Lost Therapy #1

16 febbraio 2010

Il riferimento alla serie Lost non poteva che impormi di “serializzare” anche il racconto, quindi l’ho diviso in due puntate.

Lost therapy #1

Io tutti i martedì vado a mangiare la pizza da Salvatore. In realtà Salvatore è solo il pizzaiolo, la pizzeria è di tale Giuliano, un tizio con un suv nero che passa solo alla sera a ritirare il guadagno. Dentro, però, ci lavorano Salvatore e Abdul, il ragazzo maghrebino che impasta e pulisce i tre tavolini che ci sono.

Un martedì, Salvatore, mentre aspettavo che si cuocesse la mia pizza ai carciofi del martedì, mi ha detto sottovoce che Abdul è bravo anche se è maghrebino.

È un bravo toso, mi ha detto, anche se sè grèbbo

Io ho sorriso a sentirlo parlare quel mezzo dialetto stiracchiato. Lui tenta sempre di buttare qualche parola in dialetto, ma gli stona proprio in bocca, si sente che non gli appartiene.

Si vede, gli ho risposto, ma in realtà pensavo che anche lui è un brav’uomo anche se è terrone. Certo, la mano sul fuoco non la metterei nemmeno per lui, perché si sa che quelli lì sono gente che proprio tende ad essere falsa, però, così, come impressione del martedì, diciamo che è buona. Sicuramente molto meglio di Luca, il ragazzo di Spizzico del giovedì, o anche di quella di Sara, la ragazza del tè della domenica, che non sorridono mai. Mi sa, a giudicare dai due giorni che li vedo, che sono depressi. D’altra parte i sintomi ci sono: umore depresso per la maggior parte del giorno, marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività, insonnia, rallentamento psicomotorio, affaticabilità. Insomma, mi sa che Sara e Luca non marcano mica tanto bene, stando a quello che so. Che poi, personalmente, non ne so molto di queste cose, però un po’ me le ero studiate tempo fa. Mi ero preso un manuale di tale Glenn O. Gabbard, che dal titolo era come un manuale diagnostico, ma più dinamico e avevo pensato sarebbe stato più veloce, più avvincente. Solo dentro ho scoperto che per dinamico intendevano una branca della psicologia, ma ormai, avevo speso un sacco di soldi e me lo sono letto.

L’avevo preso dopo che mi aveva lasciato Marta. Era un lunedì, mi ricordo perché alle 12 e trentacinque ero andato a mangiare i tramezzini del lunedì da Carlotta e piangevo talmente tanto che a stento riuscivo a masticare quello maionese-pollo-curry.

L’avevo preso, il manuale, non il tramezzino, perché lei mi aveva detto che non ne poteva più di me e di tutte le mie manie, di tutte le mie rigidità.

Io non ce la faccio più di non poter mangiare la pizza al lunedì perché bisogna mangiarla al martedì, aveva detto, non ce la faccio.

Poi era scoppiata a piangere e aveva anche aggiunto che dovevo farmi curare, che ero un ossessivo del cazzo e che non era proprio più possibile. Alla fine, aveva preso la sua borsetta e se ne era andata.

Io ero rimasto senza parole. Cosa avrei dovuto risponderle? Cosa avrei dovuto dirle? Cambierò mangeremo la pizza anche alla domenica? No, non sarei riuscito. Come si fa a mangiare la pizza alla domenica, quando il pranzo sta alla carne e la cena ai toast? Come? Mi chiedo, eppure pare che lei volesse proprio quello, infatti se ne andò.

Quanto ci rimasi male. Quel giorno non andai al lavoro e la sera non mangiai nemmeno una fetta di affettato del lunedì, nemmeno una. Mi sentivo come un nodo all’esofago che non mi faceva passare niente. Era come se quella valvola che alterna cibo e aria, quella che non fa andare il mangiare e il bere nei polmoni, si fosse bloccata a ostruire il buco del cibo.

Per tutto il pomeriggio camminai senza meta, fino alle sette di sera, quando entrai in libreria e, preso dalla curiosità di capire qualcosa di quella questione dell’ossessione, comprai il manuale diagnostico di Glenn O. Gabbard, Psichiatria psicodinamica.

Psicodinamica sarà una cosa veloce, avevo pensato, una cosa frizzante.

Appena uscito presi subito l’autobus per tornare a casa e, una volta arrivato, nonostante fosse ora di cena, mi misi sul divano e iniziai a leggere.

Secondo l’autore, le attività ripetitive che fanno gli ossessivi-complulsivi come me, sarebbero legate all’angoscia, sarebbero fatte proprio apposta per alleviarla. Addirittura, in un pezzo citato, un tale Nemiah dice che il paziente con una nevrosi ossessivo compulsiva si ritira dalla posizione edipica e regredisce lungo la via dello sviluppo psicosessuale alla fase anale.

Finito di leggere queste poche righe, posai subito il libro e mi raggomitolai su me stesso. In tv trasmettevano una puntata del telefilm Rex, ma io non la seguivo. L’unica cosa a cui riuscivo a pensare era che, cazzo, ero matto.

Alessandro Busi

Terapia anti-bamboccioni

“L’economia è in crisi e ci servono persone forti”, diceva il pingue ministro inquadrato dalla telecamera, “ragazzi che non abbiano remore a staccarsi dalle famiglie ed inseguire i propri sogni”

Sotto il volto del ministro passavano scritte di spot pubblicitari di chatline erotiche, l’ultimo modo trovato per far fronte al calo degli ascolti dei telegiornali.

“Per questo abbiamo istituito dei centri di intervento che aiutino i nostri giovani, il nostro futuro, a vivere le proprie vite in maniera più autonoma e consapevole”

Marco era seduto davanti alla tv e seguiva il tg. Nel sentire quelle parole sgranò gli occhi.

Beh, potrei…

Pensò. Prese il computer e scrisse su un motore di ricerca la chiave aiuti per bamboccioni, seguita dal nome della sua città.

I link che gli si mostrarono indicavano che il primo incontro del gruppo si sarebbe tenuto quello stesso giovedì in una sala messa a disposizione nel palazzo del comune.

Quando Marco entrò nella stanza indicatagli dall’usciere, vi trovò una ventina persone sedute in cerchio.

“Prego accomodati”

Gli disse il terapeuta che conduceva il gruppo.

Marco si sedette in una delle sedie libere.

“Allora dicevamo che potremmo iniziare con il presentarci a vicenda”, riprese il terapeuta, “chi vuole cominciare?”

L’imbarazzo generale portò all’omertà e a scambi di reciproche veloci occhiate.

“Che ne dici di iniziare tu che sei arrivato per ultimo?”

Disse il conduttore, per sbloccare lo stallo.

Marco annuì e si alzò in piedi.

“Salve a tutti, io mi chiamo Marco Tosco e sono un bamboccione”

In realtà non sapeva se andava bene iniziare con quella formula, ma aveva sempre visto nei film che facevano così, quindi pensò che era giusta.

“Ora devo raccontare la mia storia?”

Chiese al terapeuta. Questo annuì e gli fece un cenno con la mano, come a dirgli di sentirsi libero di dire pure qualunque cosa volesse.

“Allora dicevo, io sono un bamboccione perché ho trentaquattro anni e vivo ancora a casa con i miei genitori”

Le gote di Marco erano rosse dall’imbarazzo, ma nessuno le vide, nascoste com’erano sotto la barba nera.

“Sinceramente c’ho provato tante volte a cercare casa, ma alla fine mi sono sempre arenato sullo scoglio economico. Nel senso che riuscire a pagare un affitto di cinquecento euro, quando ne guadagno settecento mi risulta difficile. So bene, però, che questa è solo una scusa che io adduco per evitare di staccarmi dal seno materno. Almeno così mi aveva spiegato una volta una mia amica che ha studiato psicologia”

Attorno a lui, tutti gli altri partecipanti annuivano, probabilmente avendo sentito una storia che ripercorreva perfettamente, o quasi, anche le loro vite. Il terapeuta, invece, lo guardava con uno sguardo fisso, ma gentile.

“E questo è quanto, credo”

Detto ciò, Marco si risedette.

Il conduttore prese spunto dall’importante contributo appena esposto, per parlare del legame morboso madre-figlio che, a suo parere, stava alla base del fenomeno del bamboccionismo.

Nel frattempo, fuori di lì, la speculazione edilizia faceva lievitare gli affitti delle case, più della pancia di una donna incinta, ma ciò era assolutamente irrilevante nelle quattro mura bianche che delimitavano la stanza dell’incontro.

“Qui si discute di persone, non di economia”, avrebbe risposto il terapeuta ad una possibile obiezione a riguardo.

Alessandro Busi

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