi sarebbe rimasto solo da scrivere un semplice format che spiegasse questo errore logico e il problema, magicamente, era risolto.
Per festeggiare, mi concessi una cena in un ristorante chic del centro e, una volta a casa, una selezione dei migliori film porno-manga giapponesi, acquistati direttamente da un sito specializzato, ma, proprio durante la visione del terzo di questi, il mio castello crollò.
Il film in questione, che si intitola Fatti guardare dal tuo nonnino, contiene un dialogo che fu per me illuminante riguardo all’errore fatto in precedenza. Il nonno, che essendo vecchio può andare ovunque, entra in una sauna di studentesse del liceo e dice ad una ragazza: vieni qui fatti toccare, dai un’ultima gioia a questo povero cieco. La ragazza, inizialmente in imbarazzo, si consulta con lo sguardo con un’amica e decide di soddisfare il desiderio di quel povero signore, così, arrossendo, si gli avvicina e si fa tastare il seno.
Di fronte a questa scena, capii che anch’io ero stato cieco per raggiungere il mio obiettivo, e mi crollò il mondo addosso.
Rispondere ai reclami con il Principio di indeterminatezza genera un cortocircuito logico. L’idea che una persona, una volta capito l’errore del proprio reclamo, smetta di farne, sottende una teoria che lega in maniera deterministica la nostra spiegazione e il comportamento del cliente. Tale legame causa-effetto, però, viene negato dalle nostre stesse premesse, quindi il ragionamento crolla su sé stesso.
Su queste poche righe di appunti rimuginai per alcuni mesi, durante i quali rispondevo alle mail della S.A.D.M.D.T.I.M. con faccine entusiaste e punti esclamativi in abbondanza, ma ormai non posso più proseguire. Ormai devo ammettere il mio fallimento. Il problema dei reclami è, quantomeno per me, irrisolvibile. Questa mia ammissione, però, fa sì che si generi un altro problema impellente, ovvero quello di come scampare all’avvelenamento. Dopo attente riflessioni, sono giunto alla conclusione che anche questo problema sia irrisolvibile, se non anticipando sul tempo la messa in atto del piano per la mia eliminazione. Per questo, colgo anche l’occasione per salutare tutti e mandare un abbraccio simbolico a chi mi ha voluto bene, perché, se qualcuno sta leggendo queste righe, significa che me le ha trovare attaccate alla fronte con del nastro adesivo nero, che in casa ho solo quello, mentre penzolavo dal lampadario, appeso ad una corda, che poi sarebbero due cinture legate assieme.
Cordiali saluti
M.T.
Alessandro Busi
Racconto su Scrittori Precari: Le sfortune degli altri.
6 luglio 2010
Questo è un racconto che parla di suicidio, di cappi e dell’eliminazione dell’Italia dai mondiali. è stato pubblicato sul sito del collettivo romano Scrittori Precari.
Le sfortune degli altri.
Mario era seduto sul divano. Aveva in mano una birra in lattina e guardava la partita dell’Italia contro la Slovacchia. Accanto a lui, sul cuscino ricamato a punto croce da sua madre, c’erano un cappio fatto con una corda spessa e dei pezzi di cotone imbevuti di sangue e di alcool. Alcune gocce dello stesso sangue avevano macchiato il centrotavola della cucina, ma Mario aveva pensato che questo sarebbe stato un particolare poco rilevante, dopo il suo suicidio.
Alle quindici punto quaranta esatte era in piedi, davanti al lavandino del bagno, al lavandino del bagno sporco di dentifricio color verde mare, e fissava la propria immagine riflessa.
Nella mano sinistra stringeva forte un rasoio usa e getta blu, un bilama della Gillette, che aveva comprato in offerta al supermercato.
Nella mano destra non stringeva nulla, ma aveva comunque le dita chiuse in pugno. I tendini del polso si vedevano come ponti che deformavano la pelle chiara, mentre la cassa toracica si gonfiava e si sgonfiava a gran velocità.
Con un movimento deciso, il gomito sinistro si chiuse e la mano avvicinò le due lame del rasoio verso il polso destro. Con un altro movimento altrettanto deciso, il braccio scese verso il basso e sulla carne comparvero due strisce rosse di sangue.
Cazzo che male, pensò Mario, e poi non dovevo fare così, dovevo fare per il lungo!
Sullo specchio apparve un’espressione sofferente, con i denti stretti e gli occhi stroppicciati.
Porca puttana che male, iniziò ad imprecare.
Intanto, gocciolando per tutto il bagno, pensò che il tentativo di suicidio numero uno poteva dichiararsi fallito e, presi cotone e alcool, andò a sedersi in cucina per medicarsi.
I primi cinque minuti della partita se li era persi per annodare il cappio come si deve.
Guardava il foglio delle istruzioni che aveva stampato da un sito di SelfBondage, dove, nella sezione Tecniche di self bondage, appunto, era spiegato sia come fare un cappio che non si stringe, sia uno che si stringe, perché, come era scritto, che Bondager saremmo se non avessimo il pieno controllo delle corde?
Dopo vari tentativi, Mario si trovò tra le mani un nodo scorrevole perfetto e se ne compiacque. Provò a muoverlo lungo la corda per un paio di volte e vide che funzionava.
Bravo, pensò, potrei fare il cappista se non mi dovessi ammazzare.
Con un mezzo sorriso triste sulle labbra, poggiò la sua creazione sul divano, accanto a lui, prese la birra che stava sul tavolino di cristallo e la aprì.
Alla fine della partita mi ammazzo, si disse, mentre deglutiva il primo sorso, ah bella fresca.
Poi si mise comodo ed alzò il volume.
Era seduto in cucina e premeva forte il cotone contro le ferite.
Che cretino che sono stato, si ammoniva, l’avevo letto su un sacco di siti: per il lungo se ti vuoi suicidare, di traverso se vuoi fare finta, come i ragazzini tristi, magri e con il ciuffo di capelli che gli copre la faccia.
Senza lasciarsi perdere d’animo, però, aveva già attivato il piano due: l’impiccagione.
Dal cassetto del comodino in camera, aveva preso le istruzioni per fare un cappio con il nodo scorrevole e un altro foglio per lasciare le sue ultime parole. Con una penna bic nera scrisse di getto una lettera che spiegasse il suo gesto e, con un pezzo di scotch, se la attaccò alla maglietta.
Le poche frasi frammentate che aveva scritto, riassumevano bene, a suo parere, il disfacimento della sua vita:
mi ammazzo per colpa di Sabrina, la mia ex moglie, che mi ha lasciato da due mesi e voglio che si senta in colpa, troia.
Mi ammazzo per colpa di Luigi, il mio ex capo, che con la scusa che non produco e che il lavoro è diminuito, mi ha licenziato, bastardo.
Mi ammazzo per colpa di Marchionne, che non ordina più le marmitte da Luigi, ma le fa fare in Polonia, porco borghese.
Poi mi ammazzo anche per colpa di tanti altri, perché tutti mi raccontano le loro sfortune e nessuno mi chiede mai delle mie, e allora mi sono stufato. Stavolta, però, non faccio i nomi, che bastano quelli di prima.
Invece voglio bene a mia mamma e a mio papà, che sono morti, e anche al mio cane Laika, che è morta anche lei da un mese e la ritroverò in cielo. Addio.
Mario Rossi
Finito il primo tempo, l’Italia perdeva uno a zero grazie ad un gol ridicolo. Mario pensava che era meglio se quei giocatori fossero andati a lavorare, come quelli della Nuova Zelanda, però, poi, pensò anche che c’è talmente poco lavoro in Italia, che manca appena di trovarsi Cannavaro e company alle agenzie interinali.
No, no, meglio che stiano lì a fare i fenomeni, si disse, aprendo la seconda birra.
La sensazione di fresco che gli scendeva dentro la gola, gli fece rilassare le spalle e socchiudere gli occhi. La testa la lasciò indietro, sullo schienale, aprendo leggermente la bocca per inspirare.
Questa situazione di trance lo cullò fino all’inizio del secondo tempo, e ancora oltre, fino al secondo gol della Slovacchia. Al settantatreesimo minuto e poi ancora all’ottantottesimo, momento del terzo gol, Mario sentì una sensazione che non gli capitava da tempo: gli venne da ridere. La voce incupita dei commentatori e le espressioni torve dei tifosi inquadrati, compresa quella di un centurione con le ciglia glitterate, gli misero un particolare buon umore, che tentò subito di sopire ripetendosi come un mantra, che, nella sua vita, non c’era proprio nulla da ridere.
Arrivato al novantesimo, però, capì che non poteva proprio più resistere. Vedere Quagliarella a terra che piangeva e il volto tutto rosso di Lippi, lo fecero tornare a sentire il piacere per la vita, lo fecero tornare a sentire che non solo lui stava male e di questo, non riusciva a smettere di godere. Quando arrivò lo stacco pubblicitario, si trovò steso a terra, con le lacrime agli occhi da tanto ridere che aveva fatto e con l’idea del suicidio più lontana che mai. Mentre scorrevano gli spot e lui fissava il soffitto con gli occhi spalancati e la mandibola indolenzita, ripensò ad una frase che gli aveva detto sua nonna riguardo al perché non sia una brutta cosa il pettegolezzo.
Vedi Mario, non è per deridere le sfortune degli altri, gli aveva detto, è per ricordarsi che alla fine, soffriamo un pochino tutti, prima o poi.
Alessandro Busi
Suicidio sospetto in carcere. Articolo su Nazione Indiana: Uno, Nessuno, Sessantacinquemila
17 novembre 2009
Altra settimana, altro giro.
Probabilmente di Massimo Gallo avete sentito parlare molto meno rispetto a Stefano Cucchi, per varie ragioni. Una su tutte, forse, perchè la storia di Gallo è stata subito archiviata come suicidio, dato che l’hanno trovato impiccato. Ma allora io chiedo: se una mattina si trovasse una persona impiccata in piazza, in mezzo alla gente, davanti alle telecamere delle banche, saremmo così pronti a liquidarlo come suicidio?
In questo caso la storia è andata così.
Linko il mio articolo pubblicato su Nazione Indiana:
Uno, nessuno, sessantacinquemila
Spero interessi.
Alessandro Busi
