Riapertura del blog: La fine dell’estate.
7 settembre 2010
Rialzo oggi le serrande del blog con il racconto “La fine dell’estate”. Buona lettura.
La fine dell’estate
Marco teneva le mani nei capelli. Con il dito indice della destra girava attorno ad una piccola ciste di grasso che aveva sulla nuca.
Non è possibile, pensava, come fa?
Al suo fianco, Marta leggeva un libro e, ogni tanto, alzava lo sguardo. Lo guardava e scuoteva la testa. Lei gli voleva un sacco di bene, ma non l’aveva mai capito. Non aveva mai voluto capirlo, diceva lui.
Che succede?, gli chiese, dopo aver messo un dito a mo di segnalibro.
Niente, le rispose lui, tenendo lo sguardo fisso sullo schermo del computer.
Marta, allora, ricominciò a leggere e pensava che non era veramente possibile che Marco si prendesse così male per le partite di poker online. Pensava anche che era ora che crescesse e che i problemi veri della vita sono altri, ma non aggiunse nulla.
Anche Marco non pronunciò una parola. Sapeva bene l’opinione che lei aveva del suo hobby e non aveva alcuna voglia di sentirsi sciorinare la solita lezione di vita del tipo, ma quando cresci, oppure, lo vuoi capire che i problemi della vita sono altri?. Prese il mouse e chiuse il sito di giochi online, senza concludere la partita. Raddrizzò la schiena e controllò l’ora sullo schermo: 18.30. Pensò che avrebbe potuto andare a fare due passi.
Mi piglio l’i-pod e faccio una camminata mezz’ora, si disse.
Prima di spegnere il computer controllò la mail e ne trovò una di diffida dal sito pokeronline.it, perché, spiegavano i gestori, era già la seconda volta che interrompeva una partita e alla terza sarebbe stato espulso.
Marta, quando vide che Marco aveva spento il computer, iniziò a leggere distrattamente.
Io vado a farmi un giro, le disse.
Ok, torni per cena?, gli rispose lei.
Lui fece di sì con la testa, mentre si cambiava i pantaloni.
/
Appena fuori dal portone del condominio fece partire la musica.
La voce profonda di Tom Waits gli inondò i timpani e i rumori della città parvero scomparire. Camminando, gli sembrava di essere come un osservatore esterno al mondo. La sensazione, pensò, era quella di essere come in quei film dove i fantasmi del natale prendono il protagonista e gli fanno fare i salti nel tempo, a vedere la sua vita passata e futura, ma senza potervi interagire.
Arrivato al semaforo, affiancò un signore che fumava. Aveva i capelli bianchi ingialliti e la barba, che era più lunga in quello spazio che sta fra il lobo dell’orecchio e l’inizio della mascella. Gli passò davanti col braccio e schiacciò la prenotazione pedonale. Per un attimo incrociarono gli sguardi, ma non si dissero nulla.
Avrei dovuto prendere la felpa, pensò Marco strofinandosi le mani sugli avambracci.
Mentre attraversava sulle strisce, sentì una goccia cadergli sulla guancia destra.
Piove, cavoli, pensò amaramente.
Senza finire di passare sull’altro marciapiede, fece dietro front e si diresse verso casa. Nel breve tragitto, la pioggia aumentò considerevolmente e la sua maglia verde militare si scurì per effetto dell’acqua. Un manifesto politico stracciato a terra, raffigurante il volto di Gianfranco Fini, si inzuppò velocemente e Marco lo calpestò senza accorgersene. Ad una finestra sul lato opposto della strada, al terzo piano, c’erano un uomo e una donna nudi che facevano l’amore, eccitati dalla possibilità di essere visti da degli estranei, ma Marco non si accorse nemmeno di questi. A testa bassa e andatura veloce, arrivò al portone di casa ed entrò.
/
Finita la doccia, Marco si asciugò i capelli. Guardandosi allo specchio, vide che aveva messo su un po’ di pancetta, ma non vi diede peso.
Dopo qualche passata di fon, interruppe l’operazione e rimase ad ascoltare la pioggia scrosciante. Dalla sala, si sentivano le gocce che cadevano sui doppi vetri, colpendoli in un suono sordo.
Sentito come piove?, disse ad alta voce Marco.
Marta, poggiò il libro sul tavolino in sala e andò alla porta del bagno.
Sì, piove un sacco, gli rispose, è la fine dell’estate, mi sa.
Dopo aver detto così, gli sorrise e gli diede un bacio sulla spalla sinistra. Tornata a sedere sulla poltrona, riprese il libro e il rumore del fon riprese a riempire la stanza.
A Marco passò per la testa un vecchio motivo che da bambino lo rattristiva sempre, come le pubblicità dei diari.
L’estate sta finendo e un anno se ne va
sto diventando grande lo sai che non mi va
Alessandro Busi
Racconto su La luna di traverso: Hai visto che botto?!
19 gennaio 2010
Questo è un racconto che sarà pubblicato sul numero 25, Stanze, della rivista letteraria parmense La luna di traverso
Hai visto che botto?!
Alla fine è vero. Alla fine, noi siamo fatti di stanze. La nostra vita è un susseguirsi di stanze. No, non la intendo secondo la logica psicoanalitica, quella per cui l’evoluzione delle persone è divisa in fasi, che sono un po’ come delle stanze, dove si entra e si esce. No, quello che voglio dire è che, in fin dei conti, la nostra vita potrebbe essere disegnata a blocchi, a scatole, ognuna rappresentante una specifica stanza.
Faccio l’esempio della mia giornata.
Io mi sveglio alle otto nella stanza da letto, poi mi sposto in bagno, infine vado in cucina. Ora, anche se bagno e cucina non si chiamano stanza da cesso-doccia e stanza da mangiare-bere, comunque, sempre stanze sono. Poi esco e faccio le scale del condominio, le quali non sono altro che una grande stanza di forma strana e piena di scalini. Vado in garage, stanza cupa e sotterranea, e salgo in macchina. Riguardo alla macchina confesso che avevo dei dubbi; poi però mi sono detto: «Perché non ci dovrebbe essere una stanza con un motore, quattro ruote, i muri di lamiera e un volante?».
«Alla fine, anche l’automobile non è altro che una stanza in movimento», ho pensato.
Mentre vado al lavoro, poi, trovo sempre la coda. È una costante, quasi come quelli di “Lotta Comunista” che vogliono vendermi il giornale fuori dal bar – stanza – dove pranzo. Sì, ci metto il quasi, perché ad agosto la coda non c’è, loro sì. Comunque, questa coda a me un po’ piace, perché mi permette di guardare nelle macchine degli altri. Un giorno, per esempio, c’era una signora grassa dietro di me, che, penso ascoltando la musica, ballava come una pazza, finché non si è accorta che la stavo guardando dallo specchietto e allora ha smesso. Un altro giorno, invece, mi ricordo che avevo davanti due, un ragazzo e una ragazza: tutte le volte che la coda si fermava, si baciavano come se non si vedessero da anni. E magari era così. Comunque, questa possibilità di vedere nelle macchine degli altri mi ha fatto pensare che la coda della mattina è un po’ come ricreare un quartiere di case con i vicini intercambiabili. Ho pensato anche che la coda è come un agglomerato di stanze tenute assieme dalla lingua d’asfalto, una specie di parete in comune.
Poi, prima di arrivare al lavoro, a volte mi fermo dal benzinaio: se al posto dei pali per tenere su la tettoia di cemento ci avessero messo i muri, allora sì che sarebbe una stanza a pieno titolo; ma diciamo pure che il benzinaio è una quasi stanza. Al contrario è proprio una stanza, certo sui generis, quel marchingegno per me fantastico dell’autolavaggio.
A questo punto, parcheggio nel garage aziendale, che altro non è che un’immensa stanza divisa per sale – alias stanze –, e lascio le chiavi al custode, il quale passa le sue giornate in uno stanzino piccolissimo, illuminato da una lampadina appesa al filo e con alle pareti un sacco di calendari di soubrette prosperose e svestite. Proseguendo, entro in sede e vado in ufficio, dove ho la mia scrivania divisa da quelle di Mario e di Marina per mezzo di pareti di compensato, che traballano, non arrivano al soffitto, ma delimitano un confine, quindi generano stanze.
Da qui in avanti la mia giornata continua stanca, fino alle cinque di pomeriggio, quando, dopo essere risalito in macchina, mi avvio verso casa. In genere faccio la stessa strada dell’andata, solo all’incontrario. Ma l’altra sera no.
L’altra sera, arrivato all’imbocco di via Garibaldi, ho trovato la carreggiata transennata e un signore che, con in mano una paletta catarifrangente, faceva segno di svoltare a sinistra e prendere la tangenziale. Procedendo con il finestrino abbassato, ho sentito un altro signore spiegare ad un ciclista che avrebbero fatto crollare la palazzina che indicava con il dito.
«Fino a stasera alle venti la zona è evacuata», diceva.
Queste sono state le ultime parole che ho sentito, prima di avanzare ed entrare in tangenziale. Appena passato lo svincolo, poi, ho visto che c’erano una decina di auto parcheggiate nella corsia d’emergenza, con i rispettivi proprietari accanto. Dopo l’ultima macchina, una Twingo blu, anch’io ho accostato e sono sceso. Se non avessi smesso di fumare, mi sarei acceso una sigaretta, come nei film.
«Chissà che botto», mi ha detto, sorridendo e sfregandosi le mani il mio vicino di auto.
Dopo un paio di minuti, si è sentito un boato e la palazzina rosa è venuta giù su se stessa, alzando una gigantesca nuvola di polvere. Sembrava una scena apocalittica. Se ci fossero stati il ralenti e l’inizio di Shine on your crazy diamond dei Pink Floyd, sarebbe stata perfetta. Io, mentre guardavo con gli occhi sbarrati, ho sentito un brivido lungo la schiena, così mi sono chiuso il colletto della camicia; ma è stato inutile. Non era freddo: piuttosto, malinconia. Nei resti di quella palazzina – ex grandissima stanza –, vedevo succedersi le stanze della mia vita: dalla cucina di mia nonna, alla sala giochi del mare; dagli interni della Fiat Tipo del papà di Luisa, la mia ragazza di quando avevo diciotto anni, fino allo studio del dentista dove sono andato due settimane fa a fare la pulizia dei denti.
In pochi secondi ho visto scorrermi davanti tutti i miei trent’anni. Ero talmente emozionato da non respirare, fin quando il signore della Twingo mi ha dato una forte pacca sulla spalla, mi ha strizzato l’occhio e mi ha detto: «Hai visto che botto?!».
Alessandro Busi
La storia si ripete
9 marzo 2009
Sono partito da un incipit proposto da un blog di un’amica (http://scritturacreativa.wordpress.com/), le prime righe sottolineate, e poi.
Il resto è quello che c’è.
La storia si ripete
Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano la Gazza Ladra di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando. Fui tentato di rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice dell’intensità drammatica. Alla fine decisi. Presi il telecomando e misi il mute allo stereo.
Da quando ho la mia splendida suoneria Soundgood, non esiste musica migliore.
La telecamera strinse sul volto di Luca, che con gli occhi chiusi ed un espressione forzatamente eterea, fingeva di ascoltare incantato la polifonica del suo cellulare, mentre con il piede destro teneva il tempo.
“Buona!”, gridò la voce roca del regista.
Quel segnale chiuse la parentesi delle riprese.
Luca rilassò i muscoli del volto e delle spalle, che si curvarono in avanti. Sospirò profondamente.
“Andata anche questa”, pensò.
Mentre era fermo a riprendere fiato, tutto intorno i tecnici avevano iniziato a raccogliere freneticamente i fili.
Con uno scatto si alzò dalla poltrona in finta pelle del set e si diresse verso i camerini. Una volta lì, si cambiò e si sciacquò dal viso quel poco di cerone che gli avevano messo.
“Avanti”
Disse, dopo aver sentito bussare.
Nella stanza entrò Mario, un uomo sulla sessantina, grasso e calvo. Indossava pantaloni di velluto marrone, un maglione verde ed un paio di scarpe da ginnastica.
“Ciao Luca”
Disse Mario.
Luca pensò che era vestito come un barbone per essere il responsabile alla produzione di quelle pubblicità, ma non disse nulla. Gli sorrise e lo salutò a sua volta.
“Allora Luca, sistemiamo i conti, che ne dici?”
Mario si sedette sul piccolo divano grigio ed aprì il registro delle ore.
“Certo”
Luca pensò che sicuramente gli avrebbe abbassato il compenso. Era sempre così. Loro si accordavano per cento e alla fine gli arrivava ottanta.
“Allora, se non sbaglio eravamo d’accordo per quattrocento in tutto, no?”
Mario parlava senza alzare gli occhi dai fogli.
“Mah, Mario, a dire il vero erano quattro e ottanta, ma va bene”
Gli rispose Luca.
Entrambi scoppiarono in una risata tesa.
Mario scrisse l’assegno e glielo diede.
Si strinsero la mano ed entrambi si augurarono di poter nuovamente collaborare un giorno, poi, dopo essere usciti dal camerino, ognuno andò per la propria strada.
Luca era in macchina e ascoltava l’ultimo disco dei Giant Sand. La commistione della voce profonda di Gelb, con quella di Isobel Campbell gli cullava la strada buia illuminata dai pochi lampioni funzionanti.
“Con quei quattrocento euro non mi rimane un cazzo”, pensava, “una volta che ho pagato l’affitto e fatto due spese, sono già belli che andati”.
Mise la freccia a destra e scalò di marcia.
“Per prima cosa, mi ordino una bella pizza, appena arrivo a casa”, si disse, facendo un espressione soddisfatta, prima di attraversare l’incrocio.
Una volta parcheggiato sotto casa, controllò due volte di aver chiuso l’auto e fece le scale del condominio di corsa. Il suo monolocale era al quarto piano e Luca sosteneva che percorrere quelle quattro rampe tutti i giorni, due volte al giorno, era meglio di andare in palestra, quindi, così fece.
Entrò in casa e il profumo della peperonata cucinata la sera prima occupava ancora l’aria.
Poggiò il cappotto su una sedia, prese il telefono ed ordinò una pizza quattro formaggi.
“Per le otto e mezza, va bene?”, gli chiese il signore dall’accento nordafricano all’altro capo del telefono.
“Certo”, gli rispose Luca e, dopo avergli ripetuto l’indirizzo, riattaccò.
Nell’attesa della sua cena, si fece una doccia calda che lo rilassò completamente.
“Ci voleva proprio”, pensò sospirando, mentre si asciugava i capelli.
Poi aprì una birra e si accomodò sul divano.
Al telegiornale raccontavano che in Italia saranno autorizzate le ronde, seppure non armate.
Luca, che nei suoi studi Dams aveva fatto anche qualche esame di storia, pensò a come spesso le cose, nella storia ritornino. Pensò che, proprio come di fronte ad uno Stato debole, era iniziato lo squadrismo che avrebbe poi portato al regime fascista, allo stesso modo oggi ecco che si ripresentano delle azioni violente auto organizzate contro le minoranze.
“Cambia solo il colore della camicia, ma è una differenza insignificante”, si disse scuotendo il capo.
Dopo un paio di minuti arrivò il ragazzo con la pizza.
Luca gli diede i suoi cinque euro e sessanta centesimi e lo ringraziò.
Inspirato profondamente il profumo sovrastante del gorgonzola, si risedette sul divano e divorò letteralmente la cena.
Durante la mangiata, vide altre notizie dal mondo, ma non vi diede tanto peso. Le lasciò scorrere.
Alla fine, poggiò il cartone per terra e prese in mano la birra.
Iniziò a fare zapping e, fra una trasmissione e l’altra, vide che su una rete privata stava iniziando un concerto operistico.
“Oh, finalmente qualcosa di interessante”, pensò.
Anche questa sua passione per l’opera derivava da un esame universitario.
Finì la birra e poggiò la bottiglia sul tavolo.
La Gazza Ladra di Rossini era al suo apice e l’orchestra filarmonica di Londra stava dando il meglio di sé.
In lontananza sentì che gli stava suonando il cellulare.
Fu tentato di rispondere.
Alessandro Busi
Cose che si possono non dire
16 febbraio 2009
Cose che si possono non dire
Marco e Marta avevano appena finito di fare l’amore. Erano sdraiati, nudi, sotto il piumone caldo.
Alla sola luce dell’abat jour, si guardavano occhi negli occhi, mentre la musica dei Wilco riempiva la stanza.
Brr
Fece Marta, per farsi stringere più forte.
Marco rafforzò la presa e la baciò sulle labbra.
Con lo sguardo le passò velocemente in rassegna il viso. Gli occhi grandi, il naso piccolo, le gote arrossate. La vide bella come al solito. L’unico particolare che lo fece sobbalzare fu quell’impressione di baffi che le notò sotto il naso.
Guarda te?!
Pensò, con un’espressione infastidita.
Poi riprese una visione d’insieme e vide che stava riposando, così chiuse gli occhi e la seguì.
Dopo pochi secondi, il cellulare di Marta fece uno squillo. Lei lo prese e lesse il messaggio. Lo rimise sul comodino e si rigirò.
Anche Marta rimase qualche istante a guardarlo. Pensò che era proprio innamorata e che, con alti e bassi, stava vivendo con lui un periodo splendido. Pensò anche che lo vedeva proprio bello, anche se avrebbe potuto migliorare se si fosse tenuto un po’ di più.
Se provasse almeno a farsi le sopracciglia in mezzo agli occhi, però…
Si disse amaramente, ma, mentre rifletteva, sentì che le palpebre si facevano pesanti e si appisolò.
Dopo un’ora di sonno, alle otto di sera, tutti e due si svegliarono per la fame. Si diedero un bacio ed iniziarono a rivestirsi.
Entrambi avevano nella testa quei piccoli difetti che avevano notato in precedenza e si stavano interrogando se fosse il caso di confessarsi all’altro.
Ci rifletterono nel mentre di tutta la fase di vestizione, durante la quale continuavano a scambiarsi occhiate.
Alla fine pensarono che erano solo dei piccoli particolari insignificanti, che avrebbero fatto più male che bene. Decisero quindi di tenere per sé le rispettive confessioni, ma si baciarono ed andarono a preparare la cena.
Alessandro Busi
