terapia anti-bamboccioni
17 marzo 2009
Terapia anti-bamboccioni
“L’economia è in crisi e ci servono persone forti”, diceva il pingue ministro inquadrato dalla telecamera, “ragazzi che non abbiano remore a staccarsi dalle famiglie ed inseguire i propri sogni”
Sotto il volto del ministro passavano scritte di spot pubblicitari di chatline erotiche, l’ultimo modo trovato per far fronte al calo degli ascolti dei telegiornali.
“Per questo abbiamo istituito dei centri di intervento che aiutino i nostri giovani, il nostro futuro, a vivere le proprie vite in maniera più autonoma e consapevole”
Marco era seduto davanti alla tv e seguiva il tg. Nel sentire quelle parole sgranò gli occhi.
Beh, potrei…
Pensò. Prese il computer e scrisse su un motore di ricerca la chiave aiuti per bamboccioni, seguita dal nome della sua città.
I link che gli si mostrarono indicavano che il primo incontro del gruppo si sarebbe tenuto quello stesso giovedì in una sala messa a disposizione nel palazzo del comune.
Quando Marco entrò nella stanza indicatagli dall’usciere, vi trovò una ventina persone sedute in cerchio.
“Prego accomodati”
Gli disse il terapeuta che conduceva il gruppo.
Marco si sedette in una delle sedie libere.
“Allora dicevamo che potremmo iniziare con il presentarci a vicenda”, riprese il terapeuta, “chi vuole cominciare?”
L’imbarazzo generale portò all’omertà e a scambi di reciproche veloci occhiate.
“Che ne dici di iniziare tu che sei arrivato per ultimo?”
Disse il conduttore, per sbloccare lo stallo.
Marco annuì e si alzò in piedi.
“Salve a tutti, io mi chiamo Marco Tosco e sono un bamboccione”
In realtà non sapeva se andava bene iniziare con quella formula, ma aveva sempre visto nei film che facevano così, quindi pensò che era giusta.
“Ora devo raccontare la mia storia?”
Chiese al terapeuta. Questo annuì e gli fece un cenno con la mano, come a dirgli di sentirsi libero di dire pure qualunque cosa volesse.
“Allora dicevo, io sono un bamboccione perché ho trentaquattro anni e vivo ancora a casa con i miei genitori”
Le gote di Marco erano rosse dall’imbarazzo, ma nessuno le vide, nascoste com’erano sotto la barba nera.
“Sinceramente c’ho provato tante volte a cercare casa, ma alla fine mi sono sempre arenato sullo scoglio economico. Nel senso che riuscire a pagare un affitto di cinquecento euro, quando ne guadagno settecento mi risulta difficile. So bene, però, che questa è solo una scusa che io adduco per evitare di staccarmi dal seno materno. Almeno così mi aveva spiegato una volta una mia amica che ha studiato psicologia”
Attorno a lui, tutti gli altri partecipanti annuivano, probabilmente avendo sentito una storia che ripercorreva perfettamente, o quasi, anche le loro vite. Il terapeuta, invece, lo guardava con uno sguardo fisso, ma gentile.
“E questo è quanto, credo”
Detto ciò, Marco si risedette.
Il conduttore prese spunto dall’importante contributo appena esposto, per parlare del legame morboso madre-figlio che, a suo parere, stava alla base del fenomeno del bamboccionismo.
Nel frattempo, fuori di lì, la speculazione edilizia faceva lievitare gli affitti delle case, più della pancia di una donna incinta, ma ciò era assolutamente irrilevante nelle quattro mura bianche che delimitavano la stanza dell’incontro.
“Qui si discute di persone, non di economia”, avrebbe risposto il terapeuta ad una possibile obiezione a riguardo.
Alessandro Busi
